Nel fango di Longarone un vigile del fuoco trovò un quaderno: la storia di Marinella rivive da quelle pagine ingiallite, oggi conservate al cimitero monumentale delle vittime del Vajont

Unendo il rigore della memoria storica alla delicatezza del racconto per ragazzi, il libro di Emanuela Da Ros (pubblicato da Feltrinelli Kids nel 2015) restituisce voce e normalità ai giorni perduti della piccola Marinella Callegari, una delle 1910 vite spezzate dal disastro del Vajont

Nella sterminata e desolante distesa di fango e detriti che è rimasta al posto di Longarone dopo il disastro del Vajont, affiora un quaderno: Ulderico, un vigile del fuoco arrivato da L’Aquila per unirsi ai soccorritori giunti da tutta Italia per prestare aiuto in quelle tragiche giornate, mentre scava tra quella devastazione lo vede, lo raccoglie e lo porta con sé, “come fosse un oggetto prezioso”.
È a partire da questo oggetto, scampato alla furia dell’onda e salvato dall’oblio della dimenticanza, che Emanuela Da Ros scrive La storia di Marinella - Una bambina del Vajont (Feltrinelli Kids, 2015).
La storia di Marinella raccontata nel libro si svolge tutta in un giorno, ma non è un giorno qualsiasi: è il 9 ottobre 1963, a Longarone. Come le lancette di un orologio, le pagine scorrono veloci, narrando le vicende che hanno per protagonista una bambina di 9 anni, Marinella Callegari, in quel mercoledì di sessantatre anni fa.
Unendo i ricordi e le testimonianze di chi quella bambina l’ha conosciuta, e intessendole con i fili della fantasia e della verosimiglianza, l’autrice compila un incalzante diario che si apre alle 7.05 del mattino, quando la mamma di Marinella la sveglia. Da lì in poi è un susseguirsi di momenti che restituiscono la normalità di una bambina della sua età, sveglia ed esuberante, alle prese con la scuola, gli amici, le marachelle, i piccoli segreti e una famiglia affiatata. Nei discorsi degli adulti e di riflesso in quelli dei ragazzi aleggia la preoccupazione per i lavori alla colossale diga. “Chissà se a Longarone siamo gli unici a fare discorsi simili, si chiede a volte Marinella. Cosa c’è per cena? Diga e purè. Com’è andata al lavoro? A tutta diga. Dov’è lo shampoo? Sul secondo scaffale, proprio sotto la diga. Diga più forte: non ti sento”.
Ci si immerge così nella sua quotidianità, immedesimandosi in lei e nei pensieri che la attraversano.
"Li vedi quegli alberi?" le dice (Marco, un suo compagno, ndr) indicando il monte Toc, che sembra starsene accucciato dietro la diga.
"Non noti niente di strano?"
"No".
"Guarda bene. Le cime puntano verso il cielo?"
"Be', no. Puntano verso Erto e Casso. Sembrano piegate".
"Se non stanno in piedi gli alberi, non sta in piedi nemmeno la montagna".
Sono pensieri a voce alta scambiati a scuola, mentre scorrono le ore di quella giornata rocambolesca ma ordinaria, e nessuno sa che sarà l’ultima. Marinella semplicemente la vive (scrive un tema, si diverte con i suoi compagni, combina qualche guaio, teme i rimproveri della mamma) e non può immaginare che di lì a poco tutto non avrà più alcuna importanza e svanirà per sempre, sommerso dall’onda che si sta per abbattere su di lei e su tutto il suo mondo, annientandolo in un istante.
La storia di Marinella si interrompe bruscamente alle 22.39 di quel 9 ottobre. È l’ora in cui è stata strappata alla vita, e insieme a lei altre 1909 persone, 487 delle quali erano bambini.
Le pagine del suo quaderno, invece, non sono state strappate: sono tutte intere, macchiate dal fango e con l’inchiostro ormai sbiadito, ma sono arrivate fino a noi. Oggi quel quaderno è conservato nelle teche del cimitero monumentale delle vittime del Vajont, a Fortogna, una frazione di Longarone (BL). È lì che Emanuela Da Ros lo vede e ne resta colpita, e decide di scrivere La storia di Marinella.
