"Oggi in montagna ho paura e credo sia giusto dirlo". La guida alpina Michele Comi si allontana da ghiaccio e neve. "Dopo tanti anni di alpinismo impari che ogni scelta può avere conseguenze"

"La verità è che faccio sempre più fatica a fidarmi di un ambiente che sta cambiando sotto i nostri occhi. I ghiacciai si ritirano, il permafrost si degrada, pareti considerate solide si trasformano, nevai e pendii non seguono più le logiche che abbiamo imparato a conoscere"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Oggi il clima è profondamente cambiato e – specialmente negli ultimi giorni - non possiamo più voltare lo sguardo dall’altra parte. Le recenti ondate di calore e l'innalzamento dello zero termico oltre i 4500 metri stanno accelerando la fusione dei ghiacciai alpini.
Tanto è veloce questo processo che, lunedì 29 giugno, è stato registrato come "Glacier loss day" del 2026, il giorno in cui i ghiacciai svizzeri hanno esaurito il suo accumulo invernale e iniziano ad andare in debito. È l’anno peggiore dopo il disastroso 2022.
Il permafrost va degradandosi, minacciando le riserve idriche e causando crolli in quota, e le immagini delle cascate sulla Nord del Cervino rimbalzano su tutti i media. In un reportage da Cima Cevedale del 30 giugno, noi de L’Altramontagna abbiamo potuto toccare con mano questi mutamenti profondi, percependone l’estrema violenza.
"Ho paura. E credo sia giusto dirlo. Forse è l’età, forse è solo la conseguenza di aver visto cambiare troppo in fretta la montagna che conosco. Oppure sono i numerosi segnali che arrivano dall’alto".
Introducendola con queste parole, la guida Michele Comi ha voluto diffondere la sua riflessione e le sue scelte in merito alla montagna che cambia. Guida alpina da metà anni Novanta e maestro di sci, Comi è anche geologo e le alte quote gli sono casa sin dall’infanzia. Proprio per questo, le ha viste cambiare e sa riconoscere quando il cambiamento è così repentino da poterlo più gestire.
Nell’intervento, pubblicato sul sito Stilealpino, Comi manifesta le sue angosce, le ansie e i timori che un’ascesa su ghiaccio e neve oggi costano anche ad una guida esperta come lui.
"Oggi, quando penso a una salita su neve e ghiaccio, sento un’inquietudine nuova. Così, almeno per un po’, preferisco la roccia. Non troppo in alto".
"Cari compagni di cordata - conclude - abbiate pazienza se per un po’ declinerò qualche proposta".
In seguito a questa presa di coscienza, abbiamo voluto raccogliere la personale testimonianza di Michele Comi sul nuovo volto delle nostre montagne e sull’alpinismo ai tempi dei cambiamenti climatici. In calce all’articolo, riportiamo poi l’intervento completo pubblicato su stilealpino.it.
"Quella che ho preso – spiega la guida - non è una decisione improvvisa. Non è che da un giorno all'altro abbia deciso di abbandonare neve e ghiaccio: è un cambiamento che matura da anni. Ormai è almeno un paio di decenni che assistiamo a ondate di calore sempre più intense e prolungate e, di conseguenza, le condizioni della montagna sono profondamente cambiate".
Negli anni passati, racconta, almeno nel gruppo del Bernina (la sua montagna di casa), era un’abitudine piuttosto consolidata quella di rinunciare alle grandi vie classiche verso la fine di luglio, quando lo zero termico rimaneva stabilmente sopra i 4000 metri. "Sono proprio gli itinerari classici, su neve e misto, a risentire maggiormente di queste anomalie. Oggi, però, quelle stesse condizioni le troviamo già all'inizio dell'estate".
"Che aspetto ha questo mutamento? L’immagine tracciata da Comi è piuttosto nitida. "La montagna cambia completamente. Il gelo non svolge più il suo ruolo di collante dei detriti, le pareti diventano nere, i ghiacciai perdono la loro identità e anche dal punto di vista estetico l'ambiente è molto diverso".
