"Mentre i villeggianti riposano, 7 alpinisti stanno morendo assiderati sul monte Bianco a -18°C". La tragedia del Pilone Centrale raccontata da Marco Albino Ferrari al Festival de L'Altramontagna

Al racconto, tratto dal libro "Frêney 1961: La tempesta sul Monte Bianco", sarà dedicata la serata di sabato 6 giugno al Festival de L'Altramontagna "Il Fiore del Baldo". Ospitato al Teatro Monte Baldo di Brentonico, l'evento inizierà alle 21 e sarà introdotto da un contributo di Pietro Lacasella dedicato alla figura di Walter Bonatti. Lo spettacolo, ad ingresso gratuito, è aperto su prenotazione fino a esaurimento posti

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Frêney 1961 è un libro edito per la prima volta nel 1996, da Ponte alle Grazie, e da allora divenuto subito classico, ristampato in molteplici edizioni. L’autore, Marco Albino Ferrari, racconta la storia dei sette uomini che, nel luglio del 1961, partirono per cercare la vetta del pilone centrale del Frêney, sul Monte Bianco, e della tragedia che li incatenerà per giorni sul pilastro, portando alla morte di quattro di loro e segnando le vite dei superstiti. Proprio dalla viva voce di quest’ultimi, Ferrari è partito per ricostruire con minuzia la vicenda nei suoi particolari.
Al racconto dei fatti del Frêney sarà dedicato lo spettacolo teatrale scritto e interpretato da Marco Albino Ferrari, che porterà sabato 6 giugno al Festival de L'Altramontagna "Il Fiore del Baldo". La serata, ospitata al Teatro Monte Baldo di Brentonico, inizierà alle 21 e sarà introdotta da un contributo di Pietro Lacasella, curatore de L'Altramontagna, dedicato nello specifico alla figura di Walter Bonatti.
Lo spettacolo, a ingresso gratuito, è aperto su prenotazione fino ad esaurimento posti. È possibile prenotarsi su Eventbride (QUI PER PRENOTARSI).
Quest’anno è inoltre prevista l’uscita di un film ispirato al libro. Lo scorso 14 gennaio il Club Alpino Italiano annunciava infatti il termine delle riprese della pellicola, con la regia di Daniele Vicari e con Alessandro Borghi nel ruolo del grande alpinista Walter Bonatti. Per l’adattamento dal libro, l’autore Marco Albino Ferrari, insieme a Massimo Gaudioso, Francesca Manieri e Daniele Vicari, ne ha firmato soggetto e sceneggiatura.
Oggi, in attesa dello spettacolo del 6 giugno, intervistiamo Marco Albino Ferrari, giornalista, scrittore e sceneggiatore. L’autore ci racconta qui il suo incontro con Walter Bonatti e con il Pilone centrale del Freney: una storia che ha segnato l’Italia dell’epoca e l’alpinismo contemporaneo.
Come hai conosciuto Walter Bonatti?
Bonatti lo avevo conosciuto all'inizio degli anni 90. Lavoravo come redattore alla rivista Alp di Torino e avevo scritto su di lui già diversi editoriali.
Lui non aveva apprezzato quanto avevo scritto in uno di questi: avevo criticato la sua retorica in un certo frangente quando aveva ricevuto la medaglia d'oro al valore sportivo dal Presidente della Repubblica Saragat. Lui si era molto offeso di questa mia opinione e non voleva assolutamente parlarmi né avvicinarmi, tantomeno quando io gli ho poi chiesto un'intervista per scrivere il libro.
Col tempo ci siamo scambiati una serie di lettere e lui si è convinto. Così mi ha aperto le porte di casa sua, a Dubino in Valtellina, e sono stato ospite da lui per qualche giorno.
Ricordo che aveva in giro per casa quest’uccellino, l’aveva salvato dopo averlo trovato con un’ala rotta. Quando usciva in giardino, Bonatti fischiava verso l’alto e questo uccellino si posava sulla spalla. Nella seconda parte della sua vita, Bonatti andava in giro per il mondo a nuotare in mezzo ai coccodrilli, stava in mezzo ai leoni senza essere armato, sfidava le fiere e gli animali più pericolosi. Vederlo così, anziano, che continuava ad avere un dialogo con l'elemento selvatico, che però ora era un piccolo uccellino sulla sua spalla, era qualcosa di poetico.
