Un escursionista trova il bivacco pieno di rifiuti e prova a ripulirlo: le fragilità di una montagna che cresce nelle presenze, ma perde in rispetto

Dal Bivacco Pelino, appena inaugurato e già al centro delle polemiche per la presenza di mountain bike e cani in aree soggette a divieti, al Bivacco Fusco trovato pieno di rifiuti. Due vicende differenti che raccontano una contraddizione sempre più evidente sulle nostre montagne: cresce il turismo, ma non sempre la consapevolezza di chi frequenta questi luoghi

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Dal Bivacco Pelino, appena inaugurato e già al centro delle polemiche per la presenza di mountain bike e cani in aree soggette a divieti (ne abbiamo parlato QUI), al Bivacco Fusco trovato pieno di rifiuti. Due vicende differenti che raccontano una contraddizione sempre più evidente sulle nostre montagne: cresce il turismo, ma non sempre la consapevolezza di chi frequenta questi luoghi.
Negli ultimi anni le montagne dell'Appennino hanno conosciuto una trasformazione importante. Sentieri un tempo frequentati quasi esclusivamente da escursionisti abituali, alpinisti e appassionati sono diventati mete sempre più conosciute. Le immagini delle nostre vette circolano quotidianamente sui social network, i rifugi attirano nuovi visitatori e i paesaggi dell'Abruzzo sono entrati nell'immaginario di un pubblico sempre più ampio.
È un cambiamento che raccontiamo anche su L'Altramontagna. Un fenomeno che ha portato nuove opportunità ai territori, maggiore attenzione verso i piccoli paesi e una crescente curiosità nei confronti di un patrimonio naturale che per troppo tempo è rimasto ai margini dei grandi circuiti turistici.
Ma accanto a questa crescita ne stiamo osservando anche un altro aspetto, decisamente meno incoraggiante. La montagna è diventata più frequentata, ma non sempre più rispettata. Le segnalazioni di rifiuti, i comportamenti poco responsabili, la mancata osservanza dei regolamenti delle aree protette e l'utilizzo improprio delle strutture d'alta quota sono questioni che tornano sempre più spesso sulle nostre pagine.
Non significa che tutti coloro che frequentano oggi l'Appennino siano meno preparati o rispettosi rispetto al passato. Sarebbe una generalizzazione ingiusta. Significa, piuttosto, che la maggiore pressione turistica rende ancora più evidente la necessità di accompagnare la promozione della montagna con una vera educazione alla sua frequentazione. E quanto accaduto sulla Maiella negli ultimi giorni rappresenta forse uno degli esempi più significativi di questa contraddizione.
La sera del 10 ottobre un escursionista ha raggiunto il Bivacco Carlo Fusco, situato a 2.455 metri di quota, nell'Anfiteatro delle Murelle, sulla Maiella. Quello che ha trovato all'interno della struttura è documentato dalle fotografie inviate alla redazione di Neve Appennino: confezioni alimentari, bottiglie, involucri di plastica e altri materiali abbandonati sui tavoli, sulle brande e sul pavimento. L'escursionista, arrivato intorno alle 19, ha cercato di rimettere in ordine gli ambienti, raccogliendo parte dei rifiuti. Ma non è riuscito a portarli via tutti. Non aveva più spazio nello zaino.
Una testimonianza che, da sola, descrive quanto accaduto: qualcuno ha lasciato i propri rifiuti a oltre 2.400 metri di altitudine e un'altra persona, arrivata successivamente, si è trovata nella condizione di dover ripulire ciò che altri avevano abbandonato.
La situazione appare ancora più paradossale se consideriamo che soltanto il 4 luglio scorso i volontari della Sezione Majella del CAI di Chieti, insieme al Gruppo Sentieri, erano intervenuti per effettuare lavori di manutenzione proprio al Bivacco Fusco. Erano stati sistemati alcuni tiranti danneggiati dal vento, sigillate fessure, riparati arredi e ritinteggiati gli ambienti. Un intervento che aveva riguardato anche il sentiero di accesso, con lavori sulla segnaletica e su alcuni passaggi. Tre mesi dopo, quelle fotografie ci riportano davanti a un problema che non si risolve semplicemente costruendo, restaurando o investendo denaro. Perché il problema, in questo caso, riguarda il comportamento delle persone.
