"Limitarsi a raccontare scenari catastrofici senza offrire strumenti per interpretarli è controproducente: invece di aumentare la consapevolezza, favoriamo il rifiuto o la negazione": Serena Giacomin, il clima e le terre alte

Pascoli ingialliti già a fine giugno, ghiacciai in sofferenza e città sempre più difficili da vivere: il cambiamento climatico impatta su territori, ecosistemi e abitudini quotidiane. Ne parliamo con la climatologa Serena Giacomin (fisica dell'atmosfera, meteorologa e divulgatrice scientifica), che analizza cause ed effetti di condizioni estreme sempre più frequenti e il ruolo fondamentale di una corretta informazione scientifica: "La speranza non nasce dall'illusione che tutto si risolva da solo, ma dalla consapevolezza che esistono ancora azioni concrete capaci di fare la differenza"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Tre ondate di calore tra la fine della primavera e l'inizio dell'estate, temperature superiori ai 30°C anche in montagna, ghiacciai in sofferenza e città sempre più difficili da vivere: il cambiamento climatico non è più soltanto una previsione degli scienziati, è una realtà che modifica il territorio, gli ecosistemi e le abitudini quotidiane.
Per capire cosa sta accadendo e quali scenari ci attendono nei prossimi anni, L'Altramontagna ha intervistato la climatologa Serena Giacomin, fisica dell'atmosfera, meteorologa e divulgatrice scientifica, che analizza le cause delle ondate di calore sempre più frequenti, gli effetti sulle montagne, il futuro del turismo e il ruolo fondamentale di una corretta informazione scientifica.
Serena, negli ultimi mesi abbiamo registrato temperature davvero eccezionali, anche in quota. Come descriveresti quello che stiamo vivendo?
La situazione che stiamo osservando non riguarda soltanto le ultime settimane. In realtà la prima importante ondata di calore è arrivata già nell'ultima decade di maggio, quindi ancora durante la primavera meteorologica. Già allora molte località italiane hanno registrato temperature oltre i 33-35 gradi, con anomalie anche di circa dieci gradi rispetto ai valori climatici attesi.
Successivamente abbiamo avuto una seconda ondata di caldo nel mese di giugno e una terza, iniziata nei primi giorni di luglio, che ha interessato gran parte del Mediterraneo.
Queste ondate sono determinate dall'espansione del promontorio dell'anticiclone nordafricano, che continua a spingersi verso il Mediterraneo portando masse d'aria sempre più calde. Non riguarda soltanto l'Italia: basti pensare a quanto accaduto nelle ultime settimane in Spagna, Francia e Regno Unito, dove sono state registrate anomalie termiche straordinarie.
I dati delle stazioni meteorologiche mostrano valori impressionanti anche oltre i 1.500 metri di quota. Quanto è preoccupante questa situazione?
È uno degli aspetti più significativi di questa fase climatica. Quando una massa d'aria così calda raggiunge il nostro territorio non interessa soltanto le pianure, ma coinvolge anche le vallate e le alte quote.
Lo dimostrano chiaramente le osservazioni raccolte sulle Alpi. La stazione meteorologica installata sul Col Major, nel massiccio del Monte Bianco, a circa 4.750 metri di quota, tra giugno e luglio ha registrato più volte temperature superiori allo zero. È un dato che racconta molto bene come il riscaldamento atmosferico stia interessando l'intera colonna d'aria e non soltanto gli strati più bassi.
Questo significa alterare profondamente i microclimi montani, accelerare la fusione dei ghiacciai e modificare ecosistemi che fino a pochi anni fa erano caratterizzati da condizioni completamente diverse.
Quali sono le conseguenze di questo riscaldamento così persistente?
Una delle principali riguarda il mare. Il Mediterraneo rappresenta uno straordinario regolatore climatico, ma se anche il mare accumula continuamente calore perde parte della sua capacità di mitigare le temperature.
Di conseguenza aumentano il disagio per la popolazione, le notti tropicali diventano sempre più frequenti e cresce anche la quantità di umidità presente nell'atmosfera.
L'aria più calda riesce infatti a trattenere una maggiore quantità di vapore acqueo. Questo peggiora la sensazione di caldo, rende più difficile il raffrescamento naturale del corpo umano e contribuisce anche ad alimentare eventi meteorologici estremi quando si verificano le condizioni favorevoli.
Oggi si sente spesso parlare di "nuova normalità". È un'espressione corretta?
È un'espressione che comprendo, ma che utilizzo con molta cautela. È vero che le estati di trent'anni fa non esistono più. Il clima mediterraneo è già profondamente cambiato e tutti noi percepiamo questa differenza. Tuttavia parlare di nuova normalità rischia di trasmettere l'idea di una nuova stabilità. In realtà non siamo entrati in una fase stabile. Ci troviamo all'interno di un processo in continua evoluzione, nel quale aumentano progressivamente sia la frequenza sia l'intensità delle ondate di calore. Questo significa che non dobbiamo immaginare semplicemente estati più calde rispetto al passato, ma un sistema climatico che continua a modificarsi e che rende sempre più frequenti condizioni estreme.