È stato gentilissimo, e io sono riuscito a raccogliere una serie di registrazioni del suo racconto, che ancora conservo, con la sua voce che ripercorre quei momenti drammatici.
Tu stesso, prima di quell’incontro, eri stato a ripetere il Pilone Centrale, del Frêney. Che cos’hai provato conoscendo la storia?
Alla fine degli anni Ottanta, quando ero un giovane alpinista, passavo intere estati a Courmayeur e sotto al Monte Bianco. Scalavamo tutti i giorni, con un gruppo di ragazzi in cui eravamo tutti molto amici.
Ci scambiavamo il capo della corda a vicenda, formando anche più cordate e in gruppo affrontavamo queste enormi pareti. Al culmine di un'estate, diciamo, sfortunata, avevo ripetuto il pilone centrale del Frêney. Da lì è nata l'idea di ripercorrere le tracce di quei primi tentativi tragici.
Passare in quei luoghi conoscendone la storia, significa toccarla con mano. La senti pulsare nella roccia, quelle vicende riempiono di significati ogni anfratto. Sapendo cos'è successo, attribuisci un senso ancora più potente a quei luoghi.
Da quell'esperienza diretta mi era venuta l'idea di provare a scrivere il mio primo libro. Era un tentativo anche un po' ambizioso, di certo azzardato, di misurarsi con una scrittura di lungo respiro che doveva rimanere anche fedele, rigorosamente fedele, ai fatti. I protagonisti erano ancora in vita e avrebbero senz'altro contestato ogni dettaglio che sarebbe potuto apparire non fedele a quanto accaduto. Quindi era una scrittura che doveva tener conto anche di questo aspetto.
All’uscita del libro ci sono state critiche sull’onestà del racconto?
No, non è successo. Ho volutamente scelto di raccontare da una prospettiva onnisciente, quindi attraverso una voce in terza persona: non ho sposato un punto di vista, anche perché questo episodio era già stato raccontato da Bonatti, da Mazeaud, e da molti altri: ognuno naturalmente dalla propria prospettiva.
Mancava una voce onnisciente, una voce alta che racconta dall'alto, non in soggettiva ma che potesse essere oggettiva. Quindi la mia operazione è stata di cucire, mettere insieme i vari punti di vista e poter darle conto da una prospettiva alta. Tutto quello che ho raccolto, sia le testimonianze dirette dei protagonisti, sia le testimonianze dei comprimari o di chi ha assistito a questa vicenda dal basso a Courmayeur, e poi da altre fonti (i giornali, le radio, le televisioni), l’ho raccolto una serie di dati che convergevano in fatti che restituivano una verità storica. Da lì sono partito ancorandomi bene alla verità.
Naturalmente, in ogni vicenda rimangono sempre degli spazi vuoti di memoria; allora lì si riempie con un contributo che è il più possibile attinente a una verosimiglianza. Se non si sa la verità, ci si prova ad avvicinare con la verosimiglianza, per esempio nei dialoghi, in alcune descrizioni laddove nessuno può essere certo che sia accaduto in quel modo. Subentra una specie di interpretazione ex post, il più verosimile possibile.
La tragedia del Frêney è stata uno dei primi incidenti alpinistici raccontati "in diretta" dalla cronaca. Che effetto ha avuto sull’Italia dell’epoca e sulla percezione dell’alpinismo?
La televisione era nata in Italia nel 1954, e all'inizio faceva trasmissioni registrate in anticipo o telegiornali trasmessi dallo studio. Quindi è dalla fine degli anni 50 all'inizio degli anni 60 che la televisione inizia ad essere davvero presente sul territorio, anche con inviati, con il telegiornale che arriva dove ci sono le notizie.
In quei giorni del luglio ’61, Courmayeur diventa il centro dell'attenzione pubblica. Arrivano nel piccolo paese ai piedi del Monte Bianco gli inviati di tutti i giornali più importanti, che mandano le penne più apprezzate. L’Italia assiste dal basso alla vicenda, raccontata dai soccorsi che tentano di raggiungere la squadra dei sette alpinisti senza riuscirvi, e comunicano lo svolgimento delle operazioni attraverso il filo diretto della radiotrasmittente. Dobbiamo immaginarci un continuo ponte radio e queste voci che arrivano dall'alta montagna che vengono subito raccolte dai giornalisti, che ribattono la notizia in tempo reale cosicché le televisioni e le radio possano subito spargere la notizia in tutto il paese.