Appena pochi giorni prima, sempre sulla Maiella, un'altra vicenda aveva sollevato numerose polemiche. Il 1° ottobre era stato inaugurato il nuovo Bivacco Cesare Mario Pelino, a 2.793 metri di quota sulla vetta del Monte Amaro. Un intervento atteso, importante per gli escursionisti e per la sicurezza in alta montagna. Una struttura completamente rinnovata, restituita alla collettività grazie a investimenti pubblici e a un lavoro complesso in un ambiente dove anche le operazioni più semplici diventano impegnative. Durante l'inaugurazione, il direttore del Parco Nazionale della Maiella, Luciano Di Martino, aveva ricordato l'importanza di lasciare il bivacco pulito e ordinato. Un richiamo che, a distanza di pochi giorni, sembrava già quanto mai necessario.
Il Parco aveva infatti denunciato la presenza di mountain bike lungo percorsi dove il transito non è consentito e di cani introdotti in aree sottoposte a specifiche limitazioni, documentando anche la presenza di un animale domestico all'interno del nuovo bivacco. L'Ente aveva annunciato che le immagini sarebbero state segnalate ai Carabinieri Forestali.
È importante precisare che non stiamo parlando di una contrapposizione tra escursionisti, ciclisti o proprietari di cani. Tutte queste categorie comprendono persone profondamente rispettose dell'ambiente. Il problema nasce quando si decide di ignorare le regole che tutelano un territorio, indipendentemente dal mezzo utilizzato o dall'attività praticata.
Così, nel giro di pochi giorni, la stessa montagna si è ritrovata al centro di due vicende differenti, accomunate da una domanda. Siamo davvero capaci di rispettare ciò che diciamo di amare? Siamo abituati a raccontare il turismo montano attraverso numeri, presenze, strutture ricettive, nuove infrastrutture e opportunità economiche. Si parla di valorizzazione, di destagionalizzazione, di paesi da rilanciare e di territori da rendere più attrattivi. Sono obiettivi importanti. L'Appennino ha bisogno di essere vissuto e conosciuto, non abbandonato. Eppure, troppo spesso, il dibattito sembra fermarsi alla necessità di portare sempre più persone sulle nostre montagne.
La domanda che dovremmo iniziare a porci è un'altra: quale tipo di frequentazione vogliamo promuovere? Perché esiste una differenza sostanziale tra visitare un luogo e comprenderlo. Si può raggiungere una vetta senza conoscere nulla della sua storia. Si può attraversare un'area protetta senza sapere quali specie animali la abitino. Si può entrare in un bivacco senza comprendere il lavoro necessario per mantenerlo accessibile. Si può, soprattutto, pensare che una struttura aperta a tutti sia automaticamente una struttura nella quale tutto sia consentito. È proprio questa mentalità che rischia di diventare uno dei problemi della montagna contemporanea.
Negli ultimi anni i social network hanno avuto un ruolo straordinario nel far conoscere l'Appennino. Anche noi, attraverso le fotografie, i reportage e le testimonianze dei lettori, contribuiamo quotidianamente a raccontarne le bellezze. Ma la comunicazione porta con sé una responsabilità. Non possiamo limitarci a mostrare una cima innevata, un tramonto o un rifugio immerso nel paesaggio. Dobbiamo anche spiegare cosa significhi frequentare quei luoghi, quali difficoltà possano presentare e quali comportamenti siano necessari per preservarli.
La montagna non può essere soltanto una destinazione da raggiungere, fotografare e condividere. Deve tornare a essere anche un ambiente da conoscere.
Il caso del Bivacco Fusco merita una riflessione ulteriore. Chi lascia una bottiglia, una confezione di plastica o degli avanzi di cibo all'interno di un bivacco probabilmente non considera fino in fondo il significato di quella struttura. Un bivacco d'alta quota non è un albergo. Non esiste un servizio quotidiano di pulizia. Non c'è qualcuno incaricato di passare a ritirare i rifiuti. In molti casi sono i volontari delle sezioni del Club Alpino Italiano, i gestori delle strutture e gli operatori degli enti competenti a occuparsi degli interventi di manutenzione. Significa dedicare tempo, energie e risorse per raggiungere luoghi spesso isolati, trasportando materiali lungo sentieri impegnativi.
Ma soprattutto, un bivacco rappresenta un presidio di sicurezza. Durante un temporale, con il vento forte, in condizioni di freddo intenso o durante una situazione di emergenza, trovare un riparo accessibile e in condizioni dignitose può fare una differenza enorme. Ecco perché lasciare sporca una struttura del genere non è soltanto una mancanza di educazione. Significa non considerare le necessità di chi arriverà successivamente. In montagna, più che altrove, il proprio comportamento può avere conseguenze anche sugli altri.
