Contenuto sponsorizzato
Storia | 28 maggio 2026 | 06:00

Alle vette che gli strapparono un compagno rivolse un canto-preghiera, poi diventato tra i più conosciuti delle Alpi. Compie 91 anni "Bepi" De Marzi, organista e direttore di coro celebre in tutto il mondo

"Dio del cielo, Signore delle cime, un nostro amico hai chiesto alla montagna". De Marzi aveva solo ventitré anni quando compose il suo capolavoro, che all'inizio recitava diversamente. Il compositore racconta a L'Altramontagna la sua infanzia e l'origine del canto dedicato all'alpinista e amico Giuseppe Bertagnoli, morto prematuramente tra i valloni della Valle del Chiampo

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Il 28 maggio di quest’anno, il direttore di coro e organista Giuseppe De Marzi compie 91 anni. Fu lui a comporre Signore delle Cime: il canto-preghiera dedicato alla montagna più celebre in Italia e non solo. Tanto riconosciuto come inno collettivo che da molti è considerato un canto popolare di autore ignoto.

Non tutti sanno, invece, che l’opera è un ricordo scritto da De Marzi in onore dell’amico alpinista Giuseppe Bertagnoli, morto prematuramente, e che le "cime" che oggi cantano da ogni parte del mondo sono le crode e i valloni delle Prealpi vicentine.

 

"Bepi", come si è sempre fatto chiamare, nacque ad Arzignano, nella valle del Chiampo, il 28 maggio del 1935, da una famiglia piuttosto insolita: la madre figlia di artigiani milanesi, il padre tecnico industriale, figlio di fornai.

 

"Il sogno di mia madre, nata a Milano, figlia di un prestigioso artigiano appassionato di musica, con un posto riservato alla Scala, era di avere un figlio che suonasse il pianoforte. Mio nonno materno aveva conosciuto, e gli era diventato amico devoto, il compositore Alfredo Catalani, che aveva dato alle sue Opere Liriche titoli con nomi femminili: Wally, Dejanice, Elda, Edmea… E mia mamma era stata battezzata proprio Edmea".

 

"Mio papà si chiamava Giovanni, detto Nini, figlio del fornaio, tecnico e collaudatore della grande e prestigiosa ditta Elettromeccanica di Arzignano, la Pellizzari, con più di mille dipendenti. Produceva motori elettrici e macchinari di altissima qualità".

 

 Il suo fu un parto prematuro, racconta lo stesso Giuseppe De Marzi a L’Altramontagna. "Mia nonna Angela pregava per me che ero destinato a morire subito, tanto ero incompiuto, che si usava dire malmesso".

 

"Hanno chiamato mio nonno per battezzarmi subito perché l’ostetrica arrivata nella notte aveva esclamato: "Poveretto!". Mio nonno si chiamava Giuseppe, ‘Bepi fornaro’, con il forno per il pane vicino alla mia abitazione di Castello d’Arzignano, appena dentro Porta Cisalpina. Mi ha dato in fretta il suo nome".

- "Bepi, ti battezzo nel nome del Padre…".

- "Non Bepi", sussurrò l’ostetrica, "lo battezzi Giuseppe".

"Mia mamma soffriva e, me lo ha ricordato: piangeva a letto semisvenuta, pregando. Mio papà era lontano, richiamato al servizio militare per la Guerra d’Africa: faceva il ‘Marconista di bordo’ sugli aerei da caccia ad ala doppia".

 

Pareva destinato alla morte, il piccolo Giuseppe, eppure avvenne il miracolo. Fu allora, a detta della madre, che il piccolo mostrò per la prima volta il suo talento artistico.

 

"Poi l’ostetrica è tornata a casa prima dell’alba. Il suo cognome era Organo, la levatrice Lavinia Organo. Nel pomeriggio di quel giorno di maggio del millenovecentotrentacinque, il ventotto, è tornata per chiedere quando sarebbe stato il funeraletto di Giuseppe.

Stavo in un grande cesto, una specie di culla, appoggiata con delicatezza di pezze e bambagia sulla pietra del focolare.

Alla domanda della signora Organo ho emesso un suonetto inatteso e mia mamma, riprendendosi dalla seggiola imbottita, allestita vicino al focolare, ha detto: ‘Caro il mio bambino che suona subito!’".

