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Attualità | 07 maggio 2026 | 06:00

Gianni Rigoni Stern: "Con papà si andava nelle stalle del paese a prendere il latte. Vedere un pascolo trascurato, ancora oggi mi fa star male". Insieme a lui parleremo di malghe al Festival de L'Altramontagna

Domenica 7 giugno, Gianni Rigoni Stern sarà al Festival de L'Altramontagna "Il Fiore del Baldo", per un talk - a ingresso gratuito - dal titolo "Malghe: un patrimonio in via d'estinzione?", ospitato dal Rifugio Baita Fos-ce, sul Monte Baldo. Per arrivare preparati all'evento, oggi intervistiamo l'esperto sull'odierna crisi delle malghe e sul suo personale attaccamento al patrimonio rurale dell'Altopiano dei Sette Comuni

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Nato ad Asiago nel 1950, Gianni Rigoni Stern conosce le malghe altopianesi sin da bambino, quando – accompagnando il padre Mario – andava a raccogliere il latte nelle diverse stalle dell'Altipiano dei Sette Comuni.

 

Più tardi, Gianni si laurea in Scienze Forestali presso l’Università degli Studi di Padova, e inizia la sua carriera come Funzionario dell’Ufficio Agricoltura e Foreste della Reggenza dei Sette Comuni di Asiago, la comunità montana dove lavorerà per oltre trent’anni. In questo periodo, tra le altre cose, sarà coautore del "Disciplinare tecnico ed economico per la gestione delle malghe pubbliche" e di un disciplinare per la produzione di un formaggio, il Grün Alpe Pennar, a latte crudo, prodotto da bovine al pascolo alimentate solo con erba e dosi misurate di cereali.

 

Gianni Rigoni Stern è stato anche Assessore al Patrimonio e all’Ecologia del Comune di Asiago e Componente del Comitato Scientifico del Museo Usi e Costumi della Gente Trentina. Autore di diverse pubblicazioni in tema di malghe alpine e caseificazione, negli anni ha messo la sua esperienza anche al servizio di cause umanitarie, diventando promotore e responsabile del progetto La Transumanza della Pace, per il recupero sociale, economico, paesaggistico dell’area rurale di Sućeska, in Bosnia-Erzegovina, dopo il genocidio di Srebrenica del 1995. Il progetto è il tema del libro Ti ho sconfitto felce aquilina, edito per Comunica Edizioni.

 

Oggi in pensione, continua ad essere coinvolto da comunità montane e amministrazioni per la sua grande esperienza sul campo; oltre che da giovani studenti che scelgono di dedicare le loro tesi al patrimonio malghivo.

 

Domenica 7 giugno, Gianni Rigoni Stern sarà al Festival de L’Altramontagna "Il Fiore del Baldo" (qui programma completo), per un talk - a ingresso gratuito - dal titolo Malghe: un patrimonio in via d'estinzione?, ospitato dal Rifugio Baita Fos-ce, sul Monte Baldo. Per arrivare preparati all’evento, oggi intervistiamo l’esperto sull’odierna crisi delle malghe e sul suo personale attaccamento al patrimonio rurale dell’Altipiano dei Sette Comuni.

 

 

Alla luce dell’odierna crisi e del rischio di abbandono cui sembra andare incontro questo patrimonio, quali sono le principali difficoltà alla sopravvivenza delle malghe?

 

La questione è abbastanza complessa e diversa a seconda delle zone, soprattutto dipende se le malghe sono private e se sono di proprietà pubblica, perché chiaramente cambia il rapporto soprattutto economico che lega l’attività di alpeggio. Per quella che è la mia conoscenza delle zone alpine e prealpine, diciamo che l’attività di alpeggio è messa all’angolo da una serie di fattori che in questi ultimi anni hanno pesato in maniera consistente, ma che erano presenti già da prima.

Uno è la presenza dei carnivori, del lupo. Un altro è la norma comunitaria che esclude nei bandi di concorso le persone che hanno più di 40 anni, dando priorità ai giovani. Un altro ancora è, secondo me, una scarsa attenzione degli amministratori sulla gestione e sulle conoscenze tecniche che devono avere per la gestione degli alpeggi. Sono discorsi abbastanza complessi e stratificati, ognuno dei quali meriterebbe di essere affrontato con un po’ di logica e tranquillità.

