Cade per 15 metri durante la scalata: "Credevo di non essermi fatto niente, poi ho sentito la corda pesantissima mentre preparavo la calata". I soccorsi lo recuperano in elicottero: viene operato d'urgenza

"La situazione è questa: mi parlano chiaramente di trauma da imbrago basso, si è lacerata un'arteriola laterale dell'arteria epigastrica inferiore e ho perso un sacco di sangue: tra i due litri e due litri e mezzo". Il racconto di un incidente e del successivo soccorso sulla via Messner-Holzer sul Castello della Busazza

Come raccontare gli incidenti in montagna? A partire da questa domanda è nata una collaborazione tra L'Altramontagna e il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, finalizzata a riprendere le testimonianze di chi è stato soccorso o di chi ha prestato soccorso in montagna in modo da acquisire importanti elementi per frequentare i territori montani con maggiore consapevolezza e, quindi, per cercare di prevenire situazioni di potenziale pericolo.
I testi pubblicati hanno partecipato al concorso Ti racconto il mio soccorso, nato da un’idea di Melania Lunazzi: la premiazione della prossima edizione del concorso avrà luogo venerdì 5 giugno alle 21 al Teatro Monte Baldo di Brentonico, nella cornice del festival L'Altramontagna, con la partecipazione della guida alpina e tecnico del Soccorso Alpino François Cazzanelli.
L'autore di oggi è Rossalio Patuelli e racconta di un incidente e del conseguente recupero sulla via Messner-Holzer sul Castello della Busazza.
Il racconto
Castello della Busazza via Messner-Holzer
La giornata era partita già male; il gestore del rifugio Vazzoler ci aveva lasciato la colazione, preparata la sera prima, pronta su un tavolo, ma aveva chiuso la porta del rifugio e la chiave non era rimasta nella serratura, ritrovandoci così "imprigionati", impossibilitati ad uscire. Per fortuna, dopo aver girato per trovare una soluzione, siamo riusciti ad uscire scavalcando la finestra del gabinetto. Ho la relazione del Dinoia dove la descrizione dello zoccolo per arrivare all’attacco della via viene liquidato in tre, quattro righe. Di solito io negli avvicinamenti non mi sbaglio quasi mai, mentre Eliana ha un fiuto incredibile nelle discese, specie per quelle complicate. Questa volta, visto come è partita la giornata, sbaglio tutto, non capisco niente di questo maledetto zoccolo, ci andiamo a infilare in posti assurdi e a volte poco tranquilli, sempre slegati. Non ho punti di riferimento collegabili alla scarna descrizione della guida. Come si è soliti dire dalle nostre parti, abbiamo cannato di brutto, ma infine dopo quasi tre ore arriviamo alla seconda cengia della torre Trieste dove troviamo l’attacco della nostra via; a saperlo prima, avrei rifatto la Cassin per arrivare fin qui. So che è tardi ma non tardissimo, al limite ci faremo un altro bivacco imprevisto, cosa che, ad essere sincero, non mi preoccupa più di tanto. Si parte, i primi tiri filano via lisci, pochi chiodi ma almeno le soste ci sono tutte. Siamo soli, nessuno sulla vicina torre Trieste, nonostante la bella giornata, e oltretutto siamo già verso mezzogiorno e sul sentiero sotto avrò notato sì e no in tutta la mattinata cinque o sei persone. Sono sul settimo tiro che sulla relazione è dato di 5+; sono tranquillo e rilassato, ma con le orecchie dritte, perché so bene come sono i "quintipiù" del vecchio Reinhold, ho già fatto altre sue vie, un po’ differenti dai "quintipiù" che definiamo classici. Il tiro si svolge in leggera diagonale verso sinistra, il primo chiodo a 7, 8 metri sopra la sosta e ne vedo un altro altri 7 metri sopra, alla fine di una specie di diedro svaso che finisce sotto uno strapiombino che sarà poi da superare. Arrivo a questo secondo chiodo, vedo che è nuovo luccicante, ma inutile perché piantato dal basso verso l’alto quindi di dubbia tenuta; lo rinvio ugualmente, lo supero e poi succede tutto in una frazione di secondo...
