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Storia | 04 novembre 2026 | 20:30

Una sconvolgente onda di acqua e fango si abbatté sulle comunità di montagna, portando via un "piccolo mondo antico". L'alluvione del 1966 segnò un prima e un dopo nel Bellunese

L'alluvione del 4 novembre 1966 è ricordata soprattutto per la devastazione che colpì Firenze, dove provocò 19 vittime, ma furono gravemente colpite anche diverse zone montane. In provincia di Belluno, ad esempio, si registrarono 26 vittime e l'evento ebbe una portata epocale. Ricordiamo cosa accadde a Somor (11 abitanti della frazione persero la vita), in Val di Zoldo e a California, villaggio annientato per sempre

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Prima che arrivasse Vaia, c'è stato un altro avvenimento epocale con cui diverse comunità di montagna hanno dovuto fare i conti. Per mezzo secolo, l'alluvione del Sessantasei è stata, per i bellunesi, l'ingombrante termine di paragone con cui confrontare qualsiasi evento meteorologico nefasto che si presentasse. Un punto fermo, una data viva nella memoria di chi allora c'era e di chi, pur essendo nato dopo, l'aveva scolpita nella mente attraverso i racconti degli adulti: 4 novembre 1966.

 

Come spiega bene il Cnr, "l'eccezionalità dell'evento non dipese soltanto dall'intensità delle precipitazioni, ma dalla combinazione di diversi fattori". Precipitazioni ingentissime concentrate in poche ore, venti di scirocco e flussi d'aria umida, terreni già saturi e impregnati dalle settimane precedenti: "Queste condizioni favorirono una risposta idrologica particolarmente intensa dei bacini, ulteriormente aggravata nelle aree alpine dalla fusione di parte della copertura nevosa".

 

Secondo le ricostruzioni l'evento - che interessò svariate zone d'Italia - causò 134 vittime e almeno 88.000 tra sfollati e senzatetto. Nelle regioni settentrionali le vittime furono 87, distribuite in nove province, con i bilanci più gravi a Trento e Belluno (26 vittime ciascuna) e Udine (14). Per avere un termine di paragone, nella città di Firenze le vittime furono 19.

 

Per la provincia di Belluno fu, almeno per come l'ho percepita, una data spartiacque, di quelle che sanciscono un prima e un dopo. Quella sconvolgente valanga d'acqua, fango e detriti che si abbatté su alcune minute comunità di montagna, fu come un'onda potente che accelerò cambiamenti già in atto, portando via con sé un "piccolo mondo antico", o quel che ne rimaneva dopo che il progresso della modernità aveva profondamente modificato i caratteri della società. Ripercorro la storia della mia famiglia e la intreccio con i fili della Storia (quella con la S maiuscola): erano trascorsi appena tre anni dal disastro del Vajont, era il periodo che seguiva il grande boom economico, era in corso già da tempo la discesa (di cui forse non si immaginava il carattere di fuga, per molti irreversibile) dai paesi di montagna verso le città e la pianura. 

 

Questo articolo non intende sviluppare una disamina approfondita di quanto accadde, ma desidera essere un'occasione per tenere traccia di tre storie che rischiano di scivolare nell'ombra, man mano che gli anni passano. Così, nel giorno del 60° anniversario dall'alluvione del '66, mi tornano alla mente tre comunità particolarmente toccate da quegli avvenimenti: Somor, Zoldo e California.

 

 

Falcade (Somor)


Le vittime dell'alluvione del '66 nella piccola frazione di Somor (immagine tratta dal libro L'alluvione. Falcade e la tragedia di Somor)

Pochi lo sanno, ma Falcade risulta essere il paese che nell'alluvione del '66 registrò la più alta percentuale di morti. Undici, per la precisione, e tutti in una piccola frazione di montagna, Somor (a 1395 metri di altitudine). Il libro L'alluvione. Falcade e la tragedia di Somor, da cui è tratto il testo che segue, aiuta a ricostruire quei drammatici accadimenti.

 

"Il nome Somor vuol dire "al sommo dell'orlo", perché è posto in una località esposta sull'altura, che circonda e quasi incombe sull'amena conca che diviene sempre più centro di ricercata villeggiatura. La sciagura si è verificata fulminea alle ore 16,30 del 4 novembre.

