"È messa male, non so se arriva giù viva". Nel cadere, la ragazza si era fermata a pochi metri da un precipizio. Aveva sbattuto più volte la testa. Poi, da uno squarcio tra le nuvole, il miracolo

Storia drammatica ed emotivamente coinvolgente della prima operazione di una soccorritrice. L'autrice, Betty Da Deppo, ci accompagna tra le fatiche, le impressioni, le paure, le sensazioni che si vivono durante un'operazione di soccorso

Come raccontare gli incidenti in montagna? A partire da questa domanda è nata una collaborazione tra L'Altramontagna e il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, finalizzata a riprendere le testimonianze di chi è stato soccorso o di chi ha prestato soccorso in montagna in modo da acquisire importanti elementi per frequentare i territori montani con maggiore consapevolezza e, quindi, per cercare di prevenire situazioni di potenziale pericolo.
I testi pubblicati hanno partecipato al concorso Ti racconto il mio soccorso, nato da un’idea di Melania Lunazzi: la premiazione della prossima edizione del concorso avrà luogo venerdì 5 giugno alle 21 al Teatro Monte Baldo di Brentonico, nella cornice del Festival L'Altramontagna, con la partecipazione della guida alpina e tecnico del Soccorso Alpino François Cazzanelli (QUI per prenotarsi gratuitamente).
La storia di oggi s'intitola Una barba di brillanti. L'autrice, Betty Da Deppo, attraverso il racconto del suo primo soccorso ci accompagna tra le fatiche, le impressioni, le paure, le sensazioni che si vivono durante un'operazione.
Una barba di brillanti
Le nuvole con il loro grigiore si mescolavano al limite roccioso della grotta, ove all’interno penzolavano simili a decorazioni natalizie una serie di moschettoni. Era una domenica di giugno, una di quelle giornate generose di luce ma anche di nuvole, in un viavai tanto capriccioso quanto normale, in quel periodo dell’anno. Davanti alla grotta nascosta da una pineta e posta appena sopra il paese, il pendio regalava uno spiazzo erboso: poca cosa, ma sufficiente per stendersi con la testa appoggiata allo zaino e riposare, concedendosi una pausa fra una salita e l’altra. L’itinerario di arrampicata era una linea estrema e strapiombante, una linea che richiedeva movimenti atletici, memoria di sequenze e tentativi ripetuti, una salita cosiddetta "lavorata". Stesa lì a terra, guardando all’insù come tante volte avevo visto fare nel cartone animato di Heidi, osservavo il muoversi leggero degli alberi, e "Peter" allungare le dita delle mani, bianche di magnesio; lo sforzo gli lasciava poche energie e il suo umore non era neanche dei migliori, a quell’ora del pomeriggio, perché il tiro di corda non gli era ancora riuscito. Che magia avevano quei giorni d’estate, quante avventure in montagna riservavano a chi, come me, era stata folgorata dalle pareti e dai contesti elitari delle vette. Mi sentivo figlia del mio territorio, mi sentivo legata alle rocce anche quando scioglievo il nodo dall’imbrago, accogliendo l’invito di Peter di rientrare a casa. "Ancora un po', dai, è presto", dissi io.
Entrambi facevamo parte del soccorso alpino: io ero una matricola, mentre Peter, che mi aveva insegnato già molto, aveva fatto del soccorso in montagna la sua professione. Proprio in quegli istanti di pausa, mentre riordinavamo negli zaini le nostre cose sparse in giro, irruppe direttamente sopra di noi il rumore di un elicottero in volo. Non lo vedevamo, ma lo sentimmo nettamente per alcuni secondi, prima che si allontanasse. Io non avevo ancora la sensibilità istintiva di un’emergenza in corso, per me quel rumore era tanto quanto quello di una moto in paese. Peter scrutò il cielo con uno sguardo severo e io, rivolgendomi a lui, dissi: "Non lo sento più". Ma poi, un minuto dopo, mentre eravamo chini a infilare la corda nello zaino: "Rieccolo". Alzammo lo sguardo. Lui era preoccupato, io non riuscivo ancora ad associare "elicottero" con "problema". Non si capiva bene se fosse in transito o cercasse qualcosa, ma tornò dalle nostre parti, andava e veniva più volte, insistente, roboante, e sempre nascosto dalle nuvole. Mi disturbava, rovinava la quiete di quel pomeriggio e il nostro riposo. A quel punto Peter disse perentorio: "Andiamo a casa". Tutto sommato ero stanca, quella mattina avevamo scalato una via alpinistica a Pian dei Buoi, nelle propaggini più orientali delle Marmarole, e come al solito l’avvicinamento alla parete, non più di 400 metri di dislivello, era stata una gara in velocità a chi per primo fosse arrivato all’attacco della via. Vinse lui, ma non per molto. Mi disse: "Sei allenata, bocia, eh?" Io lo guardavo divertita e tanto motivata per la salita che ci aspettava. Avevo molto da dare alle giornate estive, alle montagne, alle stagioni che sarebbero rimaste le più belle della mia vita.