Ma a cambiare è soprattutto il modo di vivere certi ambienti.
"Un tempo si partiva alle quattro del mattino, fuori dai rifugi trovavi ancora i ruscelli ghiacciati, segno del rigelo notturno. Si camminava nell'aria fresca, senza sudare, e la progressione era più piacevole, più veloce e, in molti casi, anche più sicura. Oggi, invece, già nelle prime ore della notte il terreno è caldo, la neve è molle e la fatica aumenta enormemente. A questo si aggiunge un generale deterioramento della montagna che rende tutto più complesso".
Quest'anno – spiega Comi a mo’ di esempio - le due ondate di calore (quella di maggio e quella attuale) lo hanno convinto a cambiare programma ancora prima dell'inizio della stagione. "Con un compagno di cordata stavamo preparando una grande classica sul Monte Bianco e avevamo programmato una salita di allenamento al Piz Palù. Tornati a valle, la prima cosa che mi ha detto è stata: ‘Bellissima montagna, ma la settimana prossima non andiamo sul Bianco’. Mi ha fatto piacere perché era esattamente quello che stavo pensando anch'io".
Non era solo una questione di rischio. Certo, il degrado della montagna aumenta l'esposizione ai pericoli, ma era anche una questione di qualità dell'esperienza. Comi sa bene che quanto possa essere faticoso e sgradevole muoversi in un ambiente così surriscaldato, ragion per cui hanno deciso di cambiare obiettivo e trascorrere due giorni ad arrampicare sul granito.
Stupisce sentire da un alpinista e addirittura da una guida alpina, sentire le parole: "Ho paura". L’impressione è che la pratica alpinistica porti con sé un pesante bagaglio di preconcetti che vincolano l’alpinista alla conquista della vetta, alla resistenza alla fatica e allo spregio del pericolo. A maggior ragione, le voci di moderazione, riflessive, talvolta capaci di fare un passo indietro sono più che mai preziose.
"Qualcuno potrebbe definirla ipersensibilità, ma dopo tanti anni di montagna impari che ogni scelta può avere conseguenze. Con condizioni di caldo così estreme gli scenari possibili sono piuttosto chiari, per questo credo sia importante ascoltare quella piccola inquietudine che emerge".
"Non significa rinunciare definitivamente all'alta montagna. Significa imparare ad adattarsi senza impuntarsi nella testardaggine dell’ascesa a tutti i costi. "La mia non è una rinuncia definitiva. Magari fra pochi giorni le condizioni miglioreranno e si potrà tornare su certi itinerari. Ma una cosa è certa: la programmazione rigida non è più possibile".
Lo stesso mestiere di guida alpina e delle associazioni come il Cai, che si occupano di avvicinamento alla montagna, è molto cambiato.
"Un tempo si organizzavano ascensioni con mesi di anticipo. Oggi - spiega l’esperto guida alpina - si ragiona nell'arco di poche ore, perché le condizioni cambiano continuamente. E questo rende ancora più importante la capacità di osservare e interpretare ciò che accade".
Ecco dunque che la montagna, mutando le sue forme, ci costringe a rivedere il nostro approccio ad essa, e – forse paradossalmente – riporta al centro la componente umana rispetto alla tecnica. Spesso pensiamo che la tecnica e la tecnologia siano gli elementi centrali dell'alpinismo contemporaneo: come usare la corda, i ramponi, le protezioni. Invece, i cambiamenti della montagna ci pongono di fronte alla necessità della riflessione umana.
"Tutta la tecnica e gli strumenti che abbiamo nello zaino sono fondamentali, ma vengono dopo. La prima competenza è capire dove siamo e cosa sta succedendo intorno a noi. Solo allora possiamo decidere se proseguire, tornare indietro, cambiare itinerario o modificare il modo di procedere".