Non so perché, non sto guardando più la roccia, ma guardo il cielo e contro di esso le corde che non sono in tiro, ma stanno venendo giù come quando, dopo aver fatto un monotiro in falesia, tiri giù la corda dalla catena e questa ti arriva addosso con tutti i suoi ghirigori. Sono attimi eterni, ma alla fine tutto si ferma e mi ritrovo col viso a valle a guardare un vuoto infinito. Mi giro verso la parete e guardo verso Eliana; sono ritornato alla stessa altezza della sosta e mi trovo Eliana 5 o 6 metri alla mia destra. Le chiedo se tutto è ok, mi risponde di sì, a parte le mani leggermente ustionate, e mi chiede come sto. "Aspetta che controllo".
Guardo in alto, sono appeso ad un chiodo, il primo, quello 7/8 metri sopra la sosta, il secondo è venuto via ed infatti me lo ritrovo col rinvio infilato nelle corde vicino all’imbrago. Muovo caviglie, gambe, sculetto per vedere se il bacino è a posto, piego le braccia e scrollo le spalle. Cazzo! Riguardo in alto, sono volato per una quindicina di metri e non mi sono fatto assolutamente niente, solo una goccia di sangue sta scivolando lungo l’avambraccio destro, uscita da un graffio proprio sul gomito.
Preoccupato del chiodo che ha tenuto il volo, comincio ad arrampicare velocemente in traverso per raggiungere Eliana; per fortuna il tiro era in leggera diagonale e la parete perfettamente verticale e un po’ strapiombante. Se il tiro fosse stato dritto, sarei finito sulla cengia della sosta con le ovvie conseguenze. Valutiamo la situazione e decidiamo che non è proprio la giornata buona e che la cosa giusta da fare è scendere. Comincio a raccogliere una corda per preparare le doppie, ma mi accorgo che non ho la forza di tenerla in mano, la sento pesantissima; mi volto verso Eliana e vedo che ha già il telefono in mano "Chiamo il soccorso".
Provo un senso di vergogna ma non oso fare opposizione; lei ha deciso così, e poi sto vedendo che il fianco destro, tra la cintura dell’imbrago e il cosciale si è paurosamente gonfiato: "Avrò sbattuto il fianco contro la roccia e mi sono fottuto un rene", penso. È incredibile come in certi frangenti si perda la percezione del tempo: Eliana ha appena finito la chiamata ed io sento già il rumore dell’elicottero. Sono bravissimi quelli del SUEM 118. Ci trovano subito, ci contattano al telefono proprio di fronte a noi, stanno valutando la situazione per poi ritornare. Dopo un po’ l’elicottero ritorna col soccorritore appeso al "baricentrico" di 50 metri. Vedo le pale roteare vicinissime alla parete e l’elicottero perfettamente immobile sopra le nostre teste; il ragazzo mi aggancia al cavo, al suo segnale mi sgancio dalla sosta e ci ritroviamo appesi in volo diretti verso i prati sopra il Vazzoler.
Che belle le montagne da questo punto di vista: Busazza, torre Trieste, torre di Babele, l’Elefante, la Venezia sono stupende da questa visuale aerea. Vengo depositato, in piedi, su un prato dove mi attende una dottoressa; mentre l’elicottero va a recuperare Eliana, mi fa sdraiare e subito mi infila un ago per attaccarmi a una flebo di fisiologica. Stranamente fa fatica a trovare la vena.
Una volta recuperata Eliana, ci separiamo: io vengo imbarellato sull’elicottero che mi porterà all’ospedale di Belluno, mentre lei mi raggiungerà in seguito con la nostra macchina parcheggiata alla capanna Trieste. Durante il volo mi sento stanco e chiedo alla dottoressa di non farmi addormentare ma di tenermi sveglio; sento che comunica alla radio la mia situazione ed alcuni parametri tra cui una "sistolica a 60". È un numero basso, penso tra me e me. Arrivati all’ospedale mi portano subito al pronto soccorso; non capisco perché tutti hanno fretta, i portantini corrono verso gli ambulatori, un assistente mi taglia velocemente i pantaloni invece che sfilarmeli, sono veloci ad attaccarmi altre flebo ed anche il dottore che deve visitarmi arriva a passo svelto.