 

Per tutta la giornata era piovuto a dirotto e nevicato. E a quell'ora le strade si erano tramutate in violenti torrenti. In fondo alla valle, nel colatoio in cui defluiscono le acque, che scendono da Somor, lavoravano degli operai per regolarne il deflusso. Là, alle 16,15, era accorso preoccupato Ottavio Costa per dire che su a Falcade Alto, Angelica Costa Rolle da Somor (che sarà poi tra le vittime) pregava di avvertire di fare attenzione, perché poteva partire una frana, essendosi notate delle polle d'acqua attorno al suo fienile e ad un gruppo di case.

 

Dopo pochi istanti, in mezzo al rumoreggiare pur forte dei torrenti, s'udì uno spaventoso boato seguito da lampo e tuono. Poi confuse e lontane grida di soccorso. Cadeva una neve quasi tiepida, che si scioglieva prima di toccare il suolo. A breve distanza una dall'altra folgorarono due saette, che illuminarono con luce argentea intensa il colle nevoso, mentre il terreno tremava sotto i piedi. Il giorno seguente il Parroco, ripassando per il luogo, poté constatare che le folgori avevano aperto sul fianco del colle due piccole valanghe, a distanza di circa 50 metri dal sentiero percorso la sera precedente. Le altre persone accorse a Somor per aiuto, superata la frana, facevano passare i superstiti, dalle case rimaste in piedi, in quelle che sembravano più al sicuro: le ultime all'estremità del villaggio, dei Fassani e degli Eustacchi. Quella povera gente passò la notte d'uragano insieme, come stretti ed abbracciati in una sola famiglia. Nella notte vi capitò l'Ottavio Costa Moneghin, che sarà poi sempre presente, coraggioso, valido e all'incerto lume della candela in un lugubre silenzio, guardò in faccia una per una le 50 persone ivi raccolte. Non disse nulla, ma il tragico bilancio era fatto: mancavano dodici persone. Al mattino, ancora al buio, Ottavio con altri volenterosi ripassando tra le case diroccate, poté fare uscire dalla casa semidistrutta Maria Piccolin, sposa di Ganz Celestino detto Tinoto.

 

[...] Era rimasta per tutta la notte sola nella casa, impossibilitata ad uscirne e solamente allora si rendeva conto dell'entità della catastrofe. Ora il tragico bilancio era certo! Mancavano undici persone: Attilia Ganz, di anni 57, con la nipotina Eleonora di anni 7; Sergio Scola, di anni 12; Silvana Ganz di Giorgio, di anni 20; Elisabetta (Bettina) Costa, di anni 52, con il figlio Luca di anni 11; Antonia Piccolin fu Raffaele, di anni 61; Giovanni Costa Rolle, di anni 71, con la figlia Angelica di anni 46; Sperandio Ganz, di anni 65; Celestino Ganz, detto Tinoto, di anni 55".

 

 

Val di Zoldo


La targa che ricorda l'alluvione del '66 a Forno di Zoldo e un'immagine di quei giorni (foto di Bepi Zanfron)

C'è una targa attaccata sulla facciata di un edificio nella piazza di Forno di Zoldo. "Con l'alluvione del 4-5 novembre 1966, l'acqua del Maè e Prampera raggiunsero quest'altezza". I caratteri, incisi nel marmo, stanno sbiadendo, insieme ai ricordi di quei giorni.

 

Le cronache di quei giorni, riprese nel bel volume Novembre 1966 - L'alluvione che contiene il reportage fotografico di Bepi Zanfron, raccontano: "Forno è semidistrutto nella parte prospicente il torrente che continua a correre sulla strada. Case vecchie di centinaia di anni sono state sventrate dalla furia del Ru Gavo, un ruscello che scende dalla sinistra del Maè. Una cinquantina di vetture affiorano tra la ghiaia, quella stessa ghiaia che fino a qualche giorno fa si trovava a quota 2000 sul Giaron de la Fopa e che le acque dilaganti del Prampera hanno rabbiosamente rovesciato su Forno soffocandola sotto dieci metri di detriti".

 

Diverse frazioni sono isolate, molti gli edifici danneggiati e le infrastrutture distrutte. La strada che sale da Longarone si ferma la chilometro 9 da Forno, così come sono interrotti i collegamenti e lacunose le informazioni. Molti puntano il dito contro la diga di Pontesei e l'invaso, per aver frenato il naturale deflusso dei materiali durante la piena (dall'altro lato, il bacino artificiale impedì peggiori conseguenze più a valle). 