Esiste poi un tema che riguarda il modo in cui stiamo immaginando il futuro turistico dell'Appennino. La crescente notorietà di molti itinerari ha contribuito a rendere la montagna più accessibile a persone con esperienze e preparazioni differenti. È un'opportunità, non un problema in sé. Ma accessibilità non significa assenza di limiti.
Un'area protetta non è semplicemente un grande spazio ricreativo a disposizione dei visitatori. È un ecosistema delicato, nel quale l'attività umana deve convivere con esigenze di conservazione spesso invisibili a chi percorre un sentiero. Le limitazioni all'accesso dei cani in alcune zone del Parco Nazionale della Maiella, così come le disposizioni che regolano il transito delle mountain bike, non nascono per penalizzare determinate categorie di frequentatori. Rispondono alla necessità di proteggere habitat, specie selvatiche e ambienti che possono subire gli effetti della presenza umana. Naturalmente, le regole devono essere spiegate con chiarezza, rese facilmente consultabili e accompagnate da un'adeguata informazione. Ma una volta conosciute devono essere rispettate. La libertà di vivere la montagna non può trasformarsi nella libertà di fare qualsiasi cosa.
Negli ultimi anni abbiamo raccontato con soddisfazione gli interventi di recupero dei rifugi, la riapertura dei bivacchi e i progetti di valorizzazione dei sentieri. Sono investimenti preziosi, che consentono di migliorare la sicurezza e di rendere il patrimonio montano più fruibile. Ma le vicende del Pelino e del Fusco mostrano anche il limite di una visione concentrata soltanto sulle infrastrutture. Possiamo ristrutturare un bivacco, migliorare un percorso e installare nuova segnaletica. Possiamo promuovere itinerari e realizzare campagne turistiche. Possiamo persino trasformare luoghi poco conosciuti in mete frequentate da migliaia di persone. Ma tutto questo rischia di perdere parte del proprio valore se non cresce, parallelamente, il rispetto per ciò che è stato realizzato e per l'ambiente che lo ospita.
Non possiamo pretendere che siano sempre i volontari a intervenire per riparare, pulire e sistemare ciò che altri lasciano in condizioni indecorose. E non possiamo neppure affidarci esclusivamente ai controlli e alle sanzioni. Servono educazione ambientale, informazione, collaborazione tra istituzioni e associazioni, ma soprattutto una consapevolezza individuale che dovrebbe accompagnare chiunque decida di entrare in montagna.
Forse è arrivato il momento di cambiare almeno in parte il modo in cui raccontiamo il successo turistico delle nostre montagne. Una località che registra migliaia di visitatori può certamente rappresentare un risultato positivo per l'economia del territorio. Ma se a quella crescita si accompagnano rifiuti, disturbo alla fauna selvatica, mancato rispetto delle regole e strutture utilizzate impropriamente, allora dobbiamo chiederci se stiamo davvero procedendo nella direzione giusta. Questo non significa attribuire alla maggioranza degli escursionisti le responsabilità di pochi. Al contrario, proprio perché esistono tantissime persone che amano e rispettano profondamente la montagna, è necessario evitare che i comportamenti irresponsabili finiscano per compromettere un patrimonio comune.
L'escursionista che il 10 ottobre ha cercato di ripulire il Bivacco Fusco rappresenta, in fondo, l'altra faccia di questa storia. Da una parte qualcuno lascia i propri rifiuti. Dall'altra qualcuno raccoglie ciò che non gli appartiene, assumendosi una responsabilità che avrebbe dovuto essere di altri. Sono due modi completamente differenti di vivere lo stesso luogo. E forse è proprio da questa differenza che dovremmo ripartire.
La montagna non ha bisogno soltanto di più visitatori. Ha bisogno di visitatori più consapevoli. Perché non sarà il numero di fotografie pubblicate, di escursioni organizzate o di presenze registrate a determinare il futuro dell'Appennino. Sarà la nostra capacità di conservare ciò che oggi abbiamo la fortuna di poter vivere. E vedere un bivacco pieno di rifiuti, a 2.455 metri di quota, a pochi mesi dall'intervento dei volontari che lo avevano sistemato, dovrebbe ricordarcelo molto più di qualsiasi campagna promozionale.