Il dottore è una dottoressa, ed è la donna più bella che abbia mai visto in vita mia. Sono passati oramai tanti anni e il ricordo di lei un po’ si è offuscato; mi ricordo di un portamento stupendo, di capelli neri, occhi scuri e pelle olivastra e vellutata di un viso perfettamente ovale. Un sorriso "serio" e movimenti calmi e precisi, una bellezza che definirei mediorientale sebbene questo aggettivo sia anch’esso riduttivo. Dopo un’accurata visita mi dice che il gonfiore che ho sul fianco destro (che non oso guardare) potrebbe essere effetto di un’emorragia interna, e di questo potrà esserne sicura solo dopo essere passato sotto un apposito macchinario (una specie di Tac). Nel lungo corridoio che porta alla stanza dove c’è questo macchinario la parte inferiore del corpo, dal bacino fino ai piedi, comincia a saltare in modo incontrollabile; ho delle convulsioni che non riesco a trattenere e di questo chiedo scusa alla dottoressa che cammina in modo spedito a fianco del mio lettino; mi dice, appoggiando una sua mano sulle mie che tengo unite, che è normale, che la mia adrenalina e le mie endomorfine hanno esaurito il loro compito. Stranamente, poco prima di passare sotto questa specie di Tac, mi ritrovo tranquillo e rilassato. Dopo una ventina di minuti mi portano in un’altra stanza dove finalmente rivedo Eliana "Oh! Hai visto la dottoressa?" le dico, "Notevole!" mi risponde. Arrivano altri medici, un infermiere mi inietta qualcosa nella flebo, ed uno comincia a parlare. La situazione è questa: mi parlano chiaramente di trauma da imbrago basso, si è lacerata un’arteriola laterale dell’arteria epigastrica inferiore dal diametro di 2 mm, ho perso un sacco di sangue, tra i due litri e i due litri e mezzo, e la situazione è stabilizzata in quanto la pressione arteriosa viene annullata dalla pressione della sacca che si è formata con l’emorragia e dovrò essere operato per chiudere e cauterizzare l’arteriola rotta. Per fortuna il macchinario ha individuato con precisione l’esatta posizione del vaso sanguigno lacerato. Poi i medici cambiano completamente discorso; uno mi dice di contare dal 10 in giù, l’altro mi dice che suo figlio studia a Bologna e arrampica al Cus, io gli dico che anch’io studiavo storia medievale ma poi ... 7 ... 6... faccio il capo stazione... dove sei Eliana? ... dottoressa scusi, credo di puzzare come una capra... non voglio dormi...
Mi sveglia una musica che conosco. Apro gli occhi e mi ritrovo in una stanza che mi sembra di forma circolare e con pochi letti messi a raggiera, forse nove o dieci, con tante macchine alle spalle di questi. Di fronte a me vedo sulla parete un orologio digitale che segna le 2:30 e al centro della sala una specie di box vetrato dove delle persone stanno tutte davanti a un video; una di loro si avvicina "Buongiorno signor Patuelli, sono Andrea, come si sente?". "Ascolta Andrea, mi chiamo Rossalio o Ross, ti nomino mio angelo custode per stanotte, dimmi qual è la mia situazione". "Ross, sei stato operato, l’intervento è stato un po’ complicato perché hanno dovuto tagliare parecchio per beccare l’arteriola, ma alla fine è andato tutto bene". "Bene, gli dico, conosco questa musica, è il Guglielmo Tell di Rossini e fa parte della colonna sonora di un bellissimo film che vorrei rivedere, per cui se girate il video verso il mio letto mi fareste un grossissimo favore". La situazione è assurda, paradossale, credo anche ridicola: sono nell’Unità di Terapia Intensiva, sono quasi le 3 di notte, ho due tubi su per il naso, un catetere nel pisello, una sacca di sangue e una di plasma più altre due flebo di non so cosa, un macchinino con un altro ago che mi dà morfina, due drenaggi che escono dalla coscia destra che spurgano dello schifosissimo siero, ho una grande benda che mi protegge un taglio chirurgico lungo 20 centimetri all’altezza dell’inguine e mi sto guardando Arancia Meccanica del grandissimo Stanley Kubrick... e mi sento benissimo.