 

Di certo l'alluvione del '66 distrusse quasi tutte le "fusinele" ancora in piedi e, mentre lasciò riemergere oggetti e strumenti fabbrili seppelliti da precedenti inondazioni, mise la definitiva parola fine sulla lavorazione del ferro che aveva segnato per secoli la valle. "Non si rimane con le mani in mano in attesa che qualcuno risolva i problemi. Ci si dà da fare senza risparmio per accorciare i tempi verso la normalità". E così la Val di Zoldo va avanti, verso un nuovo presente "dopo" l'alluvione.

 

 

California


Intervento in Val del Mis per l'evacuazione degli abitanti dopo l'alluvione. Olivia Casanova, che abitava a I Pissa, immortalata mentre viene fatta passare sopra il torrente ancora in piena dentro una vanùia attaccata ad una teleferica - Foto di Bepi Zanfron, dall'archivio di Pieranna Casanova

La storia di California, una delle oltre novanta sparute borgate di montagna in cui si divideva sessant'anni fa la popolazione di Gosaldo, è una delle più struggenti. La racconta Dino Buzzati in un elzeviro pubblicato sul Corriere della Sera il 29 dicembre 1966:

 

"Di tutti i paesi messi in crisi il 4 novembre nella provincia di Belluno, California è il più sfortunato. Gli altri hanno avuto gravi ferite, California è stata annientata per sempre.

California è, pardon, era una delle novantadue frazioni del comune di Gosaldo, nome questo sconosciutissimo fino al mese scorso, nell'alto Agordino.

 

California sorgeva sul fondo valle, alla confluenza del fiumiciattolo Mis e del torrente Gosalda. Gosaldo invece sorge più in alto, sul fianco della montagna, ai piedi della Cima d'Oltro, di fronte al Piz di Sagròn.

 

La strada che collega California con la sorella frazione di Tiser è stata rabberciata alla bell'è meglio, tutta a gobbe su e giù, e le automobili ce la fanno se prendono la rincorsa al punto giusto. La strada che percorreva il Canale del Mis è un ricordo precedente il 4 novembre. L'automobile a un certo punto si ferma perché di strada non ce n'è più. Davanti, intorno, una immobile cataratta di terra, pietre e pietroni larga centinaia di metri. Dalla quale spuntano, ai margini, mozziconi sbilenchi di case, di muri, di una chiesetta, devastazione e rovina. Ma laggiù si eleva ancora, coi suoi vari corpi, terrazze, terrazzine, bauindo, l'Albergo California, giusto orgoglio di un paesino di montagna ai confini del mondo che si chiamava California.

 

California è un nome giusto per un posto come questo perché evoca lontananza, avventura, fortuna. Qui intorno, nei secoli scorsi, furono scoperti dei giacimenti d'oro, piccolini ma abbastanza per farci due modeste miniere, da chissà quanto tempo abbandonate. E per scherzo adottarono il nome.

 

"Ce n'era una là, di miniera — fa segno un giovanotto longilineo con la barbetta che si chiama Dario Masoch —, un'altra era là". Laggiù, dietro quella macchia di abeti.

"Qui c'era una stalla — spiega ancora Dario Masoch indicando il pietrame intorno —, qui c'era il CRAL, qui c'era la chiesa, qui c'era un negozio di generi alimentari, qui c'era la mia, qui c'era quella di mio fratello".

A California il verbo "essere" ormai si coniuga esclusivamente alla terza persona, singolare o plurale, dell'imperfetto o del passato remoto".

 

California a parte - dove non vi furono morti, ma fu un intero villaggio ad essere annientato dall'alluvione (come ricordava Fabio Dal Pan in questo articolo dedicato alla Valle del Mis) - le comunità alpine di allora seppero rialzarsi senza retorica, cucendo pazientemente gli strappi nel tessuto sociale ed economico delle valli. Rievocare quei nomi e quelle vicende è un modo per far sì che la memoria collettiva non si riduca a foto sbiadite o a targhe che il tempo tende a cancellare, ma possa diventare bussola per il domani.

 

 

In apertura, due dettagli tratti da fotografie d'epoca di Bepi Zanfron

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