A metà degli anni Novanta, in Cadore, i telefoni cellulari, allora chiamati ancora "portatili", erano tendenzialmente utilizzati da grossi industriali, erano oggetti esclusivi per manager molto impegnati. Mio papà, in vena di essere all’avanguardia, nel 1994 ne comperò uno, un Alcatel dal peso di mezzo chilo, perché diceva: "Così quando vado a caccia me lo porto dietro, non si sa mai". Scoprì ben presto che tutta la Val di Toro e la Val de la Lavina, nel comune di Domegge di Cadore, e qualsiasi altro posto di caccia, non era coperto dal servizio di telefonia mobile e quel telefono cellulare, con quel numero, divenne il mio e lo è tutt’ora. Nessuno di noi quella domenica aveva con sé un telefono portatile. Io del resto lo usavo raramente, anche perché le comunicazioni erano molto costose. Gli allertamenti giungevano ai soccorritori tramite il cercapersone in possesso dei più esperti o dei più anziani. La nostra stazione ne possedeva cinque o sei pezzi. Si trattava in questo caso di un ricevitore di messaggi via onde radio, che al bisogno emetteva un suono di allertamento. Varcato l’ingresso di casa appoggiai lo zaino a terra, e mentre già pregustavo l’idea di un bel bagno profumato, sentii il telefono fisso squillare. Entrai in sala, alzai la cornetta. "Pronto", dissi. Dall’altra parte rispose la voce di Lino, il capostazione del Soccorso Alpino: "Betty, c’è un soccorso sul Miaron. Preparati, passa la jeep giù al distributore a prenderti tra cinque minuti". Seppi solo rispondere: "Sì", e lui riattaccò. Mi mancò il fiato per qualche secondo ed ebbi la bocca secca.
Un soccorso. Il mio primo vero soccorso in montagna. Corsi in garage e, mentre rovesciavo sul pavimento l’attrezzatura di arrampicata sportiva, nello stesso zaino infilai chiodi, martello, cordini, imbrago, casco e una pila. Ero indecisa su cosa indossare, pensai alla notte fuori, all’eventuale pioggia, ma alla fine ebbi giusto il tempo di aggiungere una giacca a vento a quanto indossavo in quel momento. Non ero ancora organizzata per essere pronta all’istante. Uscii di casa come un fulmine, sotto lo sguardo allarmato di Luciana, la mia vicina di casa. Dentro di me si agitavano sensazioni contrastanti, di euforia e di preoccupazione. Sullo sfondo, la netta convinzione che quella che stavo vivendo sarebbe diventata una giornata importante. Sul ciglio della strada, vicino a casa, aspettai non più che qualche secondo prima di veder arrivare in velocità la jeep con altri miei colleghi già a bordo. Erano tutti molto più vecchi di me, avevano all’incirca dai quaranta ai cinquanta anni – vecchi, insomma, a mio modo di vedere. Fra loro c’erano Apollonio, detto "Pol", Danilo e Guido. Mi sentivo rassicurata: loro sapevano cosa fare, e io ero ancora la loro "mascotte". Osservai i loro volti seri; li ascoltai fare varie ipotesi, parlare di canali, di radio, di barelle; uno di loro tentò contatti via radio con Lino. Lino, oltre che capostazione, era anche il maresciallo della locale stazione del Corpo Forestale dello Stato, uomo abituato a gestire le situazioni e a impiegare le proprie risorse umane nel miglior modo possibile, cercando di valorizzare ognuno nel rispetto delle singole capacità. Sapeva essere autorevole, inoltre era un bravo atleta delle corse in montagna.