È un racconto straniante. Siamo a metà luglio, in Italia c'è un caldo che fa sciogliere i gelati e la maggior parte degli italiani è in villeggiatura, a cercare un po' di frescura nel bagnasciuga. Intanto, queste cronache, pur restando in Italia, raccontano di luoghi che raggiungono temperature di meno 18 gradi, dove gli alpinisti stanno morendo assiderati. È come se la montagna appartenesse davvero a un mondo altro, a qualcosa di distante, di inimmaginabile. E per l'Italietta piccola, ancora provinciale dell'epoca, questo racconto assumeva contorni quasi astratti: è anche questa la forza della vicenda.
Tutto questo, però, inevitabilmente ha lasciato anche degli strascichi. Se guardiamo all’influenza della vicenda sulla percezione del grande pubblico, ci rendiamo conto che è stato solo allora che la montagna è entrata nell'immaginario degli italiani di quegli anni. E quella dimensione così drammatica – com’è facile immaginare - ha sconvolto veramente gli italiani. In Parlamento si è addirittura discusso se vietare l'alpinismo o se normarlo in qualche modo per limitare queste tragedie nel futuro. Alla fine, tutto è rientrato e si è continuato così come si è sempre fatto.
Eppure lassù, appeso a quelle rocce gelide, c’era una star assoluta, uno dei primi "divi" dell’Italia del Dopoguerra.
Questo è l'altro elemento di grande attrazione della storia. All'epoca Walter Bonatti era un divo assoluto, come potrebbe essere Valentino Rossi oggi, un personaggio nazionalpopolare che tutti conoscono. Era sempre sulla bocca di tutti, un eroe che raccontava di un mondo che nessuno riusciva a vedere, a toccare.
Era uno che andava in giro per il mondo in Sud America, nelle Ande, in Patagonia, a scalare, luoghi che erano ancora percepiti come l'esotico assoluto, l'irraggiungibile. E lui raccontava questo mondo, lo interpretava, lo vinceva, e rappresentava anche un po' il personaggio che riscattava l'Italia dopo le tragiche carnevalate fasciste e gli orrori della guerra, la distruzione, lo sfascio di un'intera nazione. Era il grande alpinista, forse il più forte del mondo, che portava in alto la reputazione dell'Italia.
In quei momenti, questo eroe popolare si trovava di fronte al pericolo serio di morire e tutti gli italiani ne erano al corrente: qualcosa di irripetibile.
Bonatti però, come ogni divo, aveva anche i suoi detrattori. Questo episodio non ha forse rischiato di demolire il suo mito?
Bonatti allora era Guida Alpina sul Monte Bianco, e non era visto di buon occhio dalle guide locali, perché comportava un'evidente concorrenza. Nel momento in cui lui si trovò in difficoltà, tutte le guide si fecero in quattro per andare a salvarlo e poter dire di aver salvato la star mondiale dell'alpinismo. Ciò nonostante, non ci riuscirono. Bonatti si salvò da solo, insieme a Mazeaut e Gallieni. Gli altri quattro morirono invece lassù, tra cui l’amico Oggioni. Fu un fallimento dei soccorsi, ma anche un fallimento per Bonatti, che da guida non era riuscito a portare in salvo i suoi compagni. Questo almeno era il punto di vista degli amici di Oggioni.
Oggioni era un brianzolo, un amico di Bonatti da sempre: era stato lui a fargli fare i primi passi in montagna, sulle Grigne. Erano coetanei, erano entrambi figli del basso proletariato. Poi Bonatti, grazie alle sue prodezze alpinistiche, si era riscattato dalla sua condizione sociale, ed era entrato nella sfera dell'alta borghesia. Oggioni, invece, era rimasto l'operaio di sempre, il ragazzo di paese. Era l'eterna spalla di Bonatti e in fondo gli andava bene così.
Nella storia del pilone centrale del Frêney, Oggioni, come era previsto nel suo ruolo, portava uno zaino molto pesante, mentre Walter era più leggero perché doveva andare da primo di cordata. Questo zaino enorme che ha portato ha sfiancato Oggioni nel corso delle ore di ritirata dal pilone, ed è stato forse uno degli elementi che ha contribuito alla sua morte.
Durante i funerali di Oggioni, a Villa Santa, gli amici, quando videro arrivare Bonatti, lo accusarono della morte dell’amico, dicendo che avrebbe potuto suddividere il peso dello zaino. Bonatti venne addirittura cacciato dalla cerimonia tra gli insulti.
