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Ambiente | 23 luglio 2026 | 12:00

Le radure aperte da Vaia, brulle fino a poco fa, tornano verdi. "Le specie definitive convivono con quelle intermedie e pioniere, in questa fase si registra il massimo di biodiversità"

Cosa accade al bosco dopo un evento come Vaia? A otto anni dalla tempesta, le radure tornano ad essere colonizzate da rovi e piante pioniere, modificando sensibilmente il paesaggio. Questo miglioramento vale anche in termini di biodiversità? A quali condizioni? Lo chiediamo a Emanuele Lingua, professore ordinario dei Selvicoltura all’Università di Padova

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Sono passati quasi otto anni da quegli ultimi giorni di ottobre 2018, quando sorse l’alba sui pendii scarnificati dalla tempesta, nell’Altipiano dei Sette Comuni. Interi crinali di bosco rasi al suolo, centinaia di migliaia di alberi abbattuti da venti ad oltre 120 chilometri orari, milioni di euro di danni. Da allora, macchie giallognole di alberi morti e radure di tronchi spezzati sono diventati un panorama abituale per gli altipianesi.

 

Oggi, però, il paesaggio sta cambiando nuovamente. Gli spazi aperti dalla tempesta Vaia, finora brulli, vanno ora inverdendo. Al loro interno crescono rovi e piante pioniere. Così, l’impatto estetico sul paesaggio migliora sensibilmente, forse riuscendo anche ad allontanare dalla mente degli abitanti i ricordi più bui, e soprattutto – sembra di poter dire – apre nuovi orizzonti per la biodiversità locale.

 

Come accade tutto questo? Cosa accade al bosco dopo un evento come Vaia? Ne parliamo in questo articolo con Emanuele Lingua, professore ordinario di selvicoltura e di gestione degli incendi e dei disturbi da cura biotica. Per rispondere, il professore ha tracciato un quadro dell’evoluzione di queste radure.

 

"Dopo il disturbo - spiega Lingua - si insediano rapidamente le specie pioniere, ma riescono a essere presenti anche specie che caratterizzano gli stadi successivi. Non appena le condizioni migliorano, queste ultime iniziano a crescere e a insediarsi con maggiore successo. Ci troviamo quindi in una fase nella quale convivono sia le specie definitive sia quelle intermedie e pioniere, comprese quelle che necessitano di condizioni di mezz'ombra. È proprio qui che si registra il massimo della biodiversità in termini di ricchezza specifica".

Dopo questa fase, il sistema evolve verso i popolamenti maturi, come la pecceta o la faggeta. "Si tratta di formazioni che tendono a essere più uniformi, spesso monostratificate e dominate da una sola specie, per cui il numero complessivo di specie diminuisce nuovamente". Insomma, quella che graficamente si rappresenterebbe come una curva a campana, con una crescita di biodiversità fino ad un apice, dopo il quale tornerebbe a calare.

 

Specializzato in gestione forestale, soprattutto in gestione a seguito di forti disturbi come incendi o eventi climatici estremi, il professor Lingua ha collaborato con il Ministero per il tavolo di Vaia e del bostrico, e collabora da anni con la Regione Veneto per valutare i siti in cui sono stati effettuati interventi.

In questi otto anni, Lingua si è occupato ampiamente dei territori più colpiti dalla tempesta, soprattutto nell'alta Valle del Cordevole, in agordino, e nell’Altipiano dei Sette Comuni: dalla Piana di Marcesina, ad Enego, ai boschi dei comuni di Asiago e Gallio.

 

Secondo gli studi del professore, nella maggior parte dei siti schiantati dalla tempesta Vaia, "Il numero di specie è notevolmente superiore rispetto a quello dei popolamenti precedenti. Questo accade nonostante l'abete rosso continui a essere la specie che si rinnova maggiormente: anche nella rinnovazione sta tornando a essere la specie più rappresentata".

Accanto all'abete rosso, però, ora sono presenti molte altre specie, in funzione delle diverse condizioni stazionali. Si tratta, secondo l’esperto, di un cambiamento che era in parte prevedibile.

 

"Prima, nel bosco, molte di queste specie non erano presenti oppure erano poco rappresentate. In numerosi casi, infatti, la pecceta era una formazione secondaria, gestita dall'uomo, nella quale le altre specie venivano progressivamente rimosse. Oggi, invece, osserviamo una forte rinnovazione di faggio, abete bianco, acero, oltre a sorbi, betulle e pioppi".

 

Anche qui, al contrario di come verrebbe spontaneo pensare, la gestione attiva ha un ruolo. Tra i monitoraggi in cui Emanuele Lingua è impegnato c’è l’osservazione comparativa tra i siti nei quali le piante schiantate sono state completamente rimosse e quelli nei quali parte del materiale è rimasta sul terreno.

 

"Dai monitoraggi emerge che, in questi ultimi casi, la rinnovazione naturale è più abbondante e diversificata e i danni da brucamento sono inferiori. Inoltre, il legno morto favorisce la stabilità del manto nevoso, riduce il rischio di valanghe e funziona da barriera contro il rotolamento dei massi. Per questo, dopo Vaia e soprattutto dopo gli attacchi di bostrico, in molte aree del Veneto e del Trentino non si asporta tutto il materiale: si lascia a terra una quota di tronchi, generalmente tra il 20% e il 50%, posizionati in modo da proteggere strade e abitazioni".

Al di là delle ricadute secondarie, però, c’è di fatto che la biodiversità è in netto aumento, sia in termini di numero di specie sia nei rapporti tra le specie stesse. Questo rappresenta senz’altro un aspetto positivo, ma non basta: per un miglioramento su larga scala bisogna considerare anche un altro elemento.

 

"Il pool di specie che oggi osserviamo in alcuni siti non è necessariamente quello che risulterà più adatto ai popolamenti del futuro. Per questo è importante non lasciarsi impressionare dalle proporzioni attuali tra le specie, che oggi possono sembrare favorevoli, ma che nel corso dei decenni cambieranno, e potrebbero addirittura mancare proprio quelle specie che tra cinquant'anni risulteranno più adatte".

 

È qui, allora, che l’intervento umano risulta più che mai essenziale, soprattutto alla luce dei cambiamenti climatici in atto e della nostra capacità di anticipazione. Dal punto di vista gestionale, l'aspetto fondamentale è mantenere l’eterogeneità; questa però – precisa il professor Lingua - non deve necessariamente essere ricercata all'interno del singolo popolamento.

 

"Esiste spesso il mito della massima diversificazione al livello del singolo bosco, mentre in realtà sarebbe più utile avere un paesaggio organizzato come un mosaico, costituito da gruppi omogenei ma con caratteristiche differenti. È quindi a scala di paesaggio che dobbiamo ragionare".

"In alcune aree possiamo favorire il faggio e l'abete bianco; altre possono essere lasciate a libera evoluzione, dove troveremo abete rosso, faggio, abete bianco e altre specie che si insedieranno spontaneamente con il tempo. L'obiettivo è proprio creare un mosaico nel quale, da un lato, si interviene e si gestisce il territorio ottenendo anche una produzione legnosa e, dall'altro, si mantiene una forte diversificazione".

 

Questo approccio - afferma il professore - garantirebbe un livello più elevato di biodiversità, assicurando la presenza di popolamenti rifugio e renderebbe l'intero sistema molto più resistente ai disturbi. "Ci saranno sempre specie capaci di ricolonizzare rapidamente il territorio dopo un evento estremo, oppure specie che saranno naturalmente più resistenti al disturbo stesso. In questo modo avremo sia alberi sopravvissuti, sia specie in grado di avviare rapidamente i processi naturali di recupero e ripristino".

 

Se si sceglie di impoverire il pool di specie, conclude Emanuele Lingua, questi processi diventano inevitabilmente più lenti. Se invece si mantiene una quota di specie con funzioni differenti — ad esempio il larice all'interno del bosco montano — vi sarà la garanzia che, qualunque evento si verifichi, ci saranno sempre specie in grado di resistere meglio o di favorire il recupero dell'ecosistema.

 

La ricerca sui temi di gestione forestale post-disturbo promette di fare ancora passi da gigante e, oltre a essere ricavata sul campo, punta molto sulla condivisione delle esperienze all’interno della comunità scientifica internazionale. Un approccio quantomai necessario e attuale, specialmente in questi ultimi giorni, in cui incendi boschivi di larga scala accomunano le superfici forestali di diverse zone nell’Europa meridionale.

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