Pochi anni più tardi mi diede una lezione di vita: mi fece notare che spesso mi ergevo a sapienza indiscussa nel mondo del soccorso, senza considerare la sapienza e l’esperienza maturata dai veci del gruppo. Oggi, se potessi incontrarlo una sola volta ancora, lo ringrazierei per quella lezione. Nel procedere verso Lorenzago di Cadore, la nostra jeep fece una prima sosta a Pelos, frazione di Vigo di Cadore, per far salire Massimo. Mentre lui condivideva, con gli altri colleghi già a bordo, la sua preoccupazione, lanciando continui sguardi all’orologio, io mi concentravo su me stessa per mantenere la calma, quasi a voler conservare ogni atomo di energia. Raggiunto il passo Mauria, sopra Lorenzago, caricammo a bordo altri due soccorritori locali; fra loro, Mario detto "Mario de Castel", un agricoltore che possedeva una stalla a monte di Lorenzago, nei pressi del Castello di Mirabello: proprio da lì derivava il nome. Mario era un grande conoscitore del suo territorio e dei suoi monti. Basso di statura, un po' tarchiato, capelli incolti e bruni ed una lunga barba nera, ricordava molto un personaggio fiabesco. Il suo volto lasciava capire che passava molte ore all’aperto: le guance erano rosse e gli occhi chiari; lo sguardo sempre buono e malinconico. Di lui conservo un ricordo particolare e divertente. Lavoravo allora come impiegata presso il municipio di Lorenzago e avevo modo di vivere da vicino molti aspetti organizzativi dei soggiorni di Karol Wojtyla, l’amatissimo papa Giovanni Paolo II. Capitava, in quelle occasioni, che la sicurezza del pontefice coinvolgesse anche la quotidianità dei cittadini del paese, tra cui Mario. L’accesso alla sua abitazione coincideva con l’accesso alla residenza del pontefice, e per questo Mario era costretto a esibire un permesso speciale di transito per rientrare a casa. Per essere in regola si recava così in municipio allo sportello e, fra l’essere seccato e rassegnato, diceva: "Me serve al permesso... rua Joanin al polacco".
Percorremmo con la jeep la carrareccia che conduce al piccolo forte denominato "ricovero del Miaron", una piccola fortificazione adibita a caserma durante la prima guerra mondiale, a quota 1770 s.l.m., e lì, una volta scesi dal nostro mezzo, nello spiazzo davanti al Forte, con lo sguardo ci contammo tutti. Eravamo circa in quindici, noi della stazione del Soccorso Alpino del Centro Cadore, fra cui, oltre a quelli già citati, Florio, Giorgio, Mauro e alcuni soccorritori del Corpo Forestale dello Stato. Mi guardai nuovamente intorno: ero l’unica donna e avevo ventisei anni. Lino ci chiamò a sé e ci disse: "Ascoltate, una ragazza è precipitata dalla cresta del Miaron, è caduta per circa una ventina di metri e ha battuto più volte la testa, non è cosciente. Questo è successo alcune ore fa. L’allarme è stato dato dal fratello che è sceso di corsa dalla Cima del Miaron al Passo Mauria per chiamare il soccorso. Come vedete, l’elicottero non ce la fa. Tocca a noi, adesso". Quelle parole furono il mio battesimo da soccorritore. Lì, in quello spiazzo davanti al Forte, avvertii per la prima volta con chiarezza la responsabilità di tentare un salvataggio: "Tocca a noi, adesso". Il materiale da spartirsi e caricare in spalla era molto: vidi un’infinità di corde prese in carico dagli uomini più forti; vidi la barella; vidi lo zaino pesantissimo che conteneva il trapano; vidi il sacco con i tasselli. A me furono consegnati alcuni spezzoni di corda. Osservai i più esperti controllare le batterie delle radio, verificare la loro funzionalità. Pochi istanti, e partimmo tutti in fila indiana. Nonostante l’ottima forma fisica di quegli anni, un po' di preoccupazione, a dire il vero, l’avevo. "Chissà come sarà la salita, chissà se ci saranno passaggi difficili, chissà se sarò in grado di fare tutto", pensavo. Essere l’unica ragazza del soccorso mi poneva su una sorta di piedistallo, sempre in evidenza e sempre in discussione, nel bene e nel male.
