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Alpinismo | 01 giugno 2026 | 18:00

Tolti i chiodi da una via alpinistica in Val di Mello. "L'arrampicata dev'essere per forza elitaria", commenta lo storico 'sassista' Jacopo Merizzi, "i rischi non sono la sosta o i chiodi, ma trovarsi in dieci su una linea"

Nei giorni scorsi, l'alpinista lombardo Luca Schiera ha ammesso di essere stato lui a schiodare le vie "Il gioco dello scivolo" e "Uomini e topi", suscitando un'accesa discussione tra chi approva il gesto e chi lo accusa di aver attentato alla sicurezza degli scalatori ignari. Per arricchire il dibattito abbiamo interpellato una delle voci storiche dell'alpinismo locale, tra i pionieri della "rivoluzione" che ha reso la Val di Mello una meta unica per gli arrampicatori di tutto il mondo. Insieme a lui, proviamo a ripercorrere l'evoluzione dell'arrampicata tra quelle rocce

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

"Consapevole di quanto ad alcuni possa suonare controverso quello che sto per scrivere, sono arrivato alla conclusione che sia meglio fornire le mie ragioni sulla schiodatura che ho fatto alcuni giorni fa di una via in Val di Mello insieme a una amica".

 

Parlare di chiodi e schiodature è sempre un tema scomodo e conflittuale nel mondo dell’arrampicata. Al giorno d’oggi, in cui sempre più vie storiche vengono "messe in sicurezza" con fix, catene e anelli, tra chi difende a spada tratta l’originalità della via e chi invoca la sicurezza innanzitutto, spesso succede che il dibattito sfoci in reciproci dispetti.

 

Così, dalla sera alla mattina, i chiodi "spariscono" da vie attrezzate o, laddove questi erano stati tolti, qualcuno torna a chiodarle nuovamente. Il tutto spesso accade nell’ombra, senza che i responsabili abbiano un nome, e va a tutto discapito di chi per primo si trova a ripetere la via. Questi atti, generalmente, si traducono poi in polemiche che additano al "vandalismo" o alla deturpazione, riuscendo però solo raramente a innescare una riflessione davvero costruttiva.

 

Il recente caso delle vie lunghe Il gioco dello scivolo e Uomini e topi, in Val di Mello, trovate schiodate nei giorni scorsi, ha avuto però un epilogo diverso: Luca Schiera - alpinista lombardo e membro del Club Alpino Accademico Italiano, già presidente dei Ragni di Lecco - si è fatto avanti con una lettera al quotidiano Lo Scarpone del Cai, nella quale si dichiarava responsabile del gesto.

 

Nella stessa lettera, poi arricchita dalle dichiarazioni rilasciate a MontagnaTv, venivano spiegate le ragioni del gesto. Tra queste, in primis, trovava spazio la questione della storia della Val di Mello: secondo l’autore, "uno dei pochi luoghi nelle Alpi in cui c’è una discussione sulle chiodature e sulla sicurezza". Qui, infatti, sebbene le vie attrezzate a fix in valle siano migliaia, gran parte degli itinerari storici mantengono la chiodatura originale.

 

 "Ogni volta che è comparso uno spit sulle vie classiche - spiega l’alpinista - c'è sempre stata una mano oscura che l’ha rimosso subito dopo". La scelta di schiodarle non è dunque una novità, e nelle sue intenzioni sarebbe un modo per impedire quel meccanismo a catena che tenderebbe poi a omologare l’intera valle a certi standard di sicurezza, snaturando gli storici itinerari.

 

"Le Placche dell’Oasi - la zona che comprende entrambe le vie sopracitate - erano l’unica struttura dell'intera Val Masino che non solo non era attrezzata, ma in più quasi ogni via era stata aperta senza nemmeno l'uso della corda", continua Schiera.

 

"Perché ho deciso di espormi, pur sapendo che mettendoci la faccia questo gesto avrebbe perso di efficacia?", si chiedeva in conclusione. "Perché è l'unico modo per spiegare chiaramente le motivazioni, poi credo che il dialogo sia un buon modo per farci riflettere e magari di trovare dei punti in comune".

 

La scelta di esporsi da parte dell’esperto alpinista, tuttavia, non è bastata ad assopire le polemiche tra chi plaudeva l’intenzione e chi, invece, additava il gesto come scellerato e irresponsabile. L’alpinista - dal canto suo - affermava di essersi confrontato, prima di compiere il gesto, con alcuni dei "sassisti" e primi salitori, trovando appoggio sulla rimozione dei chiodi.

 

Con "sassisti", Luca Schiera fa riferimento a quel gruppo di giovani arrampicatori che, a partire dal 1975, hanno dato vita in Val di Mello a una vera e propria rivoluzione dell'arrampicata, ispirata alla filosofia dello Yosemite e basata su un approccio anticonformista e dotato di una propria etica: la progressione "in punta di piedi" su massi e grandi pareti di granito, spesso senza l'uso di spit o chiodi.

 

Nella speranza di contribuire a un dibattitto strutturato, L’Altramontagna ha intervistato oggi uno dei primi e più entusiasti sassisti dell’epoca, Jacopo Merizzi. Oggi guida alpina, esploratore e fotografo, e tra i pionieri di questo stile di arrampicata, Merizzi ha un parere positivo rispetto al gesto del giovane collega e legge il gesto come un’opportunità per la valle di tornare ad essere pioniera verso un approccio più fedele alla roccia.