Insomma, le polemiche ci sono state eccome. Tuttavia, alla fine tutto si è concluso senza dare la colpa a nessuno della spedizione: questo anche grazie a un articolo di Dino Buzzati sul Corriere della Sera che ha spiegato la dinamica dei fatti, dando un'interpretazione che ha salvato Bonatti dalle accuse.
Credi che l'alpinismo esplorativo di Bonatti fosse più un incosciente desiderio dell’ignoto o piuttosto un forte bisogno di razionalizzare la realtà?
Bonatti era figlio del suo tempo e l'alpinismo viveva il culmine della sua stagione. "l'epoca d'oro del sesto grado", quindi c'è questa dimensione esplorativa ancora, perché non tutte le Alpi erano ancora state toccate, setacciate al centimetro come invece è oggi, che si conoscono tutti gli anfratti, tutti i versanti, i pilastri, le pareti. Allora c'erano ancora ampi spazi di terreno ignoto da esplorare.
Tutto questo aspetto era sostenuto da una tecnica sportiva raffinata, molto più raffinata del secolo precedente, quando non c'era l'uso della corda, non c'erano i chiodi. Grazie alla scuola di Monaco dei primi anni del Novecento, così chiamata, si erano affinate le tecniche, sia in scalata, nei gesti e nelle tecniche dell'arrampicata libera, sia nelle tecniche dell'arrampicata artificiale. Quindi il sesto grado era il riflesso di questa eleganza, che poi avrebbero avuto un ulteriore salto in avanti con l'avvento dell'arrampicata libera, il free climbing, le scarpette a scuola liscia, e così via.
Walter Bonatti ha interpretato egregiamente quei codici. L'alpinismo aveva un grosso consenso, ed era anche un po' lo specchio dei tempi, una forma di conquista verticale: quando si sale in alto l'occhio spazia tutto intorno, significa guardare verso il futuro, guardare lontano. Era una società che usciva dalla guerra e aveva grande sete di futuro, di modernità, di conoscenza, di appropriazione dell'ignoto.
L'alpinismo simboleggiava tutti questi sentimenti collettivi, magari inconsapevolmente, ma in qualche modo si era innestato come il naturale conseguimento di un'idea di conoscenza che si sposava benissimo con lo slancio alla modernità del momento. E Bonatti era il cavaliere solitario di questo mito dell'alpinismo, o perlomeno interpretava questo ruolo, aveva fiutato la possibilità di trovare una ribalta in quella parte, e vi si era calato a pieno.
Quest’anno uscirà un film tratto dal tuo libro, che racconta la vicenda del Frêney. Tu stesso hai preso parte alla preparazione della sceneggiatura. Che cosa dovremmo aspettarci?
È un film che ribolle da quasi un decennio. Con Daniele Vicari, che è uno dei più bravi registi italiani, avevamo scommesso nell’idea di realizzare un film da questa storia, tratto da questo libro. Ma con le produzioni di oggi che stentano molto, e un film che invece aveva bisogno di un budget quasi hollywoodiano per essere raccontato a dovere, l’idea è sempre naufragata. Alla fine il regista è riuscito a mettere insieme una cordata di produttori internazionali, e quindi si è deciso di partire.
La prima stesura della sceneggiatura risaliva a una decina di anni fa, noi l'abbiamo ripresa e riscritta a quattro mani, con Massimo Gaudioso e Francesca Magnieri. L’abbiamo scritta e riscritta moltissime volte, soppesata e limata, raccontando proprio nel dettaglio, cercando di essere più rigorosi possibile; anche nella scelta dei materiali per esempio.
Insomma c'è stato uno sforzo notevole, il film è stato girato quest'estate a Courmayeur, sul Monte Bianco, in alta quota: a 3.500 metri, anche 4.000, alla base del pilone centrale. Poi a Roma negli studi, e in altri luoghi ancora: nei rifugi, sotto l'Ortles in Alto Adige, ecc. È stata una grande squadra. Vedere una troupe di 100 persone muoversi sul ghiacciaio, e poi sulla neve a tremila metri con meno 10, è stata un'esperienza notevole. Non si è mai girato un film di questo impatto, anche dal punto di vista produttivo in Italia, è veramente una prima volta per il cinema italiano.