Però c’era Mario, con noi, e se Mario "passa", mi dicevo, vuol dire che ci passerò anch’io. Mario era pur molto più anziano di me e meno atletico; non era uno scalatore abituale, o perlomeno io non lo avevo visto scalare di recente. La nostra salita verso la Cima del Miaron, lungo il versante settentrionale, cominciava con una traccia che, a continue inversioni, attraversava un pendio di mughi e ghiaie per portare all’imbocco di un canale detritico ben visibile già dalla partenza. Si trattava, e lo è ancora, di un canalone ripido e ostico, lo capii da subito. Il nostro passo si adeguò a un terreno instabile e in continuo movimento sotto i nostri piedi; ogni passo costava fatica, i nostri scarponi sprofondavano tanto da dare la percezione di non procedere. Ai miei occhi quel canale aveva qualcosa di cupo, sembrava comandato da forze ostili che tentavano di respingerci così come le nuvole avevano respinto l’elicottero. Salimmo compatti, a tratti aggrappandoci alle rocce alla nostra sinistra, per non finire addosso a chi era dietro di noi. Dopo mezz’ora, cominciai a sentire le gambe bruciare e mi ritrovai in un bagno di sudore. Non avevo mai percorso quel canale e non sapevo cosa mi aspettasse, ma la presenza di Mario dietro nella fila mi rassicurava molto.
Decisi di fermarmi un attimo ad aspettarlo, così da proseguire insieme. "Mario sa, lui è del posto", dicevo tra me. Procedemmo insieme. Quando a un certo punto, senza voltarmi, gli chiesi: "Mario, ma quanto mancelo ?", lui fermandosi con la mano appoggiata alle rocce rispose: "Son a metà strada pupa". A quel punto, con gli occhi spalancati mi girai a guardarlo, fra l’incredulità ed il più totale sconforto e ciò che vidi non lo dimenticherò mai. Mario era sconvolto dalla fatica e l’umidità dell’aria si era fatta così densa che tante goccioline si erano condensate sulla sua lunga barba nera, come se una manciata di
brillanti gli fosse stata lanciata addosso. Era stravolto, con la barba come cristallizzata. Sorrisi un attimo, abbassando lo sguardo e lui disse: "Dai, coraio". Nel frattempo, fra imprecazioni di ogni tipo, la nebbia si fece anche più fitta. Guardai davanti a me e verso l’alto, nella speranza di scorgere qualcosa di buono, ma vidi ancora il grigio della roccia confondersi con quello della nebbia. Sentivamo l’elicottero andare e venire in una serie di tentativi sempre a vuoto, ne avevamo la certezza, perché via radio il pilota ci comunicava l’impossibilità di avvicinarsi. Quella nebbia inghiottiva le cime, inghiottiva noi e stava per inghiottire la giovane vita di Anna. A poco a poco iniziai a intravedere finalmente la forcella. L’adrenalina aveva dato a tutti noi forze insperate, ed era così anche per me. Così, giunta alla forcella, capii dalle indicazioni dei colleghi che sarebbe stato necessario proseguire verso la cengia sulla nostra destra, per sbucare poi sul versante est, dove si trovava Anna dopo la caduta. La cengia non era propriamente ampia e, seppur con poca esperienza, capii che ripercorrerla con una barella non sarebbe stata una passeggiata. Lì in forcella ci riorganizzammo nei vari ruoli. Io, insieme Pol, Danilo, Guido, Massimo e Mario, mi incamminai con cautela verso l’infortunata Anna, con noi c’era anche Florio, il tecnico della nostra stazione. Mi sentivo in una botte di ferro. Altri soccorritori si adoperarono intanto nell’attrezzare la via del rientro; era necessario rendere il passaggio lungo la cengia più sicuro, dunque vennero infissi vari chiodi; altri si spostarono in quello che poteva essere un punto di appoggio dell’elicottero, cercando di renderlo il più visibile e sicuro possibile.