 

"Le vie di cui si parla sono state attrezzate una quindicina d’anni fa, con soste chiodate per renderle più adatte all’uso delle guide: se porti su delle scuole di roccia, le soste fanno comodo. Ma la Val di Mello nasce con un’altra filosofia: l'ambiente e il paesaggio sono prioritari rispetto all'arrampicata. Alle placche dell'Oasi ti ritrovi in questa lingua di roccia in mezzo al bosco con tutta la valle che si estende ai tuoi piedi. L'arrampicata c'entra, ma è molto relativa".

 

Da questa prospettiva, il gesto di Schiera risponde a un’ottica condivisa dalla tradizione dell’arrampicata libera locale (arrampicata "libera" non "sportiva", sottolinea Schiera).

 

"Secondo me è stato un atto simpatico, allegro", continua Merizzi. "In un mondo super antropizzato, dove tutto viene programmato per la ripetizione, qualcuno che schioda è un evento. Oggi ci sono delle persone che non sanno neanche arrampicare e chiodano, tutto perché il loro itinerario venga ripetuto. Ma che senso ha? È bello che la Val di Mello abbia ancora delle pareti che non sono predisposte alla ripetizione".

 

Secondo Merizzi, la popolarità della valle è anche il risultato di questa sua peculiarità, di queste linee ancora integre che salendo devi essere tu stesso a trovare. Vie storiche come Il risveglio di Kundalini - spiega la guida - non sono particolarmente difficili, ma quando ripetute sanno regalare sensazioni che vanno oltre la performance.

 

"Sono un'esperienza che ti porti a casa e che ti ricordi. Queste placche non protette, non chiodate, secondo me oggi hanno avuto un successo incredibile proprio perché si ricerca qualcosa di naturale, non una via predisposta artificialmente. Quando sali non vai da spit a spit, devi cercare dove passare, magari a sinistra, magari a destra, cercare la fessura dove proteggerti. È molto di più della semplice difficoltà".

 

Dal punto di vista della sicurezza, Merizzi fa notare come l’affollamento delle vie dovuto alla loro eccessiva "messa in sicurezza", sia talvolta molto più pericoloso delle soste non attrezzate.

 

"Su alcune vie lunghe della valle, a volte, ci sono contemporaneamente sei, otto, dieci persone: così la via è già affollata e diventa un pericolo. Il rischio non è la protezione, la sosta o il chiodo. Il rischio è rimanere fino alla notte perché la cordata che hai davanti è lenta, e non sapere come scendere; o rimanere appeso in parete durante un temporale pomeridiano. La sosta, al contrario, se la sai fare la costruisci bene ed è sicura".

 

Non possiamo dunque pensare di rendere accessibile a tutti l’arrampicata, perché questo non può che portare a pericoli maggiori? "I numeri di quelli che fanno alpinismo e vie lunghe devono essere pochi: l'arrampicata deve essere per forza elitaria, non c'è alternativa".

 

Ogni generazione - riflette Merizzi dall’alto della sua memoria storica - sente il bisogno di re-interpretare a modo proprio l’approccio alla montagna, e spesso questi approcci vivono dei veri e propri cicli.

 

"Prima di noi ‘sassisti’, c’erano gli alpinisti storici, che fino agli Anni Ottanta sono andati avanti a scalare con gli scarponi rigidi (noi li chiamavamo i "rigidones"), perché erano convinti che reggessero meglio sulle tacche. Poi, ad un certo punto, siamo arrivati noi con le pedule: per l’epoca era un tabù pazzesco. Andavamo in montagna nella maniera più allegra, sprezzante, mangiando e bevendo, ma soprattutto rinunciando quasi del tutto all’uso dei chiodi". 

 

"Dopo di noi, la generazione successiva è stata quella degli sportivi: allenatissimi e fortissimi, attenti all’alimentazione. Per loro il progetto non era più la salita, ma la difficoltà. E quindi, perché non assicurarsi con gli spit? Da lì c’è stata l’esplosione e il culto del grado".

 

Oggi, però - continua Merizzi -, qualcosa è cambiato, e le nuove generazioni stanno tornando alla ricerca di un approccio più disimpegnato, più leggero e meno "artificiale": più esplorativo.

"Le generazioni contemporanee, i miei colleghi più giovani e bravissimi, sono gente che arrampica scalza, che ripetono vie durissime attaccando appena qualche friend, magari legati in vita così, senza imbrago".

 

Per tornare dunque alle vie schiodate da Luca Schiera, di fronte alla possibile contestazione di aver ammesso il gesto solo più tardi, esponendo dunque chi la ripetesse al pericolo di trovarsi inaspettatamente di fronte a una via non attrezzata, Jacopo Merizzi rimane inflessibile sull’importanza e responsabilità personale come alpinisti e arrampicatori di saper prevenire ogni imprevisto.

 

Insomma, la sicurezza non può bastare come criterio per dirimere la questione della chiodatura.

"Le pareti sono luoghi d'avventura, non sono la palestrina attrezzata. Ti devi aspettare il temporale, il chiodo che non c'è o è malmesso, una vipera o qualche altro animale: tutta una serie infinta di cose che se dovessi tutelare ciascuno per ogni possibilità, allora non potresti far altro che chiuderle".

 

Quale soluzione dunque? Con che criterio è più sensato, al giorno d’oggi, porsi di fronte ad una parete?

"Io credo - conclude Merizzi - che come luoghi d’avventura le pareti vadano conservate: con tutte le incertezze e i rischi che comportano, e che sta a te saper prevedere. Ad ogni generazione, piace reinterpretare le pareti a modo proprio, farne uno spazio di sperimentazione e scoperta, ed è per questo che mi sembra più ‘etico’ lasciare loro il campo libero, sgombro di ferraglia cosicché anch’essi possano scriversi la loro parte di storia".

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