Gli sherpa che stavano riposando al Campo 2 videro la caduta: l'alpinista precipitò per 900 metri. Come muoiono gli immortali? Nove anni fa ci lasciava Ueli Steck, la "macchina svizzera"

Che l'alpinista svizzero sarebbe morto proprio in quell'occasione non era prevedibile, non con la sua preparazione, non con le imprese al confine con la morte che aveva compiuto sino ad allora. Eppure è successo. Aveva quarantuno anni e, durante uno dei suoi esercizi di acclimatamento, cadde ai piedi del Nuptse, di fronte l’Everest. Forse, immortale non era mai stato, ma siamo sempre stati noi a renderlo tale

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Come muoiono gli immortali? A noi, probabilmente, non è dato sapere. C’è da credere che lo facciano in maniera appartata, di nascosto, perché agli immortali morire non è permesso. Del resto, una volta che si assumono i contorni dell’eternità, la morte non potrebbe che deludere le aspettative di noi esseri mortali, costretti a una visione limitata al tempo di una vita.
Quel 30 aprile 2017, Ueli Steck era infatti rimasto solo, lassù sul Nuptse, la montagna dirimpettaia dell'Everest. Era solo perché il suo compagno, Tenji Sherpa, si era dovuto fermare per riprendersi dai congelamenti riportati. Ueli invece aveva deciso di continuare il suo "acclimatamento attivo" in vista del concatenamento Everest-Lhotse. Sull’ultimo messaggio su Facebook, del 26 aprile 2017, si leggeva: "Salita veloce dal campo base a 7000 metri e ritorno. Credo nell’acclimatazione attiva. È più efficace che passare le notti in quota".
Fu allora che, tra il campo 1 e 2 del Nuptse, l’alpinista precipitò per novecento metri, probabilmente mentre superava un risalto di roccia a 7200 metri. Gli sherpa che stavano riposando al Campo 2 videro la caduta. Due militari britannici, due guide Sherpa, l’alpinista iraniano Mehdi Efetihmar e l’alpinista peruviano Victor Rimac, andarono a cercarlo, trovandolo morto ai piedi della parete. Altri alpinisti che stavano salendo sull’Everest lo hanno visto e hanno telefonato per il soccorso. Il suo corpo è stato recuperato in brandelli e portato a Lukla, dove si trova l’unico aeroporto della zona dell’Everest.
Che Ueli Steck sarebbe morto in montagna - proprio in quell’occasione - non era prevedibile. Il concatenamento Everest-Lhotse rappresenta per chiunque una gigantesca sfida fisica, ma tecnicamente non era nulla di troppo difficile per un alpinista come Steck. Era preparato e allenatissimo. Molte volte, prima di allora, aveva sfidato la morte ben più da vicino.
Nel 2004, per esempio, quando scalò il pilastro Excalibur dei Wendenstöcke senza corda, segnando l’inizio del suo successo. Un giovane senza alcuna assicurazione su un pilastro di roccia alto 350 metri. Fu allora probabilmente che comprese fino in fondo la sua vocazione: la velocità. Se sino a quel momento l’alpinismo era un affare pesante, caratterizzato da grandi costi logistici, grazie a Ueli Steck assunse allora definitivamente un nuovo volto, portando a compimento - forse - quello slancio inaugurato da grandi pionieri dello "stile alpino", come Rehinold Messner e Hermann Buhl.
La prima salita della nord dell’Eiger l’aveva registrata a soli 18 anni, era solo l’inizio di una lunga serie di ascese a velocità da record sulle Alpi. Dalla solitaria al Couloir Haston sul Mönch (4107 metri), nelle Alpi bernesi di casa, che completa in sole 3 ore e 30 minuti, fino alle molteplici vie sull’Eiger, la montagna prediletta. Nel 2001 tocca alle Grandes Jorasses, dove sale in inverno lo sperone Walker, poi di nuovo l’Eiger: questa volta slegato, nel 2004.