Giungemmo poco sotto la cima del Miaron, in corrispondenza della cresta sommitale che guarda sul versante est, e in quel punto tutte le indicazioni ricevute si tradussero in scelte operative ben precise. Apprendemmo che il padre con i due figli aveva cercato di raggiungere la vetta del Miaron per la cresta, e a un certo punto la giovane era caduta. Dal punto in cui ci trovavamo noi in quel momento, Anna non era visibile: si trovava circa una quindicina di metri sotto quel versante del monte, quindi si trattava di organizzare un recupero con la barella. Il tratto non era verticale, ma ripido sì, e non conoscendo il contesto preciso, la posizione di Anna, il terreno fra noi e lei, Guido decise di scendere assicurato a una corda per verificare la situazione con i propri occhi, prima di decidere i passi successivi. Per assicurare Guido nella discesa, ma anche per trasportare successivamente verso l’alto la povera giovane, Florio preparò in breve tempo un ancoraggio sui punti di roccia più solidi. Venne utilizzato il trapano per l’infissione di chiodi a espansione "spit", e io lo osservavo cercando di rendermi utile, passandogli ciò che gli serviva. Fu questione di minuti, ma il tempo sembrava scorrere al doppio della realtà. Tutto doveva essere svolto in velocità e in assoluta sicurezza; i nostri volti erano segnati dalla preoccupazione. Guido venne calato con una corda verso Anna; lì con lei c’era anche suo padre. Quando Guido risalì in autonomia, la sua espressione era seria. Normalmente, il volto di Guido non lascia trasparire tante emozioni; sembra lo stesso sia in contesti di festa, come durante un funerale; mai esagerato, non cede a espressioni particolari, e anche quando ride fragorosamente apre a malapena la bocca.
Lo guardammo tutti. Lui si rivolse a Massimo e Florio, parlando a monosillabi. Guardava in basso scuotendo la testa, uno sguardo così non glielo avevo mai visto, era tetro. Anna, nel cadere, si era fermata a pochi metri da un precipizio che non le avrebbe lasciato scampo. Aveva sbattuto più volte la testa; era incosciente, ma respirava. Anna respirava ancora. Per il salvataggio andava imbarellata e recuperata con le corde presso il nostro ancoraggio. In quegli istanti le condizioni di visibilità erano pessime, si vedeva non oltre i venti metri e ci si stava organizzando tutti, fin da subito, per condurla a valle lungo la nostra via di salita, lungo il canalone: un’odissea dal punto di vista operativo, un inferno nel cuore di tutti. Guido e Massimo vennero assicurati alle corde con le quali sarebbero scesi come barellieri verso Anna; utilizzammo la nostra barella "Cortina". Via radio Massimo ci diede il via per il recupero verso l’alto; Anna era stata adagiata e assicurata dentro la barella, e i soccorritori erano pronti. Fu un momento delicato, Florio controllò l’ancoraggio, la tensione delle corde; poi verificò che esse non procurassero la caduta di pietre verso il basso. Presi in mano le corde insieme agli altri lì con me: Danilo, Pol e Mario; le strinsi forte e tutti diventammo come un team di vogatori con i remi in mano, pronti a cadenzare insieme gli sforzi; ci davamo il ritmo nel tirare le corde: "Oh ooh... oh ooh", e fra uno e l’altro, si sentivano delle imprecazioni non da poco. Ci misi tutta la forza del mondo e contemporaneamente guardavo Florio, quando, a un certo punto, sentii uscire dalle sue labbra, sussurrata, una bestemmia.
Il mondo intorno a me rallentò all’improvviso, calò il silenzio, mi girai lentamente verso valle con le corde strette nelle mani e, stringendole ancora di più, la vidi. Vidi il mio primo soccorso, risentii dentro me le parole di Lino: "Tocca a noi, adesso". Anna era una maschera di sangue, e anche i suoi riccioli biondi erano impregnati di sangue. Guardai tutti, uno dopo l’altro, negli occhi, cercando risposte, sperando che qualcuno più esperto di me dicesse che sarebbe andato tutto bene. Anna venne recuperata vicino all’ancoraggio e con lei c’era anche il papà; per questo motivo cercammo tutti di non lasciarci andare a commenti negativi, ma io pian piano, quasi con pudore, chiesi a Florio: "Com’è?". "È messa male, cazzo, non so se arriva giù viva", rispose lui. La barella con la ragazza ferita venne adagiata in un piccolo spiazzo. Alcuni di noi si spostarono velocemente verso la cengia per controllarla, altri smontarono l’ancoraggio, a me fu dato il compito di assistere Anna. Mi inginocchiai vicino a lei per proteggerla dal freddo e vidi le sue profonde ferite, sotto il mento e sulla testa. Aveva un volto grazioso ora completamente incrostato di sangue. Presi dal mio zaino una garza, la bagnai con un po’ d’acqua e cercai di pulirle le labbra incollate dal sangue, nell’intento di farla respirare meglio; a tratti, tremiti violenti le scuotevano tutto il corpo ed emetteva brevi lamenti. Avevo paura, non sapevo cosa fare e guardai il cielo, vigliaccamente chiuso, e gli rivolsi una richiesta: "Non portartelo via questo angelo biondo, non puoi, ha solo diciotto anni". Ad Anna dissi: "Anna, non mollare. Tieni duro, tieni duro".
