"Amava la montagna e fu inchiodato in una cella senza aria né luce. Amava la musica, e non poté suonare per anni". Massimo Mila: alpinista sulle note della libertà

Allievo di Renato Chabod, dal maestro imparò che l'alpinismo è prima ricerca, e poi azione. La stessa formula, si direbbe, vale per il suo attivismo politico e per la sua intensissima attività culturale. Il suo spirito tenacemente antifascista sin dalla prima giovinezza che gli costerà cinque anni di carcere. Divenuto partigiano dopo l'8 settembre, dalla sua penna ogni 25 aprile risuona una domanda: "Che cosa saremmo senza quell'esperienza?"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"Sì, sì, tutte belle cose, ma la libertà? Come la mettiamo colla libertà?".
In questa breve risposta, rivolta all'amico Giancarlo Pajetta, che cercava di convincerlo alle idee comuniste, forse si può racchiudere la parabola culturale e biografica di Massimo Mila. "È giovanissimo – scrive di lui Giuseppe Mendicino nel libro Portfolio alpino - ma sembra aver già raggiunto il suo futuro, lo vede e gli sembra a portata di mano".
Mila nacque a Torino il 14 agosto 1910, da un impiegato, poi divenuto commerciante, e una insegnante di scuola elementare. Proveniva da una tranquilla famiglia borghese, che "veleggiava nelle placide acque d’un patriottismo carducciano, nutrito d’ingenui entusiasmi nazionalistico-sabaudi".
Nel 1919 si iscrisse al liceo ginnasio M. D’Azeglio, frequentato dai figli della borghesia, poi noto anche quale fucina dell’antifascismo. Qui si ritrovano alcuni giovani che lasceranno un segno nel nostro Novecento: oltre a Mila, Norberto Bobbio, Leone Ginzburg, Cesare Pavese, Vittorio Foa, e altri. In questi anni Mila scopre le sue due grandi passioni: la musica e l'alpinismo.
Erano tempi in cui arrivare alle grandi pareti era tutt’altro che facile, e l'avvicinamento, in treno, a piedi o con mezzi di fortuna, portava ad un cittadino torinese il senso dell'avventura romantica e insieme della scoperta naturalistica. Così si dedicò ad avventurose escursioni in Valle d'Aosta e in Piemonte, che presto sarebbero divenute anche grandi scalate.
Tanti i Quattromila e i Tremila saliti in quarant'anni di alpinismo, tra i quali il Monte Bianco salito per quattro vie differenti, le Punte Whymper e Walker delle Grandes Jorasses nelle Alpi occidentali; la piccolissima di Lavaredo e la Marmolada nelle Alpi orientali. Scalare montagne – ricorda Mendicino - rappresenta per Mila una "passione necessaria".
Il suo grande maestro d’alpinismo fu Renato Chabod, grandissimo alpinista negli anni Trenta, poi ufficiale degli alpini, poi comandante partigiano. Da Chabod, Mila impara che l'alpinismo è prima conoscenza, poi azione. La ricetta è chiara: "Lo studio delle linee della montagna, delle cenge, dei ghiacciai, come necessaria premessa, quindi preparazione accurata, infine tanto coraggio".
Conseguita la maturità nel 1927, si iscrisse al corso di laurea in lettere dell’ateneo torinese. È allora che maturò il suo carattere orientato all’attivismo culturale e all’impegno militante. Durante gli anni universitari aderisce infatti, con gli altri amici del liceo, a Giustizia e Libertà, il movimento di Carlo e Nello Rosselli che cerca di coniugare principi di democrazia liberale e istanze di giustizia sociale. A soli 21 anni, nel 1931, si laurea in letteratura italiana con la tesi Il melodramma di Verdi, pubblicata poco tempo dopo da Laterza sulla spinta dell'apprezzamento di Benedetto Croce.
L’Italia però è nel pieno del regime: né l’attività culturale, né quella alpinistica sono benviste, se non quando asservite ai dogmi fascisti. Dopo un primo arresto nel 1929, nel 1935 viene condannato a sette anni di carcere: uscirà nel solo 1940, grazie a un'amnistia.
"Sono cinque anni sottratti alla sua gioventù, alle sue montagne, ai suoi studi post-universitari, con la sola consolazione di essere rinchiuso insieme ai suoi amici Ernesto Rossi, Vittorio Foa e Riccardo Bauer", racconta Mendicino. "In carcere creano una sorta di palestra di studi e di apprendimento, pur nelle loro misere condizioni di carcerati".
Nelle lettere spedite alla madre in questo periodo, non senza ironia, le chiede di infondergli coraggio, di dargli sostegno, e la rimprovera quando questa cede al dolore e al rimpianto. "Se non mi mancaste voi e la montagna – scrive il giovane - direi che è la miglior vita che posso desiderare: niente da fare, leggere, studiare, pensare".
"Era un modello di serenità, di accettazione della realtà e di atteggiamento positivo verso il futuro", racconterà il compagno di prigionia Vittorio Foa molti anni dopo. "Non ricordo di aver sentito da lui la minima lamentela. Egli amava appassionatamente la musica e non poté suonare una nota per anni. Egli amava la montagna appassionatamente e fu inchiodato in una cella senza aria né luce".
