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Storia | 15 maggio 2026 | 06:00

In principio un ronzio innocuo sopra ad Asiago. Poi, un mostro d'acciaio ha iniziato a scuotere le valli con proiettili da 635 chili. A 110 anni dalla cosiddetta "Strafexpedition"

Il 15 maggio 1916 cominciava quella che è passata alla storia come "Strafexpedition". Nella battaglia, che incendiò le montagne del Vicentino fino alla fine di luglio, gli austriaci sfiorarono l'obiettivo di calare nella pianura veneta, ma furono fermati. Fra le conseguenze dello scontro, l'esodo di decine di migliaia di civili e la distruzione di interi paesi montani

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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È l’alba del 15 maggio 1916. Tutto tace sul fronte delle Prealpi vicentine, nonostante da un anno tutta la provincia di Vicenza sia ormai zona di guerra. Ma il fronte caldo non è qui, è più a est, lungo l’Isonzo: lì, fra il giugno 1915 e il marzo 1916 si sono consumate le prime cinque "spallate" che il generale Cadorna, capo di Stato Maggiore del Regio Esercito, ha voluto per sfondare le difese austro-ungariche e puntare su Vienna.

 

È stato un bagno di sangue che non ha portato a nessun risultato. Ma è sull’Isonzo che, secondo Cadorna, arriverà la vittoria. Tutto il resto del lungo fronte – oltre 600 chilometri totali – che va dal confine svizzero alla Carnia, è considerato di secondaria importanza: compito delle armate schierate sulle montagne è quello di tenere le posizioni e assicurare il fianco sinistro alle truppe schierate sul fronte giulio.

 

Tutto tace quella mattina. No, non tutto. In principio è soltanto un ronzio, il rumore di un aeroplano da ricognizione austriaco: sorvola Asiago, ma sembra innocuo, tanto è alto nel cielo che va schiarendo.

 

Ore 7:00. Un boato scuote le valli. È un colpo di cannone, un gigantesco pezzo Škoda da marina che spara proiettili di 35 cm di diametro pesanti 635 kg, gittata massima 31 chilometri. Gli austriaci l’hanno posizionato sulla penisola di Calceranica, fra i laghi di Levico e Caldonazzo, soprannominandolo "Il Lungo Giorgio". È questo mostro d’acciaio a dare l’avvio a quella che passerà alla storia per gli italiani come Strafexpedition, la spedizione che doveva punire l’Italia per il tradimento della Triplice alleanza.


Franz Conrad von Hötzendorf

L’operazione, che per gli imperiali è la Frühjahrsoffensive, ossia l’"Offensiva di primavera", è stata elaborata dal capo di Stato Maggiore austriaco Franz Conrad von Hötzendorf. Il piano sulla carta è semplice: sfondare sulle Prealpi vicentine, occupare rapidamente Vicenza e Venezia e intrappolare in una sacca le armate italiane schierate lungo l’Isonzo. Se riesce, sarà la vittoria e l’uscita dell’Italia dalla guerra.

 

Per la riuscita dell’operazione von Hötzendorf ha radunato il meglio delle truppe di cui dispone: due armate, la 3a e l’11a, per un totale di 193 battaglioni e quasi 300.000 uomini, sono state raggruppate in segreto nelle valli trentine. Il comandante austriaco ha chiesto anche più volte ai tedeschi l’invio di rinforzi, ma questi, impegnati a scatenare l’offensiva che passerà alla storia come "Battaglia di Verdun" li hanno sempre negati. Gli austro-ungarici sono dunque soli, ma contano sul fattore sorpresa e sono convinti che gli italiani cederanno presto.

 

Al colpo del "Lungo Giorgio" si uniscono altre 1200 bocche da fuoco. Sulle trincee italiane si scatena un inferno di fuoco. Quando torna il silenzio le fanterie austriache scattano all’attacco su un fronte che va dallo Zugna all’Altipiano dei Sette Comuni. Gli italiani sono colti di sorpresa: le prime linee vengono presto travolte. Si scatena il caos. Nel giro di cinque giorni cadono il Soglio d’Aspio e il monte Maronia, sull’altipiano di Folgaria, poi il monte Maggio; infine il Col Santo, a nord del Pasubio.

 

La 1a armata italiana, da pochi giorni al comando del generale Guglielmo Pecori Giraldi, cerca di far affluire tutti i rinforzi possibili, ma la situazione appare presto disperata: il 21 maggio gli austriaci conquistano Tonezza, il 23 maggio cima Portule; il 27 prendono Arsiero, in Val d’Astico, il 28 maggio Asiago. Col passare dei giorni però l’offensiva rallenta, per necessità logistiche ma anche per la resistenza disperata degli italiani. Il 30 maggio, in Vallarsa, fallisce il tentativo austriaco di conquistare Passo Buole, da allora soprannominato "Termopili d’Italia".

 

Ma l’offensiva non si arresta. Il 3 giugno cade il monte Cengio: davvero per gli imperiali la pianura sembra a portata di mano. Il giorno seguente però una novità sconvolge i piani di von Hötzendorf. Sul fronte orientale i russi scatenano una poderosa offensiva, costringendo gli austriaci a sottrarre importanti forze dallo scacchiere italiano.


Monte Zebio: la distruzione dopo la battaglia

L’offensiva contro l’Italia si spegne così il 16 giugno, con l’ordine dell’arciduca Eugenio d’Asburgo, comandante della 3a armata, di sospendere le operazioni e di far assumere alle truppe un atteggiamento difensivo. Il giorno successivo, considerata la necessità di accorciare il fronte, il comando imperiale dispone l’arretramento delle truppe su una linea che consenta di sfruttare al massimo il terreno, in posizioni di vantaggio. Questo si svolge la notte del 25 giugno, cogliendo ancora una volta di sorpresa gli italiani, che nelle settimane successive tenteranno, senza successo, di attaccare i baluardi difensivi degli avversari.

 

Il 27 luglio ha termine ufficialmente la "Battaglia degli Altipiani". Il bilancio finale, fra morti, feriti, dispersi e prigionieri, è di oltre 147.000 italiani e quasi 83.000 austro-ungarici. Grave è anche il tributo pagato dai civili: l’offensiva porta alla distruzione di numerosi paesi della montagna vicentina, con la cancellazione, resa completa nei due anni che seguiranno, di moltissimi fabbricati storici, testimonianza dell’architettura "cimbra" sugli Altipiani.


Le rovine di Asiago

Ingente è poi il numero dei profughi: almeno 70.000 sono le persone costrette ad abbandonare in tutta fretta e nel caos le proprie case. In assenza di un piano per gestirle, le autorità italiane le smisteranno dapprima nella pianura veneta e quindi in diverse località del centro-nord, spesso suscitando l’ostilità del resto della popolazione, già provata dalla guerra.

Come raccontano Storia di Tönle e L’anno della vittoria di Mario Rigoni Stern, durissime furono le condizioni di queste famiglie nel loro esilio forzato e non meno duro fu il ritorno nei paesi distrutti a guerra finita.

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