La barella venne portata faticosamente e non con pochi rischi in forcella quando erano ormai le otto di sera. C’è ancora luce, a quell’ora, in quelle sere d’estate, ma non per molto. Molti di noi alzavano spesso lo sguardo verso il cielo, cercando di penetrare con gli occhi la nebbia che, come una coltre opprimente, gravava su tutto. Incastonati come eravamo fra pinnacoli di roccia e dirupi profondi, ci sembrava di essere in un inferno, per la crudeltà che stavamo vivendo, per l’avversità di quel cielo così grigio e spietato. Eravamo rassegnati a ridiscendere con Anna quell’infame canale e, se impiegammo quasi due ore a salire, a ridiscendere in sicurezza con la barella non avremmo potuto che mettercene almeno il doppio: troppo tempo, sicuramente una sentenza di morte. L’equipaggio dell’elicottero Falco era stato nel frattempo informato che l’infortunata era in forcella. Da lì eravamo tutti a un bivio, il destino di Anna era a un bivio. Il rotore potente dell’elicottero, che nel pomeriggio sentivo sopra la grotta di Laggio, stava tornando. Lo sentivamo avvicinarsi ma via radio sentimmo anche il pilota desistere nel tentativo; non c’era possibilità di scendere, non eravamo visibili, tutto era molto pericoloso. Lo sentivamo volare sopra di noi e poi dissolversi lontano, insieme alle nostre speranze. E fu così anche nel suo secondo tentativo di avvicinamento. Il viavai delle nuvole che durante tutto il giorno avevo osservato sembrava essersi trasformato in chiusura totale del cielo. Eravamo sconsolati. Dentro di me saliva l’angoscia. Egoisticamente pensavo che il mio primo soccorso non poteva tramutarsi in tragedia, non accettavo che quella giovane donna andasse incontro a una lenta agonia lungo la discesa.
Tutti noi soccorritori eravamo oramai pronti per ridiscendere, quando un’improvvisa sferzata di vento gelido cambiò lo scenario e aprì uno squarcio nel cielo. Fu come in una visione biblica. Volgemmo tutti il naso all’insù, quasi increduli di quell’azzurro tanto improvviso quanto vero. Un varco fra le nuvole misurato, ma sufficiente. Fu un momento che indusse anche i più scettici di noi a pensare al divino: un soffio di vento apriva le porte della speranza. Chiamammo subito l’elicottero: "Falco, Falco da Sierra Alfa 16, si è aperto, venite subito". In un attimo vedemmo la sagoma appuntita del K2 sopra di noi. Il frastuono del rotore copriva ogni nostra parola e mentre comunicavamo a gesti, lo sferzare potentissimo delle sue pale scuoteva tutto, faceva sventolare i nostri indumenti, schiaffeggiava polvere verso i nostri volti esausti. Avevo il cuore in gola. Tutto si stava decidendo in quei pochi secondi. In un battibaleno la barella venne agganciata al verricello dell’elicottero, e insieme a Mauro Piccolin, l’elisoccorritore, Anna volò via, scomparve fra le nuvole con il suo angelo. Il cielo si richiuse subito come il sipario di un teatro a fine spettacolo e la nebbia ci riavvolse ancora, lassù in forcella. Ho sempre avuto fede, ma in quel momento la mia fede si rafforzò ancor più. Una volta allontanatosi l’elicottero, l’aria si fece tiepida come una carezza e calò il silenzio, un silenzio assordante di gioia. Tutto fu calmo e noi ci sedemmo sugli zaini ancora bagnati dal sudore, chi con le mani sul viso, chi disteso sui sassi, ma tutti ci guardavamo l’un l’altro con un timido sorriso di soddisfazione, con quel sentimento di complicità tipico di una squadra che ha appena vinto una partita importante.