 

Da lì in poi, la sua fu una vita come le altre, almeno fino a quando compose il suo capolavoro. Intanto, il bambino cresceva con un’intelligenza fuori dalla media e una crescente passione per la musica.

 

"Ho imparato a leggere e scrivere che non avevo ancora compiuto i cinque anni: copiavo le lezioni per casa di mia sorella Angela che aveva due anni più di me. Siamo andati ad abitare in paese, Arzignano e, dopo nemmeno un anno di asilo sono entrato in classe prima elementare. Quando però è cominciata la guerra, mio papà ha scelto la prudenza cercando un luogo lontano dal centro abitato. Sono stati i due anni più poetici della mia adolescenza, a Restena, una piccola valle tra le grandi valli del Chiampo e dell’Agno. Studiavo già il pianoforte che la mia famiglia aveva acquistato proprio per me".

 

Nella Valle del Chiampo cominciavano a organizzarsi le prime concerie, molte delle quali sono attive ancora oggi. Tra queste, l’Officina Pellizzari di Arzignano, che produceva pompe, motori elettrici, ventilatori e alternatori di alta qualità, con più di duemila dipendenti, il cuore industriale della zona. Nel frattempo, il figlio del fondatore, il giovane Antonio Pellizzari, stava organizzando nella grossa cittadina di quasi trentamila abitanti un centro culturale, che comprendeva una Libera Scuola di Musica. Già venivano a suonare i migliori musicisti della Scala di Milano, poi si producevano in conferenze gli intellettuali di quegli anni, e basti per tutti il nome di Massimo Mila.

 

"Io partecipavo con curiosità e passione, anche perché avevo cominciato a studiare la musica fin da bambino suonando il pianoforte. Nel mentre, frequentavo una scuola superiore a Valdagno, ma con pochissimi risultati. Fu così che i miei genitori e mia sorella, che ha due anni più di me, si sono riuniti per decidere il mio futuro: ‘Beppino non ha voglia di far niente perché passa il tempo a leggere e a suonare il pianoforte: è meglio che studi soprattutto la musica’. Ho obbedito cominciando a perfezionarmi in vari strumenti e nella composizione".

 

Ebbero ragione. Aveva solo 23 anni, De Marzi, quando scrisse il testo e la musica del suo capolavoro: pensato per essere eseguito dal coro de "I Crodaioli" di Arzignano (fondato dallo stesso De Marzi), "Signore delle cime" era destinato a diventare un successo mondiale, tradotto in molte lingue e rielaborato per diversi tipi di rappresentazione.

 

Il brano nasce come una commemorazione funebre in ricordo dell'amico Bepi Bertagnoli, la cui vicenda, a quel punto, si intreccia per sempre alla storia di De Marzi.

 

Giuseppe Bertagnoli, anch’esso detto "Bepi", aveva vent’anni quando salì sulle montagne vicentine di ponente per unirsi ai partigiani. Studente all’Università di Padova, figlio di un orefice di Arzignano piuttosto agiato, scalatore e sciatore, ha percorso i mesi della Resistenza con il nome di battaglia "Fuoco".

 

"Libero di pensiero, audace, disobbediente per natura e per cultura, cercatissimo dalle ragazze". Così lo descrive l’amico De Marzi.

 

Finita la guerra, Bertagnoli riprende gli studi di Chimica a Padova. Socio attivissimo del Club Alpino Italiano, in quel periodo si adoperava anche per realizzare un luogo di sosta per gli escursionisti, oltre l’ultimo paesino della Valle del Chiampo, Campodalbero. Scelse la località "La Piatta".

 

"Ancora oggi, a distanza di settant’anni, - racconta De Marzi - andare in montagna per noi significa andare ‘alla Piatta’. Intorno ci sono montagne non più alte di duemila metri: il Monte Marana, il Monte Gramolon, il Passo della Scagina che porta ai pascoli di Frasèle - pronunciato con la esse dolce - poi Le Lobbie, il Monte Zevola, fino al Passo degli Scalorbi da dove si può scendere a Recoaro oppure nella Valle dell’Adige, la cosiddetta Val Lagarina".

 

Ormai prossimo alla laurea, nella primavera del 1951, Bertagnoli era salito da solo, come usava fare spesso, alla Piatta. Gli amici del Cai l’avrebbero raggiunto proprio la domenica delle Palme. Nella notte immediatamente prima c’è stata una forte nevicata sulle montagne della Piatta, così, la mattina, Bepi era uscito per fare delle foto in attesa degli amici.

