Non ci furono morti, ma dopo l’esperienza di quella notte tutti abbandonarono la valle. A colpi di pedale lungo la strada del Canal del Mis

Ma a guardar bene i segni di resistenza ci sono. Lungo i tornanti che salgono verso Tiser un giovane coltellinaio ha aperto la sua bottega, poco sotto si sta costruendo un’area camper, diverse case ospitano B&B. Arrivati in centro al paese la salita è praticamente finita, e se si cerca un bar dove rifocillarsi non lo si trova. Magari, in un prossimo futuro, riaprirà anche quello. In compenso davanti la chiesa di San Bartolomeo c’è una grande fontana con attaccato un piccolo cartello di legno. Recita: "Acqua potabile di Tiser. Proprietà curative: toglie la sete"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Ci eravamo lasciati poco oltre il bar alla Soffia, dove la strada continua lungo il Canal del Mis verso la California, Tiser, e da lì a Gosaldo o Agordo. Da questo punto in avanti la valle inizia a stringersi e il traffico, anche d'estate, quasi smette di esistere.
C'è una cesura nettissima, come tra un prima e un dopo, tra la moltitudine del lago e la solitudine della parte alta della valle. La disparità di pieni e vuoti che attorno al lago si registra a livello cronologico, qui lo si avverte in senso geografico. Un chilometro prima la congestione, un chilometro dopo il deserto. Eppure la lunghezza è praticamente la stessa: cinque chilometri di valle con lago e cinque senza. Quello che c’è dal ponte in avanti sembra non interessare al grande pubblico, gli spazi si fanno più angusti, non ci sono bar, parcheggi, solo due piccole aree sosta lungo la strada.
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Il deserto, la solitudine, sono parole usate per descrivere questo territorio già decenni fa da Dino Buzzati:
“Il canale del Mis è uno dei posti più romantici e selvaggi che abbia mai conosciuto. I segni esteriori del progresso sono minimi, ciò che è un'ottima cosa. Le case rade. Le montagne ripidissime, dirupate, con un eccezionale gradiente di mistero. Il fianco sinistro della valle è formato dal gruppo dolomitico dei Feruc, singolare enclave di solitudine e di deserto nel cuore della civile d'Europa. In tutta l'Africa nera oggi non esiste più contrada altrettanto inesplorata. Niente strade, mulattiere, rifugi, baite, bivacchi. Solo qualche antichissimo sentiero, d'estate nascosto dalle erbe. D'autunno vi si avventura qualche cacciatore pazzo. I Feruc hanno rupi bellissime, eppure gli alpinisti inerpicati si lassù si contano sulle dita, tanto aspri sono gli approcci. Vipere. Corvi. Leggende perdute”.

La valle è stretta e dalla strada le vette attorno si perdono verso il cielo, a prima vista chiuse e inaccessibili. È il gruppo dei Monti del Sole, il cuore del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. Tra i pochi, primi, alpinisti a cui accennava Buzzati c'era Ettore Castiglioni che, con Detassis e Brunner, proprio sui Feruch nel 1935 portò a termine in una sola giornata due prime ascensioni, quella alla Cima Larga e alla Torre dei Feruch.
I Monti del Sole furono poi quasi dimenticati per tornare ad essere riscoperti solo decenni più tardi, nei primi anni '70, anche grazie alla costruzione del bivacco Valdo, prima (e tuttora unica) base di appoggio tra quelle crode di leggende perdute. L'esplorazione fu portata avanti quasi in contemporanea dai feltrini, tra i quali spiccavano Maurizio Zanolla “Manolo” e Diego Dalla Rosa, e dai bellunesi, fra tutti dalla cordata di Franco Miotto e Riccardo Bee, con questi ultimi che si dedicarono soprattutto l'imponente parete della Palazza, nella parte sud del gruppo. Miotto era stato a lungo uno dei “cacciatori pazzi” di cui parlava Buzzati. Poi un bel giorno scambiò la carabina con una macchina da cucire per la moglie e, già passati i quarant'anni, divenne uno dei più forti alpinisti dell'epoca.
Ma questa dovrebbe anche essere una specie di rubrica che parla - almeno lateralmente - di percorsi in bicicletta, quindi ora è il momento di dirlo: questa strada, che dalla Val del Mis porta fino a Forcella Franche è una delle più belle di tutte le Dolomiti.
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È ancora la stessa che fu terminata nel 1919 per ovviare al problema che “nessun commercio, nessuna relazione poteva stabilirsi fra la conca di Gosaldo e la vallata bellunese seguendo la valle del Mis, di rado percorsa da boscaioli e contrabbandieri” come scrisse Antonio Dal Fabbro in un articolo del 1922 per la rivista del Touring Club Italiano. Sono le stesse anche le strettissime gallerie in cui si vedono ancora i segni dei picconi degli operai nella roccia, che da vicino assomigliano alle pennellate furiose dell'ultimo Van Gogh.