 

 

Questa crisi è una questione che riguarda l’Altopiano in particolare o è diffusa anche altrove? Malghe e alpeggi sono gestiti ovunque allo stesso modo?

 

È una questione che riguarda in modo diverso un po’ tutte le Alpi, soprattutto per quanto riguarda le proprietà "pubbliche" che possono essere di diverso tipo secondo le zone. Nelle Alpi occidentali sono proprietà più che altro dei vari comuni, dove esistono dei regolamenti abbastanza precisi riguardo la gestione di questo patrimonio che sono gli alpeggi.

Le gestioni collettive invece, come gli usi civici o le Regole, diffusi soprattutto nel Veneto e nel Trentino, sono una proprietà indivisa che deve essere gestita in primis da parte dei proprietari collettivi, come succede per esempio qua nel mio Altopiano dei Sette Comuni, e quindi dai coltivatori diretti, gli imprenditori agricoli. Tutto avviene attraverso delle aste pubbliche dove si offre, oltre a certe garanzie, un prezzo che può essere espresso in euro o in litri di latte, secondo le tradizioni delle varie comunità.

Di solito questi contratti sono in deroga alla legge sui fitti agrari, devono essere sottoscritti di fronte alle organizzazioni sindacali e praticamente prevedono delle concessioni, non degli affitti, concessioni che durano al minimo sei anni e possono raggiungere anche i dieci anni, dipende dalle scelte che vengono fatte da chi gestisce gli usi civici. Vengono affidati a chi offre più soldi, però anche a chi offre maggiori garanzie, perché legato al contratto di concessione c’è anche un regolamento che i malghesi devono sottoscrivere e dopodiché devono assolutamente mettere in atto.

 

 

Quali sono, oggi, le principali sfide per la gestione delle malghe nel futuro?

 

Quando ho cominciato a lavorare presso la mia comunità montana c’era la necessità di adeguare essenzialmente le strutture ai regolamenti sanitari imposti dalla comunità europea, dove si trasformano dei prodotti alimentari. C’è stato un inizio di adeguamento strutturale dei fabbricati dove veniva trasformato il latte, oppure sistemazione delle vecchie stalle o la creazione di ambienti più igienici che allevano il lavoro da parte di chi alpeggia.

Un grosso problema è quello dell’uso di integrativi alimentari in alpeggio, perché le vacche di adesso non erano le vacche di 40-50 anni fa e hanno delle esigenze alimentari ben più importanti, che spesso il contadino deve sostenere con una parte della razione con dei concentrati. La quantità da dare di questi integrativi, però, deve essere limitata: il buon pascolo è fatto dagli animali, e se mangiano troppo mangime trascurano il pascolo, scelgono le specie migliori mentre le specie meno gradite vanno a seme e perciò i pascoli si infestano. Bisogna trovare quel giusto equilibrio tra la razza presente più o meno rustica e le produzioni che sono in grado di fornire e dosare quantitativi di integrazione corretti, in maniera che, a fine stagione, tutto il pascolo sia stato brucato, pur garantendo il benessere dell’animale.

Fare il malghese non è semplice, richiede esperienza, perché è molto legato anche all’andamento climatico, cioè indirizzare gli animali al pascolo a seconda della maturazione dell’erba, del clima e della piovosità. Ecco perché escludere gli alpeggiatori che hanno più di 40 anni e che hanno questa esperienza è stata una grande sciocchezza, perché abbiamo lasciato a casa degli alpeggiatori di esperienza e i giovani, più inesperti, talvolta hanno portato veramente dei disastri.

 

 

Che genere di danni può creare una gestione non corretta? Quanto è difficile ripristinare un pascolo danneggiato o abbandonato?

 

I danni principali sono proprio quelli dell’infestazione. Abbiamo un centinaio di specie foraggere nei pascoli, più o meno a seconda del suolo, dell’esposizione, dell’altitudine, della piovosità. All’interno di queste specie ci sono le buone foraggere, gradite agli animali, con buoni tenori proteici, di fibra, aromi che poi finiscono nel latte, con polifenoli, terpeni, sesquiterpeni che condizionano anche la lavorazione. E poi ci sono specie infestanti, non gradite, spinose, velenose, di minor pregio alimentare, che se non utilizzate aumentano e si diffondono perché la pianta va a seme.