Senza alcuna fretta recuperammo il materiale sparso in giro e ci apprestammo a scendere a valle. Anche se del destino di Anna non potevamo sapere ancora nulla, i nostri animi erano più leggeri, come i nostri passi durante la discesa. Arrivammo al Passo Mauria verso le undici della sera. Guido De Michiel, detto Guido del Mauria e gestore dell’omonimo bar ristorante lì sul passo, era anche assessore comunale con delega alle foreste; ci preparò un banchetto colmo di ogni ben di Dio: panini con il salame, formaggio, tè caldo e bevande di ogni tipo, vino compreso. Fu davvero un bel servizio, ci sentimmo coccolati e accuditi. Rimanemmo lì un po' seduti senza tante parole. Guido mi si avvicinò e, appoggiandomi la mano sulla spalla, disse: "Varda qua la nostra impiegata". Uscimmo tutti pian piano dal locale per il rientro a casa, e davanti a me Mario sembrava camminare come a inizio giornata, ancora in piene forze. Di lì a poche ore avrebbe dovuto essere nella stalla per i doveri verso le sue bestie. Mi accompagnò verso l’uscita portando il mio zaino. Scesa l’adrenalina, mi sentivo a pezzi, ma fiera della mia scelta di essere un soccorritore alpino. Ricordo di aver alzato lo sguardo verso il cielo finalmente libero da ogni nuvola, dove campeggiava, limpida nei suoi tre quarti, la luna. Anna rimase per lungo tempo in coma e la sua riabilitazione fu, come sempre in questi casi, molto lenta. Nel corso dell’estate cercammo di avere notizie di lei, ma ci giunsero sempre molto scarne. A dicembre, però, durante una riunione di stazione, Lino ci lesse i messaggi di auguri pervenuti fra cui, a sorpresa, quello di Anna: "Grazie di avermi salvato la vita. Vi auguro buon Natale di tutto cuore".
A quelle parole molti deglutirono vistosamente, altri abbassarono lo sguardo per nascondere l’emozione, io mi commossi senza tanti veli. Seguì il consueto brindisi al Natale ormai prossimo, e poi i soliti commenti sull’attrezzatura da provvedere, tanti sorrisi e battute. Guardai Mario sorridere davanti a un bel bicchiere di vino rosso e mi sedetti vicino a lui, ricordandogli la sua barba con i brillanti e dicendogli che la mattina di Natale sarei sicuramente passata con mio papà alla sua stalla, per un saluto. Mi guardò con tanta gentilezza e disse: "Ve spieto". Lassù, sotto la cresta del Monte Miaròn, c’è ora una piccola targa portata dal padre di Anna: "Grazie di avercela lasciata". Sono passati quasi trent’anni, da quell’estate del 1996, e nel mentre tutto il mio mondo è cambiato: il lavoro, gli affetti, l’appartenenza al Soccorso Alpino non è mai stata in discussione. Le parole pronunciate da Lino, lassù al Forte del Monte Miaron – "Tocca a noi adesso" – risuonano ancora dentro di me come un insegnamento e come un monito, puro e forte, per un impegno civile che non è un lavoro: è un investimento che non conosce perdite, uno stipendio in felicità e appartenenza al mio territorio, una ricchezza assoluta, come i brillanti sulla barba di Mario quel 30 giugno 1996. A tutti i miei colleghi del Soccorso Alpino che sono venuti a mancare.

Gli incidenti accadono quasi sempre per un errore, una leggerezza, per sottovalutazione dei rischi e mancata consapevolezza delle proprie capacità e del proprio allenamento, fisico e psichico. C’è poi quel pizzico di imponderabile che a volte porta a peggiorare le cose. Difficile che alla base ci sia un solo passo falso: solitamente è l’ultimo di una serie di piccoli errori. Al di là di ciò che trova spazio sui giornali, quasi mai c’è il tempo di raccontare le sensazioni che si provano durante un’operazione di salvataggio, che fanno parte di un vissuto personale, intimo e riservato, sia della persona soccorsa che del soccorritore. Un turbine emozioni, un’esperienza che segna e insegna e che a volte ha condotto la persona soccorsa a diventare a sua volta soccorritore e soccorritrice, entrando a far parte del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. Non è semplice descrivere un incidente nel quale si è stati coinvolti in prima persona, ma a volte può essere liberatorio, a volte istruttivo per chi legge, conoscere i frangenti nei quali ci si è trovati per sottovalutazione dei segnali d’allarme, che si dovrebbero cogliere in tempo quando si decide di affrontare un’escursione in montagna o in luoghi isolati. Il concorso Ti racconto il mio soccorso nasce con queste premesse.















