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Attualità | 14 maggio 2026 | 18:00

Parete d'arrampicata chiusa per tutelare gli uccelli: diversi climbers criticano la decisione. Chi scala vuole avvicinarsi alla natura oppure considera la montagna uno spazio da consumare?

La parete Catullo non è l'unica falesia della zona e una limitazione temporanea durante il periodo riproduttivo non impedisce certo di praticare questo sport. Eppure, attorno alla chiusura della parete, sono comparsi numerosi commenti polemici. È necessario ricordare che "rispettare i divieti temporanei o evitare le zone di nidificazione non significa rinunciare allo sport, ma proteggere una biodiversità che appartiene a tutti e che non può difendersi da sola"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Le pareti rocciose non sono soltanto luoghi di sport. Sono ecosistemi verticali delicati, abitati da specie che dipendono da fessure, cenge e anfratti per sopravvivere e riprodursi. E proprio qui nasce una delle contraddizioni più evidenti dell'arrampicata contemporanea: un'attività che si definisce a contatto con la natura rischia, se praticata senza consapevolezza, di compromettere gli equilibri biologici delle pareti che frequenta.

 

Conosciamo gli abitanti della parete di Oltrezengol

A Oltrezengol, nel comune di Nago Torbole in Trentino, questa convivenza è arrivata a un punto di rottura. Il segnale d'allarme arriva da 100 ore di osservazione documentata, 20 giorni di monitoraggio, 10 persone esperte, due guardie zoofile e una serie di dati che non lasciano spazio a dubbi.

 

La parete Catulo ospita colonie attive di rondone maggiore (Tachymarptis melba) e rondine montana (Ptyonoprogne rupestris). Queste specie nidificano in pareti rocciose e grotte, dove il primo deposita le uova in sporgenze o fessure mentre la seconda costruisce il nido sulle pareti verticali rocciose. Assieme a loro ci sono una coppia di falco lodolaio (Falco subbuteo) che frequenta assiduamente la parete, nei pressi del nido dell'anno scorso. La sommità della falesia è frequentata anche da una coppia di biancone (Circaetus gallicus), che si riproduce in una zona boschiva vicina e una coppia di nibbio bruno (Milvus migrans), osservata in nidificazione ma a rischio fallimento a causa del disturbo antropico in parete.

 

Queste sono specie di interesse comunitario con tutela rafforzata ai sensi dell'Allegato I della Direttiva Uccelli, che corrisponde al livello di tutela più elevato e comporta misure speciali di conservazione e la designazione di Zone di Protezione Speciale. Sono specie perfettamente adattate agli ambienti rupestri, ma estremamente vulnerabili al disturbo durante la riproduzione. Questi uccelli sono spesso invisibili agli occhi di chi, munito di corda, imbrago, grigri, moschettoni e rinvii, si prepara a partire dopo aver pianificato con tanta cura l'itinerario. Sembra che nella preparazione sia irrilevante pensare che nella fessura sopra il secondo spit, nell'anfratto accanto alla sosta, o nella nicchia, ci possa essere qualcuno che ha bisogno di quella roccia per sopravvivere.

Rondone maggiore, © Burkhardt Marcel, ornifoto.ch

Rondone maggiore, © Burkhardt Marcel, ornifoto.ch

 

Cosa succede quando arriviamo in parete: il punto di vista di chi nidifica

Gli effetti dell’arrampicata sulla fauna sono ampiamente documentati dalla letteratura scientifica. La presenza umana in parete, il rumore dell’attrezzatura, i movimenti improvvisi, le vibrazioni e la manutenzione delle vie possono alterare comportamenti fondamentali come corteggiamento, alimentazione e difesa del nido, compromettendo il successo riproduttivo delle specie che vivono sulle pareti. In alcuni casi documentati, giovani rondoni spaventati dalla presenza di climbers si sono lanciati nel vuoto morendo nell’impatto con il terreno.

 

Anche il disturbo continuo può spingere le coppie ad abbandonare il sito di nidificazione, come sarebbe accaduto recentemente alla coppia di nibbio bruno a Oltrezengol. L’impatto non riguarda soltanto gli uccelli. Le attività di chiodatura e attrezzatura delle vie possono danneggiare anche piante, microrganismi e gli equilibri ecologici della parete stessa.

