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Alpinismo | 03 luglio 2026 | 12:00

La piccozza con le sue iniziali rimase tra ghiacci a oltre 8000 metri per 46 anni: fu ritrovata da un alpinista giapponese. Hermann Buhl e la prima leggendaria ascesa al Nanga Parbat

Settantatré anni fa, l'alpinista austriaco giunse per la prima volta sulla cima: solo e senza ossigeno, aiutandosi con metanfetamine e thè alle foglie di coca. Dopo aver disobbedito al capo spedizione, passò quaranta ore in piena zona della morte, bivaccando in piedi su un terrazzino

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Era il 3 luglio del 1953 quando - per la prima volta - una piccozza di ferro con il manico di legno si conficcò tra le nevi di una delle montagne più alte del mondo, dove rimase per ben quarantasei anni. Era il terzo ottomila su cui l’uomo avesse messo piede, ed ancora oggi è uno dei più letali: il Nanga Parbat. A compiere l’impresa, un ventottenne tirolese, Hermann Buhl: solo e senza ossigeno, dopo aver disobbedito agli ordini del capo spedizione.

 

"Il Nanga Parbat - come ricorda con perizia il giornalista ed esperto di alpinismo Alessandro Filippini - non è soltanto l'unico Ottomila sul quale la ‘prima’ è stata realizzata in solitaria. È anche l'unico sul quale la via del primo salitore non è più utilizzata. E, anzi, è stata ripetuta una sola volta".

 

Il Nanga Parbat fu anche il primo degli Ottomila sul quale è stato effettuato un vero tentativo di salita, ad opera del grande alpinista inglese Albert Frederick Mummery, nel 1895. Dopo questa prima spedizione, seguirono diversi altri tentativi di assalto alla cima, tutti fallimentari a vario titolo.

 

Resa celebre dal film "Sette anni in Tibet" la spedizione germanica del 1939, dove per la prima volta, gli alpinisti Peter Aufschnaiter e Heinrich Harrer (uno dei quattro primi salitori della Nord dell’Eiger, interpretato nel film da Brad Pitt) scelsero di abbandonare il tradizionale versante Raikhot in favore del Diamir. Mentre affrontavano la marcia di ritorno scoppiò la seconda guerra mondiale e i due furono arrestati e imprigionati a Karachi. Come noto, riuscirono a fuggire e a raggiungere di lì il Tibet.

 

Dopo la guerra, però, una nuova spedizione austro-tedesca guidata da Karl-Maria Herrligkoffer tornò a affrontare il versante Nord, il Raikhot. Alla spedizione partecipò anche Hermann Buhl, giovane alpinista già distintosi per le sue scalate sulle Alpi.

 

Disattendendo gli ordini del capo spedizione, Buhl - coperto da alcuni compagni - affrontò i 1300 metri che separano l’ultimo campo dalla vetta. Ad accompagnare l’austriaco, per un primo tratto, vi fu anche il tedesco Otto Kempter, che avrebbe poi rinunciato durante l’attraversamento del Silver Plateau.

 

Nel corso di 40 ore Buhl percorse da solo una via non solo di grande dislivello, ma anche di notevole sviluppo di lunghezza. Partito da campo 5 alle 3 di notte, raggiunse gli 8126 metri del punto più alto solamente alle 19. Per arrivarvi si era aiutato con il Pervitin, una droga a base di metanfetamina che veniva data ai soldati tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, e con un thè di foglie di coca.

 

Come prova del suo successo, l’alpinista vi lasciò la piccozza che aveva immortalato nella foto di vetta: celebre la fotografia di vetta con la piccozza di Bohl conficcata, sullo sfondo dei Denti d’Argento e del Silver Plateau.

 

Colto dall'oscurità all'inizio della discesa, in parete e senza la possibilità di cercare un luogo più idoneo per bivaccare, Buhl dovette trascorrere la notte in piedi appoggiato alla parete su un terrazzino minimo, privo di sacco da bivacco, ad una quota di circa 8000 metri. Sopravvissuto miracolosamente, alle 19 del 4 luglio, Buhl fece rientro a campo 5.

 

"Nonostante il clamoroso successo solitario di Buhl, - ricorda sempre Filippini - il Raikoht fu poi abbandonato e la seconda salita del Nanga Parbat fu realizzata, sempre con Herrligkoffer capo spedizione, dal versante Diamir nel 1962".

Quando Buhl ritornò dai compagni di spedizione, ridotto allo stremo e con diversi congelamenti alle dita dei piedi, mancava della sua piccozza: l’aveva lasciata sulla cima dopo la foto.

 

L’attrezzo, che riportava incise le iniziali dell’alpinista, venne ritrovato oltre quarant’anni dopo – nel 1999 - da una spedizione giapponese. A raccoglierlo fu l’alpinista nipponico Takehido Ikeda, che volle restituirla alla moglie di Buhl, nel frattempo scomparso.

 

L’attrezzo viaggiò in una robusta scatola di cartone avvolta da un nastro di seta. Durante una cerimonia a Salisburgo, in Austria, avvenne la restituzione: Generl, la vedova di Buhl (Eugenie Högerle, ma così la chiamava affettuosamente Hermann) ricevette la piccozza dal giapponese.  

 

La donna tenne la piccozza teneramente tra le braccia e la baciò socchiudendo gli occhi, indifferente alle foto degli astanti. "Forse le sembrò di riabbracciare il marito" scrive Roberto Serafin, scrittore e titolare della pagina "Fatti di montagna", che era presente all’evento.

Pochi anni fa, la donna ha donato la piccozza al Messner Mountain Museum, a Plan de Corones, dove si trova tutt’oggi.

A coordinare l’evento di Salisburgo, fu il celebre alpinista Kurt Diemberger, che abbiamo già avuto occasione di citare in altri articoli. Amico intimo di Buhl, Diemberger era suo compagno di cordata quando, nel 1957, solo quattro anni dopo il Nanga Parbat, Hermann morì a causa del crollo di una cornice di neve sul Chogolisa.

 

"Messner - raccontava Roberto Mantovani parlando delle voci circolate sulla tragedia - ha scritto che la morte di Buhl sarebbe stata dovuta al fatto che fosse completamente stremato dopo i congelamenti dell’Nanga Parbat, ma Kurt non è d’accordo. Lui stesso racconta che due giorni prima erano saliti con uno zaino pesantissimo facendo 1300 metri di dislivello e che Buhl era in perfetta forma. Secondo lui fu semplicemente accecato dalla nebbia e finì fuori traccia, cadendo travolto dalla cornice di neve".

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