Dopo un certo periodo il pascolo si degrada e abbiamo presenza di carvi, di senecio montano, di piante velenose. Recuperare questi pascoli alla buona continuità e qualità non è semplice, ed è parecchio costoso. Inoltre richiede molto tempo: ci vogliono anni di pascolo corretto, con un carico esatto di animali che permetta l’utilizzo di tutta la superficie.

Le difficoltà principali sono: da un lato trovare gli animali rustici più adatti, che mangiano e si muovono facilmente in alpeggio; dall’altro, la mancanza di personale. Le figure per condurre un alpeggio sono molte: il casaro, chi aiuta il casaro, ma anche i pastori che indirizzano gli animali alla rotazione del pascolo e alla sua utilizzazione in funzione dell’esposizione, della pendenza e del clima. Devono essere almeno 5, 6, 7 persone. Una o due persone non bastano.

Una cosa che non gradisco molto è la presenza dell’attività agrituristica nella malga, perché per fare questo tipo di attività servono persone extra e i conduttori dell’alpeggio penalizzano la cura dei pascoli e la trasformazione del latte. Questo è altamente negativo.

 

 

L’attenzione alle malghe e alle esigenze dei malghesi si è ridotta? Quali conseguenze per il territorio?

 

Sì, anche i contributi sono diminuiti. Una volta l’indennità compensativa e le misure agroambientali servivano a pagare gli affitti ai comuni, adesso non sono più così importanti. Nell’Altopiano le malghe comunali sono 77 e alcune vanno sfitte, soprattutto quelle esposte a sud, verso la pianura, che soffrono la siccità e per il problema dei lupi, che non è stato risolto.

Chi non ha vissuto direttamente l’esperienza non sa cosa vuol dire: stare su di notte con le pile, i cani che abbaiano, i lupi che predano, gli animali che scappano nel bosco e bisogna recuperarli dopo uno o due giorni. Le persone sono stanche e alcuni hanno avuto danni notevoli, più di una volta ho visto malghesi piangere di fronte a casi di predazione. Le recinzioni si sono dimostrate inadeguate e cambierebbero completamente la gestione tradizionale. Anche i cani da guardiania creano problemi con il turismo, perché non sono animali che si possono avvicinare con tranquillità.

Intanto, se mancano gli animali da pascolo, il bosco avanza. Nell’Altopiano, dal dopoguerra ad oggi, sono migliaia gli ettari persi a favore delle mughete, soprattutto sopra i 1800 metri, e recuperare un ettaro di mugheta oggi è assolutamente impossibile dal punto di vista economico. L’alternanza prato-pascolo aveva creato un paesaggio gradito anche agli escursionisti, e ora si ha una perdita di presenza turistica con queste formazioni boschive difficili da percorrere. Inoltre, questo mette in pericolo la vita di alcune specie di selvatici, come i tetraonidi o la lepre bianca, che preferiscono praterie aperte. Sta cambiando lentamente il paesaggio delle Alpi, è meno coltivato e più difficile da vivere.

 

 

Per concludere, una domanda personale. Da dove nasce tutta questa passione e attaccamento al territorio?

 

Ho sempre avuto questa passione, sin da bambino. Mi ricordo che con papà si andava nelle stalle del paese a prendere il latte, avevo 4-5 anni, prendevo il bidoncino da tre litri e lo portavo a piedi fino a casa.

Anche la famiglia di mio padre ha avuto un ruolo in questo. Loro avevano un negozio di alimentari, dunque raccoglievano i prodotti delle malghe, formaggio, burro e uova, li portavano al mercato giù in pianura e riportavano su i prodotti come pasta, farina eccetera.

Più tardi i miei studi mi hanno portato a entrare attivamente in questo ambiente, ho fatto il perito agrario, mi sono laureato e ho seguito per più di trent’anni questo tipo di attività in montagna. Fin da giovane ho frequentato questi luoghi e continuo tuttora, oggi che sono in pensione. In fondo, non è mai venuto meno il mio legame con questo territorio: quando vedo un pascolo trascurato e mal coltivato, coperto di ortiche, questo mi fa stare davvero male.

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