Fu tra i primi ad arrivare sul luogo della strage: c'era anche il corpo di suo figlio tra quelli straziati e gettati nella fossa. Poi divenne custode del sacrario

Un aspetto poco conosciuto della vicenda dei Martiri del Turchino riguarda la figura di Casimiro Ulanowski, padre di Walter - uno dei 59 fucilati nell’eccidio del 19 maggio 1944 - e per anni custode del Sacrario. A pochi metri dal monumento, nascosta tra gli alberi dell'Appennino, esiste ancora la piccola casupola in cui visse per lungo tempo accanto al luogo della memoria

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Un aspetto poco conosciuto della vicenda dei Martiri del Turchino riguarda la figura di Casimiro Ulanowski, padre di Walter — uno dei 59 fucilati nell’eccidio del 19 maggio 1944 — e per anni custode del Sacrario.
A pochi metri dal monumento, nascosta tra gli alberi dell’Appennino, esiste ancora la piccola casupola in cui visse per lungo tempo accanto al luogo della memoria. Oggi la struttura porta inevitabilmente addosso i segni del tempo, ma al suo interno sono ancora presenti oggetti, dettagli e tracce della vita quotidiana del custode. Sulla porta resiste persino la targhetta originale.

Fu anche tra i primi ad arrivare sul luogo della strage dopo l’eccidio, partecipando al recupero dei corpi gettati nella fossa. Tra quei resti straziati c’era anche quello di suo figlio.
Dopo quella tragedia trascorse gran parte della propria vita accanto al Sacrario, diventando una presenza familiare per chi frequentava quel luogo. Negli anni scrisse anche il libro Dalla Benedicta alla Fossa del Turchino, testimonianza diretta legata alla memoria dell’eccidio e a quanto vissuto in prima persona.

Non lontano dalla baracca sopravvive un’altra testimonianza poco nota: un Cristo scolpito nella roccia sotto la strada del Faiallo, poco al di sotto del luogo della strage. Un’opera semplice, realizzata direttamente nella pietra, che ancora oggi compare quasi all’improvviso tra il bosco e la strada.
Sempre nella stessa zona incise anche, su uno spuntone di roccia, una rappresentazione simbolica del male con le sembianze del Duce, indicato come responsabile della tragedia del Turchino. Tracce quasi nascoste nel paesaggio, ma capaci ancora oggi di raccontare il legame profondo e personale che quell’uomo mantenne per tutta la vita con quei luoghi e con la memoria dei martiri.

Negli anni successivi alla sua scomparsa, a occuparsi concretamente della manutenzione dell’area del Sacrario sono stati soprattutto i volontari della Squadra-81 "Cinghialisti" di Mele. Recentemente anche Anpi Genova ha manifestato interesse per la situazione della struttura e per una possibile collaborazione con i Comuni di Mele e Genova finalizzata al recupero della casupola.

Più dei grandi monumenti, a volte sono proprio questi luoghi semplici e apparentemente marginali a raccontare in modo schietto il rapporto tra memoria, territorio e vita quotidiana.













