"I parchi servono a tenere gli umani a debita distanza", "Ma che dite? Sono agenzie di sviluppo territoriale sostenibile", "No, i parchi nascono per proteggere la biodiversità". Chi ha ragione?

Di fronte alla polarizzazione nei commenti sul tema parchi, lo scrittore Marco Albino Ferrari lancia la proposta di uno sguardo più in linea con la complessità dei tempi: l'ampliamento di queste entità può essere una soluzione per un'impronta ecologica più lieve?

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"Parchi come grandi nodi di una rete più estesa, i cui fili sono costituiti da ampi corridoi per le migrazioni di specie animali e collegamenti di tipo naturalistico". Che questo possa essere un modo efficace di ripensare il nostro rapporto con l’ambiente, capace di raccoglierne e accoglierne la complessità?
Un recente post sulla sua pagina Facebook di Marco Albino Ferrari aveva lasciato emergere tra i commenti una serie di idee degli enti "parco" ben diverse e tutte a loro modo esclusive, nella misura in cui esigevano di escludersi l’un l’altra. È il riflesso del pensiero univoco promosso soprattutto dalle piattaforme social, che però – a ben vedere – si scontra presto con una realtà difficilmente incasellabile in riquadri dai contorni netti.
Il 19 percento del territorio italiano è coperto da parchi. Ma lo sappiamo davvero che cos’è un parco? Quali sono le sue funzioni? Quali responsabilità si assume nei confronti del territorio gestisce? La riflessione dello scrittore, giornalista e sceneggiatore Marco Albino Ferrari.
L’autore sarà presente al Festival de L'Altramontagna "Il Fiore del Baldo", con un talk su "Come raccontare la montagna?", previsto per giovedì 4 giugno alle ore 18, in compagnia di molti altri ospiti e in attesa dello spettacolo di Marco Paolini. Sarà inoltre protagonista della serata di sabato 6 giugno, con il monologo "Frêney 1961: La tempesta sul Monte Bianco" (ore 21), tratto dal suo libro.
Il post di Marco Albino Ferrari
"I parchi nascono per proteggere la biodiversità!", "No, i parchi sono per statuto agenzie di sviluppo territoriale sostenibile", "Ma che dite!?, servono a tenere gli umani a debita distanza!". La lista dei commenti a un mio post di poco tempo fa potrebbe continuare, con l’immancabile digrignare i denti e la polarizzazione del pensiero tipico del web. Per un fronte i parchi sono "santuari naturali" invalicabili e, per l’altro, luoghi vocati al turismo e a forme di sviluppo sostenibile. Ma chi ha ragione?
Fa da arbitro la legge entrata in vigore il 28 dicembre 1991, che mise in moto un vasto programma di ampliamento della superficie protetta italiana. Oggi si contano 24 parchi nazionali, 148 parchi regionali naturali, più riserve naturali, aree wilderness, geositi, biotopi. Qualcosa come 843 aree terrestri tutelate, ovvero il 19 per cento del territorio nazionale. E il 70 per cento di queste si trova in montagna.
La legge prevede una suddivisione di ogni parco in zone dai diversi gradi di tutela: la zona "A" di massima tutela, la "B" dove non si possono eseguire opere di trasformazione dell’ambiente, e la zona "C" nella quale sono permesse attività legate "all’agricoltura biologica, alla pastorizia allo sfruttamento dei boschi, nonché di pesca e raccolta di prodotti naturali, ed è incoraggiata anche la produzione artigianale di qualità".
Dunque un parco non è un monolite, non è una sola entità che riflette il dogmatismo del pensiero univoco (favorito dal web). È un sistema dalle diverse sfumature, così come è l’ambiente in cui viviamo. Prevede zone - generalmente più centrali – in cui è addirittura interdetto l’accesso (riserve integrali) e zone periferiche abitate permanentemente.
Il punto è che oggi i parchi non dovrebbero essere più concepiti come isole autoreferenziali chiuse nei propri confini. Dovremmo invece immaginare una rete di protezione e integrazione uomo-natura sempre più estesa formando reti. Reti di cui i parchi diventano i grandi "nodi" di congiunzione, mentre i fili sono rappresentati da ampi corridoi per permette le migrazioni di specie animali e collegamenti di tipo naturalistico. Reti dentro le quali ogni parco si riconosce nelle proprie specificità, ma si inserisce anche in una strategia più generale.
È proprio per questo che i nuovi ampliamenti e i collegamenti tra parco e parco - come quelli che ispirano il Peace, il Gran Paradiso e altri di cui si parla - dovrebbero essere i benvenuti da chiunque miri a lasciare un’impronta ecologica più lieve.
Nella foto: stambecchi in Valsavarenche, sul versante valdostano del Gran Paradiso: una scena comune in primavera, quando i maschi rimangono a pascolare a bassa quota, mentre le femmine, ormai prossime al parto, si isolano su piccole terrazze tra le pareti di roccia, al sicuro dai predatori.