 

Arrivati verso mezzogiorno, quest’ultimi hanno notato le sue impronte, le tracce degli sci, ma alzando lo sguardo si accorsero che più in alto tutto era stato sconvolto da una valanga. Bertagnoli era stato travolto da una slavina nel Vallone della Scagina, proprio sul sentiero che porta al Passo.

 

"Nella Valle del Chiampo si diffuse il dolore, lo sgomento", ricorda Bepi De Marzi. "Il suo corpo è stato trovato solo alla fine di maggio, quando la neve ha cominciato a fondere anche nel cupo vallone di rocce e mughi".

 

Negli anni a seguire, De Marzi, tornato dal servizio militare, cercava di mettere a frutto i suoi studi di musica. Fu così che nacque l’idea di unire alcuni soci Cai per formare un coro sul modello del grande complesso della Sat di Trento.

 

"Abitavo nel centro di Arzignano, vicino al Duomo di Ognissanti, dove già suonavo come organista titolare. Al pian terreno della mia casa c’era un’osteria dove si giocava a carte con un frastuono di grida che perfino mi divertiva. Studiavo sempre, suonavo anche otto ore al giorno e i giocatori, tra una bestemmia e una risata dicevano ‘senti come ci dà dentro quel De Marzi’".

 

"Era primavera. Dalla morte di Bertagnoli erano passati sette anni, ma il ricordo era ancora vivo nella valle tutta". Intanto, la voce della bravura di questo giovane musicista prese a girare in Paese, e fu allora, nel 1958, che gli fu chiesto di comporre il suo futuro capolavoro. "Beppino, perché non scrivi un canto per Bepi Bertagnoli? Tra poco andremo su alla Piatta a mettere una lapide in sua memoria…".

 

Nacque così il canto che oggi quasi tutti conosciamo, che tuttavia, all’inizio, recitava diversamente.

"Il canto per Bertagnoli l’ho scritto nel tinello di casa mia, sul pianoforte che mio papà e mia mamma avevano comperato per me, che era costato diciottomila lire e si pagava la tassa perché era considerato un ‘bene di lusso’. Credo di avere impiegato non più di trenta o quaranta minuti: "Dio del cielo, Signore delle vette…".

 

Alla prima prova, uno dei tenori, Ezio Ferrari, fece notare al compositore che "vette" si cantava con difficoltà, che sarebbe stato meglio piuttosto dire "cime".

 

Dio del cielo,
signore delle cime,

un nostro amico
hai chiesto alla montagna.
Ma ti preghiamo,
su nel paradiso,
lascialo andare
per le tue montagne.

 

Il canto fu eseguito per la prima volta nell'ottobre del 1958 in occasione della cerimonia di posa di una lapide a ricordo del defunto Bepi Bertagnoli.

 

"Dopo qualche settimana di prove siamo saliti alla Piatta e abbiamo intonato per la prima volta il canto, durante la messa celebrata da un sacerdote di Ognissanti, don Giovanni Battaglia, che era stato imprigionato e torturato dai fascisti nel 1944".

 

Il canto è stato raccolto anche dai cori del Vicentino, soprattutto a Valdagno, "dagli Amici dell’Obante diretti da Gianni De Toni che aveva una bellissima voce di tenore". Di lì, il coro si diffuse in tutto il mondo, andando ben oltre il compianto per l’amico scomparso e arrivando ad abbracciare un messaggio di fratellanza universale. Come si suol dire: il resto è storia.

 

"La prima volta che sono andato in Australia, negli Anni Settanta, a suonare il clavicembalo con I Solisti Veneti, - conclude De Marzi - all’aeroporto di Perth siamo stati accolti da un coro che, nel piccolo vento della sera autunnale, ha intonato Signore delle cime".

SOSTIENICI CON
UNA DONAZIONE
Contenuto sponsorizzato
recenti
Idee
| 04 giugno | 18:00
L'alta montagna diventa un'ancora di salvezza nel momento in cui, da spazio di sola fuga, offre anche la possibilità [...]
Cultura
| 04 giugno | 13:00
Sono quattro i percorsi espositivi a palazzo Baisi durante il Festival de L'Altramontagna "Il Fiore del Baldo". [...]
Idee
| 04 giugno | 12:00
Una riflessione su come la connessione con il mondo naturale subisca una flessione nel passaggio dall'infanzia [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato