Ritrovato semi-congelato mentre strisciava verso il campo base dell'Everest: era disperso da sette giorni. l'Odissea del del 52enne nepalese Dawa Sherpa

Il profilo narrativo inizierà presto ad acquisire una maggiore chiarezza, e con esso le eventuali responsabilità umane. Ciò che importa, per il momento, è che Dawa Sherpa, detto Hillary, abbia raggiunto la sua Itaca. Nafrago di montagne altissime, onde ghiacciate che sembrano sfidare il cielo. Con la fine della sua Odissea, del suo tormento, ci scopriamo tutti più sollevati. Un po' come quando il vecchio cane Argo riconosce il suo padrone dopo vent'anni di assenza e Ulisse, accorgendosene, di nascosto si asciuga una lacrima

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Il cuore velato di ombre dell'essere umano sembra essere attratto dalle Odissee.
Più il viaggio si fa tormentato, più la sua linearità viene spezzata dall'imprevisto, dalla sofferenza, da ricostruzioni opacizzate a causa di dinamiche difficili da immaginare, e più alimenta il nostro interesse.
Ecco allora che la storia del 52enne nepalese Dawa Sherpa, "sopravvissuto - come si legge su Montagna.tv - per sette giorni nella zona della morte senza cibo né bombole di ossigeno e ritrovato mentre strisciava verso il campo base" dell'Everest, sta iniziando a circolare di media in social e di social in media.
L'Odissea di quest'uomo si è conclusa con il suo avvistamento nei pressi del "Crampon Point" (non distante dal campo base), da parte del personale predisposto alla raccolta dei rifiuti al termine della stagione alpinistica.
"Strisciava verso il campo base", si legge appunto. Altri sostengono che gattonasse semi-congelato sulla neve. Certo è che quel debole movimento, quel flebile tepore umano avvolto dai profili freddi delle alte quote, deve aver attirato l'attenzione di qualcuno. È stato prontamente soccorso ed elitrasportato in ospedale a Kathmandu.
E prima? E prima si parlava di un alpinista disperso o "dimenticato" - come scrive l'esperto di alpinismo himalayano Alessandro Filippini -, le cui ultime notizie risalivano allo scorso 29 maggio, quando ha perso contatto dagli altri membri della spedizione organizzata dall’agenzia Himalayan Traverse. Pare si trovasse sopra al Campo 3, a oltre 7000 metri di quota.
Quanto è accaduto successivamente ha ancora i contorni indefiniti delle ipotesi. Ipotesi fatte di vertiginosi pendii, dedali di ghiaccio, larghi e profondi crepacci, presenza o assenza di corde e scale metalliche per superarli, abilità alpinistiche, istinto di sopravvivenza, ispezioni in elicottero, nuvole basse, valanghe.
Il profilo narrativo inizierà presto ad acquisire una maggiore chiarezza, e con esso le eventuali responsabilità umane in un meccanismo, quello della rincorsa turistica agli ottomila, che purtroppo rischia spesso di anteporre la vetta e le velleità dei clienti alla tutela delle persone. Ma questo è un capito troppo ampio per essere affrontato in questa sede.
Ciò che importa, per il momento, è che Dawa Sherpa, detto Hillary, abbia raggiunto la sua Itaca. Nafrago di montagne altissime, onde ghiacciate che sembrano sfidare il cielo. Con la fine della sua Odissea, del suo tormento, ci scopriamo tutti più sollevati. Un po' come quando il vecchio cane Argo riconosce il suo padrone dopo vent'anni di assenza e Ulisse, accorgendosene, di nascosto si asciuga una lacrima.