L’estratto che segue è tratto dalla parte finale del libro, quando l’autrice - dopo aver inserito un’accurata spiegazione della catastrofe, pensata per i giovani lettori - immagina che Marinella possa avere ancora voce, possa avere ancora vita.
Chissà che ore sono. Chissà che giorno è. L’orologio del comune si è fermato alle 22.39. Così come tutti gli orologi sommersi dal fango. A Longarone sembra che d'ora in poi saranno sempre le 22.39. Ma Longarone non c'è più. E che senso ha il tempo se non c'è un luogo? Perché Longarone non è più un luogo, non è più una città, ma solo una distesa di fango giallo. [...]. Il centro di Longarone non c'è più perché non c’è più Longarone. Non ci sono le strade che portavano a scuola: via Marconi, via Tasso, piazza Margherita, piazza Umberto.
L'onda ha ucciso Toni il barbiere, il fruttivendolo Osellin, la Cetina del centralino della Telve, quella a cui avevano detto di aprire l'ombrello se fosse caduta un po' d'acqua dalla diga.
La scuola! La mia scuola c'è ancora. I muri sono pieni di crepe e i vetri sono frantumati. Ma l'acqua ha distrutto solo il piano terra, dove dormiva la bidella Rosetta. Ecco: se la campanella non avesse suonato il 9 ottobre, se i bambini fossero rimasti a scuola in punizione, se avessero dormito su, nelle aule del secondo piano, magari si sarebbero salvati. Tutti, i centottanta bambini della scuola elementare sarebbero sopravvissuti. E nessuno avrebbe contato centoquarantuno scolari sommersi. Ma alle 22.39 i bambini di Longarone e Pirago e Rivalta e delle altre piccole frazioni dormivano nelle proprie camere. Dormivano Anna e Vanna quando sono state inghiottite dall'acqua. Dormiva Pietro, anche se la bassotta Furicchia aveva ululato per tutta la sera e il papà di Pietro si era tanto arrabbiato [...]
La grande sequoia c'è ancora! Nel mare di fango e detriti e morti dove non si vede più nemmeno un albero, la grande sequoia si è salvata. È ferita, sconquassata nel tronco: sembra che un esercito di taglialegna inferociti abbia tentato di abbatterla, ma vive.
Quante persone ha ucciso l'onda? Cento, duecento. Mille. Duemila. Quanti corpi ci sono ancora nel fango? Come si fa a recuperarli tutti? A Longarone arrivano i soldati da ogni parte d'talia e i vigili del fuoco. Centinaia di persone che non sapevano neanche che Longarone esisteva scavano scavano scavano nel fango. [...]
Nel fango che era Longarone c'è di tutto: pezzi di mobili, scarpe, una tazza da caffè sbreccata, una montatura di occhiali senza lenti, una vecchia bambola con la testa a gomitolo, un libro, un quaderno. Ulderico, il vigile del fuoco che è venuto dall'Aquila a scavare, lo raccoglie, lo pulisce un po', e lo porta con sé, come fosse un oggetto prezioso. Nel fango che era Longarone si scava ancora per tanto tempo (anche se il tempo non vale più nulla). Il cielo, solcato da elicotteri e corvi, continua a essere azzurro per giorni e giorni. [...]
Ulderico, il vigile del fuoco, torna a casa. Apre la sacca in cui ha infilato gli scarponi e la divisa e, sul fondo, ritrova il piccolo quaderno salvato dal fango. Lo sfoglia per la prima volta: è riempito fino al 9 ottobre 1963. Le altre pagine sono bianche, anzi chiazzate di fango. L'ultima cosa scritta è un compito sulla mamma che non ha neanche un errore, a parte una parola sottolineata in rosso perché non esiste nel vocabolario. E sulla copertina c'è il mio nome, Marinella.


Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".