Non mi dilungo oltre, rischio di essere noioso; passerò due notti in terapia intensiva e otto giorni in reparto di chirurgia. Non vi dirò nulla di Renato, mio compagno di stanza, operaio in pensione di Belluno, antiberlusconiano fino al midollo, simpaticissimo e dal cuore grande come un palazzo, volontario accompagnatore della squadra paraolimpica di tiro a segno. Ha partecipato a tutte le edizioni delle paraolimpiadi e ogni tanto lo rivedo quando viene con i suoi ragazzi che si allenano al tiro a segno di via Agucchi. Non vi dirò nulla di Anna, la super nonna di La Valle Agordina; tutte le volte che facciamo il passo Duran ci fermiamo a trovarla. L’anno scorso a novembre ci ha preparato una polenta al ragù di cervo che era la fine del mondo: ci ha messo due giorni per preparare il ragù. Ha più di 80 anni ed è ancora bella, figurarsi da giovane come doveva essere. Non vi dirò nulla dell’infermiera "dagli occhi di ghiaccio" che una sera, erano 6 giorni che non andavo di corpo, è entrata in camera, ha fatto uscire tutti, si è infilata i guanti e mi ha ordinato "Girati a pancia in giù"... Non vi dirò nulla di Eliana. Solo alcune riflessioni:
1) Fortuna, è solo questione di fortuna, e credo di averne avuta tanta.
2) È statistica, mi ha detto il Lorenz, ed è vero; più vai in auto e maggiori sono le probabilità di avere un incidente, più vai in bicicletta e più aumentano i rischi di cadere, più vai a correre e più rischi di prenderti una storta e così è anche per l’arrampicata ed altre attività.
3) A volte penso a quanto tempo e a quante energie ho speso in tutti questi anni nel dedicarmi a questo inutile gioco che è l’arrampicata e specialmente l’arrampicata in ambiente. Chissà come sarebbe la mia vita se avessi indirizzato tutte queste energie in qualcosa di più utile, nel volontariato, nel far del bene al prossimo, in qualcosa di più costruttivo per migliorare il mondo. Questo pensiero mi fa sentire un essere profondamente egoista.
4) Avevo giurato a me stesso, mentre ero in ospedale, che mai più avremmo fatto cose in montagna, giuramento che ovviamente non ho mai mantenuto, per cui sono anche uno spergiuro...
5) In tutta questa storia ho conosciuto solo delle persone stupende, da quelli dell’elicottero al primario di chirurgia, dalle ragazze che facevano le pulizie in camera, agli amici che hanno sacrificato un giorno di ferie per venirmi a trovare. Anche la Maggie, che ai tempi era una cucciolona, è stata una presenza fondamentale nei mesi successivi al fattaccio. Un grazie particolare agli amici di Faenza.
6) Il chiodo saltato via durante il volo l’ho tenuto e poi nascosto sotto il tetto della chiesetta di Badolo. La nostra povera madonna, che da quando frequento Badolo (1979) ha fatto tantissimi "miracoli" nonostante le abbiano rifatto una dimora più brutta di un garage, sicuramente avrà avuto pietà anche per un impenitente miscredente come il sottoscritto... In questa vicenda ho incontrato la donna più bella del mondo; l’ho conosciuta, ci siamo parlati, mi ha tenuto le mani in un lungo corridoio. La donna più bella del mondo è un medico e lavorava nel pronto soccorso dell’ospedale di Belluno.

Gli incidenti accadono quasi sempre per un errore, una leggerezza, per sottovalutazione dei rischi e mancata consapevolezza delle proprie capacità e del proprio allenamento, fisico e psichico. C’è poi quel pizzico di imponderabile che a volte porta a peggiorare le cose. Difficile che alla base ci sia un solo passo falso: solitamente è l’ultimo di una serie di piccoli errori. Al di là di ciò che trova spazio sui giornali, quasi mai c’è il tempo di raccontare le sensazioni che si provano durante un’operazione di salvataggio, che fanno parte di un vissuto personale, intimo e riservato, sia della persona soccorsa che del soccorritore. Un turbine emozioni, un’esperienza che segna e insegna e che a volte ha condotto la persona soccorsa a diventare a sua volta soccorritore e soccorritrice, entrando a far parte del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. Non è semplice descrivere un incidente nel quale si è stati coinvolti in prima persona, ma a volte può essere liberatorio, a volte istruttivo per chi legge, conoscere i frangenti nei quali ci si è trovati per sottovalutazione dei segnali d’allarme, che si dovrebbero cogliere in tempo quando si decide di affrontare un’escursione in montagna o in luoghi isolati. Il concorso Ti racconto il mio soccorso nasce con queste premesse.