Questa capacità di lettura dell'ambiente, tuttavia, è influenzata da molti fattori esterni. "Ci sono le pressioni economiche di chi lavora in montagna, la logistica già organizzata, i rifugi prenotati, le aspettative delle persone, la voglia di arrivare comunque in vetta. Tutti elementi che possono alterare il nostro processo decisionale".
Non solo, secondo Michele Comi, a cadere in fallo è anche il sistema comunicativo che accompagna l’avvicinamento (sempre più diffuso) del pubblico alla pratica alpinsitica. "Viviamo in un'epoca in cui siamo bombardati da contenuti tecnici: tutorial su come preparare lo zaino, fare una manovra o utilizzare un'attrezzatura. Sono conoscenze indispensabili, ma si parla molto meno di come entrare davvero in relazione con l'ambiente".
La montagna richiede tempo, esperienza, esposizione e anche errori. Oggi, invece, sembra che l'esperienza possa essere consumata rapidamente, quasi fosse un prodotto. Ed è qui che nasce il vero cortocircuito, e il numero crescente di persone in montagna crea un meccanismo a catena. "Quando ci sono molte cordate si tende a pensare: ‘Se passano loro, posso passare anch'io’. È un meccanismo psicologico potente. Da soli si è molto più attenti a ogni segnale; immersi nel gruppo, invece, la vigilanza diminuisce e ciascuno finisce per affidarsi inconsapevolmente agli altri".
Oggi, con il cambiamento climatico, i fattori di instabilità aumentano ulteriormente: il degrado del permafrost, la caduta di pietre, il ghiaccio vivo che emerge sempre più spesso, la scomparsa del rigelo notturno. Tutto questo richiede una nuova cultura della montagna, fatta meno di certezze e molto più di capacità di osservazione, ascolto e adattamento.
"Sarebbe bello – conclude Michele Comi - riuscire a mettere in fila tutta questa galassia di elementi di cortocircuito che emergono dai tempi di cambiamento, soprattutto l’aspetto comunicativo e narrativo. È molto importante che chi fa informazione riesca a decifrare queste dinamiche, per evitare di reiterare approcci distorti all’alpinismo come fossero la normalità".
L’intervento di Michele Comi sul sito stilealpino.it
Ho paura. E credo sia giusto dirlo.
Forse è l’età, forse è solo la conseguenza di aver visto cambiare troppo in fretta la montagna che conosco. Oppure sono i numerosi segnali che arrivano dall’alto.
Non ho mai conosciuto il volto più duro della montagna. È stata fortuna, probabilmente, eppure oggi, quando penso a una salita su neve e ghiaccio, sento un’inquietudine nuova.
Non so se sia una questione di gambe o di testa, probabilmente entrambe. Può darsi che sia una scusa, per sottrarmi alle levatacce, agli avvicinamenti interminabili, alle lunghe giornate in quota. Ma credo che sarebbe troppo semplice liquidarla così.
La verità è che faccio sempre più fatica a fidarmi di un ambiente che sta cambiando sotto i nostri occhi. I ghiacciai si ritirano, il permafrost si degrada, pareti considerate solide si trasformano, nevai e pendii non seguono più le logiche che abbiamo imparato a conoscere. Vedere cascate d’acqua oltre i quattromila metri sul Cervino non è un’anomalia curiosa, è il sintomo di una montagna diversa.
Così, almeno per un po’, preferisco la roccia. Non troppo in alto.
So bene che anche la roccia non è un luogo sicuro. La montagna non lo è mai stata. Ma ci sono rischi che appartengono alla sua natura e altri che oggi vengono amplificati da un cambiamento climatico sempre più evidente e imprevedibile.
Non è una rinuncia definitiva e nemmeno una dichiarazione di resa. È, semplicemente, il tentativo di ascoltare quel sottile istinto che in montagna spesso vale più dell’orgoglio.
Cari compagni di cordata, abbiate pazienza se per un po’ declinerò qualche proposta. Chiamatela prudenza, rispetto, chiamatela persino paura.
Io, oggi, preferisco ascoltarla.