Nelle lettere dal carcere il pensiero corre costantemente alle montagne: "quando il tempo sembra passare più lentamente; quando accenna ai compagni di cordata che, liberi, continuano a salirle, come l'amico e maestro di scalate Renato Chabod; quando rimpiange quelli che sulle cime alpine perdono la vita, come Gabriele Boccalatte, travolto da una scarica di sassi durante un tentativo di ascensione all'Aiguille de Triolet". Così Mendicino riassume le numerose lettere dedicate alla sua grande passione.
Nei giorni successivi all'Armistizio dell'8 settembre 1943, l’allora trentatreenne Massimo Mila si unisce ai partigiani, divenendo commissario politico di Giustizia e Libertà nel Canavese. Cominciano così venti mesi "di fughe e rastrellamenti, di scarpinate su e giù per i monti, di pedalate senza fine nella neve e nel fango, di guadi dell'Orco due volte al giorno coi calzoni rimboccati e la bici da corsa a spalle". Mesi scomodi, ma guai a non averli vissuti.
Nel 1945, in un saggio pubblicato da Risorgimento, racconta la nascita della Resistenza contro i nazifascisti quasi con i toni quasi epici della sollevazione popolare. "Fu così che in quei giorni tra l'8 e il 10 settembre 1943 tanti pacifici lavoratori - operai, impiegati, artigiani e studenti, che l'età e i doveri militari ponevano al bivio di accettare il nuovo padrone o fuggire e, se cercati, difendersi in qualche modo - si trasformavano in ‘ribelli’, come prima istintivamente si chiamarono per antica abitudine alla servitù; poi, più coscienti dei propri diritti e della causa giusta da loro stessi difesa, partigiani e patrioti".
Nel dopoguerra insegna Storia della musica al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino. Inizia anche una lunga collaborazione come critico musicale con L'Unità e, dalla metà degli anni Cinquanta con L'Espresso. Tra la fine della guerra e fino ai suoi ultimi giorni scrive saggi ancora oggi insuperati di storia della musica: tra tutti, Breve storia della musica, L'esperienza musicale e l'estetica, Mozart e la ricerca della felicità, Compagno Strawinsky.
Anche l’alpinismo pretende il suo spazio nella sua attività di scrittore: "la precisione con cui descrive vette, ambienti naturali e scalate - scrive Mendicino - si accompagna a un innato senso dell'ironia, ma anche a un particolare senso dell'umorismo, in parte insiti nel suo carattere in parte voluti, per non prendersi troppo sul serio, per evitare i rischi della retorica".
Nella raccolta postuma Scritti di montagna, del 1992, sono contenuti i suoi "récit d'ascension", tesi a raccontare fedelmente i fatti e l'ambiente e, per alleggerire la lettura o per modestia, commenti tra l'ironico e l'umoristico. Oggi questo genere, fondato sulla sottovalutazione dell'impresa, è ormai desueto, sorpassato – con tutto rammarico di Mila – dalla narrazione delle vertiginose difficoltà dell’alpinismo contemporaneo.
Le sue stesse virtù di alpinista divenivano oggetto di autoironia quando si trova a commentare la sua ammissione nel Club Alpino Accademico: "Sono entrato a far parte degli accademici più per meriti letterari e culturali che per meriti alpinistici". Non era vero, puntualizza il biografo, basti pensare che un certo Dino Buzzati, che di meriti letterari ne aveva non pochi, vide sempre respinte le sue domande di far parte degli accademici del Cai.
Dopotutto, quello dell’ironia era in fondo anche uno stratagemma per nascondere una emotività molte volte trattenuta, forse per pudore o piemontese sobrietà. Soltanto nel suo breve scritto Capitolo primo e ultimo di un'autobiografia alpina, del 1981, lascerà trasparire una forte emozione ricordando con affetto le primissime avventure alpinistiche in Val Sangone, con la madre. Qui spiega anche come a suo avviso ci siano due modi d'intendere e praticare l'alpinismo: uno è quello ‘...intensivo, in profondità, come lo praticano i montanari’, l'altro consiste nel viaggiare da una valle all'altra, scalando le vette più importanti e poi presto andarsene via". Mila si riconosce nel secondo.
Dal 1967 scriverà solo per La Stampa, e insegnerà Storia della musica all'Università di Torino dal 1962 fino al 1975, ma senza mai ottenere la cattedra ordinaria. Chi ebbe la fortuna di seguire le sue lezioni ne conserverà per sempre il ricordo. Morirà nella sua Torino, nel 1988.
Il 10 settembre 1983, su La Stampa usciva un articolo a firma di Massimo Mila dal titolo Il mio 8 settembre, in montagna con la bici da corsa. Qui, il partigiano ormai settantenne si chiedeva: "Che cosa saremmo senza quell'esperienza?".
Questa domanda, vorremmo ora capovolgerla al lettore, soprattutto ai lettori più giovani che non vi hanno partecipato e ne conservano una memoria soltanto indiretta: Che cosa saremmo senza quell’esperienza?
Felice Festa della Liberazione.