 

La risposta delle associazioni: monitoraggio, informazione e presidio

Di fronte a questa situazione, LIPU, WWF e SOS Altissimo hanno deciso di intensificare l'azione. Non si tratta di una guerra contro l'arrampicata, ma di un'operazione di tutela basata su dati concreti e normative esistenti. Le tre associazioni annunciano per la stagione in corso un presidio straordinario di volontari, esperti ornitologi, naturalisti e guardie zoofile, che si alterneranno a turno nel periodo riproduttivo.

 

L'obiettivo dichiarato non è lo scontro con il mondo dell'arrampicata, ma la convivenza. Volontari, esperti e guardie zoofile saranno presenti per informare e sensibilizzare chi arrampica sulla fragilità dell'habitat che sta frequentando, vigilare sul rispetto delle normative esistenti e monitorare le specie presenti, distribuendo pieghevoli informativi e dissuadendo eventuali climber di tutte le nazionalità ricordando le normative vigenti sul disturbo alla fauna selvatica.

 

Il messaggio delle associazioni è chiaro: "Il nostro obiettivo non è lo scontro, ma la convivenza pacifica. L'arrampicata è un'attività sportiva basata sul contatto con la natura, ed è proprio agli sportivi che chiediamo un atto di responsabilità. Rispettare i divieti temporanei o evitare le zone di nidificazione non significa rinunciare allo sport, ma proteggere una biodiversità che appartiene a tutti e che non può difendersi da sola".

 

Le normative esistono: il problema è farle rispettare

 

La tutela della fauna rupestre non dipende soltanto dal buon senso, ma anche da norme precise. La Direttiva Uccelli dell’Unione Europea (2009/147/CE) impone agli Stati membri la protezione delle specie inserite nell’Allegato I e dei loro siti riproduttivi, mentre in Italia la legge 157/92 vieta il disturbo della fauna selvatica durante la nidificazione. Interferire con nidi attivi o compromettere la riproduzione di specie protette può comportare violazioni di natura penale e amministrativa.

 

Secondo le associazioni impegnate nel monitoraggio di Oltrezengol, il problema non sarebbe tanto la mancanza di strumenti normativi, quanto la difficoltà nel farli rispettare. Nonostante l’informazione diffusa sul territorio e la presenza di specie protette in piena fase riproduttiva, alcuni climbers continuerebbero a frequentare la parete Catullo anche durante il periodo più delicato per l’avifauna.

 

Durante i controlli è stata inoltre segnalata la presenza di corde abbandonate in parete da diversi mesi. Oltre a rappresentare un rischio per gli animali, tali materiali possono configurare la fattispecie di abbandono di rifiuti prevista dall’articolo 192 del D.Lgs. 152/2006 (Testo Unico Ambientale). Le associazioni ricordano infine che, nei casi di minaccia persistente alla fauna, le autorità competenti possono disporre limitazioni temporanee o il sequestro preventivo delle pareti interessate, dando priorità alla tutela dei siti di nidificazione rispetto all’uso sportivo della falesia.

 

Un appello a chi arrampica: la responsabilità del contatto con la natura

Alla fine, la questione riguarda il modo in cui scegliamo di vivere la montagna e l’arrampicata. La parete Catullo non è l’unica falesia della zona, e una limitazione temporanea durante il periodo riproduttivo non impedisce certo di praticare questo sport. Eppure, attorno alla chiusura della parete, sono comparsi commenti polemici e prese di posizione critiche anche su alcuni siti e canali online legati al mondo dell’arrampicata, dove le restrizioni vengono descritte come eccessive o ingiustificate.

 

È qui che emerge una domanda più profonda, che va oltre il singolo caso di Oltrezengol: la falesia è soltanto una palestra verticale da utilizzare senza limiti oppure è un ambiente naturale complesso, con equilibri che meritano rispetto? Per anni il mondo dell’arrampicata ha rivendicato un rapporto privilegiato con la natura, contrapponendosi ad altre forme di turismo più invasive. Ma questo rapporto si misura soprattutto quando viene chiesto di rinunciare temporaneamente a una parete per lasciare spazio alla fauna selvatica.

 

Accettare che alcune pareti abbiano un valore biologico incompatibile con la frequentazione umana in certi periodi dell’anno non significa essere "contro l’arrampicata". Significa piuttosto riconoscere che la libertà di scalare non può ignorare chi vive sulla roccia. E oggi, davanti alle contestazioni verso chi prova a tutelare questi ambienti, la domanda diventa inevitabile: l’arrampicata vuole davvero essere parte della natura oppure considera la montagna soltanto uno spazio da consumare?

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