Da allora, da quando scriveva Buzzati, il paesaggio ambientale non è cambiato quasi per nulla, quello che è cambiato è invece il paesaggio antropico. Qui gli espropri della diga non arrivarono. Ma è sempre stata l'acqua, in un'altra forma, a decidere il destino degli ultimi abitanti. L'alluvione del 4 novembre del 1966 sorprese chi abitava lungo il Canal del Mis.
Il livello del torrente (che normalmente alimentava il mulino dei Paganin a La Stua, a metà del Canal del Mis, dove c'era anche un'osteria) crebbe in una notte e l'acqua e si portò via tutto.
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Una delle immagini più famose di quell'episodio è quella di Olivia Casanova, un'anziana che abitava a I Pissa, immortalata mentre viene fatta passare sopra il torrente ancora in piena dentro una vanùia attaccata ad una teleferica. Non ci furono morti, ma dopo l’esperienza di quella notte tutti, nell’arco di pochi mesi, abbandonarono la valle.
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Il paesaggio ambientale non è cambiato quasi per nulla. Salendo in bici, poco prima di una curva a destra a tre quarti del Canale, si incrocia uno sbancamento, una ferita ancora aperta sul costato della montagna. A prima vista potrebbero sembrare dei normali lavori in corso, ancora con la rete di plastica arancione a fare da perimetro. Ma quei lavori e quella rete sono fermi lì dal novembre 2012, quando la Corte di Cassazione fermò i lavori della costruzione di una centrale elettrica lungo il Mis. Con una lungimiranza per lo meno discutibile, il Parco Nazionale aveva dato il nulla osta al progetto, pur all’interno del Parco.
Il Comitato Acqua Bene Comune, il WWF e il Cai si sono opposti e alla fine la Cassazione ha dato loro ragione. Una piccola grande vittoria dell'attivismo, un esempio di cosa possono fare i cittadini e le associazioni quando si muovono compatti contro delle opere che vanno a detrimento del bene comune (e dunque della democrazia). Ma quelle ferite rimangono, come la tristezza di quella recinzione arancione ormai sbiadita dal sole in un luogo dove “i segni esteriori del progresso sono minimi, ciò che è un'ottima cosa”.

Poco più avanti la salita si fa più accentuata per poi spianare nel punto più spettacolare di tutto il percorso. Sono i Serrai, dove sembra quasi di poter toccare la parete dell’altro versante, le colonne d’Ercole del Canal del Mis, che appena dopo, in località Titele, si apre in una conca assolata.
Qui vale la pena tornare un attimo alla strada, a quando, come e perché è stata costruita. Fino alla Prima Guerra due modi c'erano per oltrepassare i Serrai. Da sotto, lungo il greto del Mis, utilizzando delle precarie passerelle di legno che dovevano essere risistemate (o spesso ricostruite del tutto) ad ogni piena del torrente. Oppure da sopra, attraverso il Passo della Crosetta, un sentiero talmente stretto ed esposto che nemmeno i muli ci passavano tanto volentieri. Ecco perché la strada, una via di collegamento finalmente sicura e carrabile, fu per la gente della Valle del Mis, di Tiser e di Gosaldo tanto importante: “Finalmente si è resa una parte di giustizia anche a queste disgraziate popolazioni. E della suddetta strada possono trarre vantaggi anche i paesi ex austriaci di Sagron e di Mis” scrisse il settimanale “L'Amico del Popolo” in un articolo del 1920.
Questo per dire che per chi vive davvero in montagna l'ambiente naturale non è qualcosa di intoccabile, non lo è mai stato e mai lo sarà. Si è sempre andati a caccia, si è sempre tagliato gli alberi, si è sempre cavata la pietra. Si sono sempre costruite strade e ponti. L'ideale di una wilderness selvaggia e primordiale è un'immaginario di chi abita lontano e non deve avere a che fare ogni giorno con le difficoltà di chi in montagna ci abita davvero.
Le cosiddette grandi (ma anche medie e piccole) opere non sono perciò, di per sé, un dogma. Ma c'è molta differenza tra il costruire una strada per salvare dall'isolamento luoghi altrimenti condannati dall'isolamento, e realizzare invece, per dire, una pista da bob di cui beneficeranno forse poche decine di persone l'anno. Come sempre, come in tutto, quello che conta è il per chi si fa qualcosa, e la quantità di democrazia sotto questa scelta.
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Fattostà che ora, grazie a quella strada terminata nel 1919, noi adesso possiamo superare senza pensieri le Colonne d'Ercole dei Serrai, goderci il panorama e in un attimo uscirne sani e salvi in località Titele, dove il Canal del Mis si apre una conca assolata.
Un tempo non lontano da qui correva il confine di Stato tra il Regno d’Italia e l’Impero Austro-Ungarico: sulla sinistra c’è Gosaldo e poco oltre il Passo Cereda, già in Trentino Alto Adige. Sulla destra invece la strada sale verso Tiser e Forcella Franche, lo svalico che porta ad Agordo.
All’altezza del ponte di legno di Titele si incontra un cartello che indica “Ex California”. Questa zona, come altre nell’agordino, è stata da sempre sfruttata per i suoi giacimenti minerari in cui si cavavano ferro, rame e argento, ancora fino al secondo dopoguerra. Prima del 1966 in California abitavano una sessantina di persone, c’erano osterie, sale da ballo, anche un albergo dove d’estate si teneva una serata partecipatissima da valligiani e turisti in cui veniva eletta Miss California. Poi arrivò l'alluvione che si portò via tutto, lasciando solo altri fantasmi.
Ma anche qui, come per il lago, a guardar bene i segni di resistenza ci sono. Lungo i tornanti che salgono verso Tiser un giovane coltellinaio ha aperto la sua bottega, poco sotto si sta costruendo un’area camper, diverse case ospitano B&B.
Arrivati in centro al paese la salita è praticamente finita, e se si cerca un bar dove rifocillarsi non lo si trova. Magari, in un prossimo futuro, riaprirà anche quello. In compenso davanti la chiesa di San Bartolomeo c’è una grande fontana con attaccato un piccolo cartello di legno. Recita: “Acqua potabile di Tiser. Proprietà curative: toglie la sete”.
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