Solo dopo tantissima esperienza maturata sulle Alpi, già ai vertici dell’alpinismo mondiale, Ueli Steck si sposta in Himalaya. Questo terreno gli varrà i suoi due Piolet d’Or e la consacrazione definitiva. Il primo arriva nel 2008, per la prima salita dell’inviolata parete nord del Tengkangpoche, insieme a Simon Anthamatten. Nel 2014 il secondo, per aver aperto una nuova via aperta sulla parete sud dell’Annapurna, in 28 ore: è il quarto Ottomila scalato, dopo Gasherbrum II e Makalu saliti entrambi nel 2009, e dello Shisha Pangma, salito nel 2011.
L’alpinismo poteva anche essere leggero e rapido, il materiale ridotto al minimo. Non solo, l’alta montagna ora si scalava di corsa. Dedito al meticoloso allenamento del proprio corpo fino al limite dell’ossessione, Ueli agiva soprattutto su due fronti: la resistenza e la tecnica d’arrampicata. L’acclimatamento alle alte quote, ora era "acclimatamento attivo": invece di attendere in quota nei giorni prima dell’ascensione, come si era usato fare fino ad allora, lui scalava rapidamente tra i 5 e i 7mila metri in modo da velocizzare l’assorbimento dell’ossigeno. Anche l’alimentazione, poi, aveva un suo ruolo: aveva deciso di rimpiazzare i carboidrati coi grassi, perché questi gli garantivano maggiore efficienza. Forse questo da un’idea sull’origine del soprannome "swiss machine".
Una vita costantemente ai limiti del possibile, sempre in gara con sé stessi, cosa che diverse volte l’ha reso anche antipatico ad altri: difficile avvicinarsi ad un simile alone di eternità. Nel 2013, in un primo tentativo di concatenare l’Everest e il Lhotse, fu coinvolto in una rissa con degli sherpa che si sentirono infastiditi dall’agilità con cui Ueli li aveva sorpassati nella loro montagna. Il mondo, di fronte a queste scene, iniziò a dipingerlo con un alone di tracotanza.
Intanto, Steck continuava a confrontarsi con la morte: in Tibet nel 2014, in una spedizione a cui prese parte diretta alla cima del Shishapangma (8027 metri) due dei cinque partecipanti persero la vita travolti da una valanga.
Nell’autunno successivo, raggiunse i piedi dell’Annapurna per quella che doveva essere un’impresa che lo avrebbe fatto uscire dal turbamento che lo aveva travolto con l’episodio degli sherpa. Riuscì a portarla a termine, ma anche questa volta, sui successi prevalsero le critiche: Steck non riportò alcuna prova fotografica dalla vetta, cosa che fece crescere i sospetti sull’effettiva realizzazione. L’alpinismo era cambiato, e lui aveva peccato di ingenuità, attirandosi le polemiche.
Compiuti i quarant’anni, Ueli Steck sembrò prendere nuova consapevolezza: in Himalaya aveva superato una linea rossa, come disse lui stesso. La sfida con la morte non doveva essere più una priorità sulla sua vita, con il concatenamento Everest-Lhotse lo avrebbe dimostrato: quella sarebbe stata la sua ultima, grande spedizione, prima di dedicarsi a una vita più tranquilla.
Il mondo dell’alpinismo teneva gli occhi puntati. Su Facebook venivano riportati aggiornamenti sulla fase di acclimatamento di Steck, le corse tra un campo e l’altro nel versante sud dell’Everest. Aveva quarantuno anni e pareva in forma come mai lo era stato prima. Presto le condizioni di arrampicata dell’Everest sarebbero state giuste per consentire a Steck il concatenamento.
L’impresa, invece, ha riportato tutti alla realtà. Ueli Steck immortale non era, siamo stati noi a renderlo tale. A volte - almeno per qualche istante - deve averci creduto anche lui, senz’altro avrà sentito premere sulle spalle il peso di questo fardello. Secondo il volere della sua famiglia, Ueli Steck è oggi sepolto in Nepal: il suo corpo è stato cremato e i resti tumulati vicino al monastero Tengboche, sulla via che conduce gli scalatori verso la montagna più alta del mondo.