Molti si chiedono se esista un limite. Dopo estati come questa viene spontaneo domandarsi: peggio di così è davvero possibile?
È una domanda comprensibile, ma la risposta purtroppo è sì. Spesso immaginiamo il peggioramento soltanto come un aumento delle temperature massime, pensando, ad esempio, ai 50 gradi. In realtà il problema potrebbe essere diverso.
Più che registrare temperature molto più elevate rispetto a quelle attuali, rischiamo di assistere a ondate di calore sempre più lunghe e persistenti. Se oggi abbiamo tre o quattro giorni con temperature eccezionali, domani potremmo averne dieci o quindici consecutivi. Ed è proprio la durata a fare la differenza. Più il caldo persiste, più aumentano gli effetti sulla salute delle persone, sugli ecosistemi, sull'agricoltura e sulle risorse idriche.
Se ci risentissimo tra dieci anni, quale cambiamento pensi che considereremo ormai normale?
Credo che la risposta riguardi soprattutto la temperatura. Gli eventi estremi come nubifragi e grandinate colpiscono territori limitati. Chi li vive ne comprende immediatamente la gravità, ma chi si trova altrove spesso non ne percepisce l'impatto. Le ondate di calore, invece, interessano quasi tutti contemporaneamente. Chi vive in pianura, chi in collina e chi frequenta la montagna si accorge che qualcosa è cambiato. È proprio questa la loro forza: modificano la quotidianità di milioni di persone nello stesso momento.
Tra dieci anni credo che ci renderemo conto soprattutto di questo: le temperature avranno cambiato le nostre abitudini. Sarà sempre più difficile vivere le giornate estive come facevamo una volta. Cambieranno gli orari, le attività all'aperto, il modo stesso di organizzare la vita quotidiana e il lavoro.
Sempre più persone scelgono la montagna per sfuggire al caldo delle città. Pensi che questa tendenza continuerà?
È probabile, anche se la montagna presenta un limite naturale: non è un ambiente pensato per accogliere un turismo di massa. A differenza delle località balneari, lo spazio disponibile è limitato e gli ecosistemi montani sono molto delicati.
Per questo il tema non riguarda soltanto l'aumento dei visitatori, ma soprattutto il modo in cui vivremo la montagna nei prossimi decenni. Cambieranno le attività, cambierà il turismo e dovremo ripensare il rapporto tra uomo e ambiente montano. Chissà che questo cambiamento necessario ci porti anche dei vantaggi: da un rapporto di distacco e rottura con la natura, ad un rapporto in armonia ricco di bellezza.
Che futuro immagini per lo sci e per il turismo invernale?
Dipenderà molto dalle quote e dai territori, ma una cosa è certa: la neve sta diventando sempre più difficile da prevedere e da garantire. Anche la produzione di neve artificiale richiederà risorse sempre maggiori, con costi economici ed energetici destinati ad aumentare. È una trasformazione che interesserà inevitabilmente tutto il settore della montagna e che richiederà - anzi richiede - una riflessione sul modello turistico del futuro.
Negli ultimi anni i ghiacciai stanno mostrando segnali sempre più evidenti di sofferenza. Che situazione hai osservato?
Qualche giorno fa sono stata in Valle d'Aosta e vedere il Monte Bianco in queste condizioni lascia davvero un senso di amarezza. Le continue ondate di calore e uno zero termico che supera frequentemente i 4.500 metri stanno accelerando la fusione dei ghiacciai. Il problema non è soltanto il ghiaccio che scompare. A preoccuparci è soprattutto la disponibilità di acqua. Già all'inizio dell'estate molte aree montane mostrano segnali di stress idrico che fino a pochi anni fa sarebbero stati impensabili. Parlando con chi vive e lavora in montagna ci si rende conto della gravità della situazione. In Valle d’Aosta, ad esempio, alcuni allevatori mi hanno raccontato che i pascoli stanno soffrendo perché l'acqua non riesce più ad arrivare dove servirebbe, gli alpeggi sono ingialliti già a fine giugno. Sono testimonianze che fanno comprendere come il cambiamento climatico non sia più una questione teorica, ma una realtà che incide direttamente sul territorio e sulle attività economiche.
In queste settimane gli incendi boschivi stanno interessando numerose regioni italiane. Esiste un legame con le temperature eccezionali?
Sì, ma è importante utilizzare le parole corrette. Il cambiamento climatico non accende gli incendi. Le cause restano quasi sempre legate all'attività umana o, più raramente, ai fulmini. Quello che fa il riscaldamento globale è amplificarne gli effetti. Le lunghe ondate di calore provocano uno stress idrico molto intenso della vegetazione. Boschi, prati e arbusti diventano progressivamente più secchi e vulnerabili. In queste condizioni basta un innesco perché il fuoco si propaghi con maggiore rapidità, diventi più difficile da controllare e provochi danni molto più estesi. È questo il concetto fondamentale: il cambiamento climatico intensifica il rischio e rende gli incendi sempre più complessi da gestire.
Sul cambiamento climatico continua però a esserci molta confusione. Quanto pesa la qualità dell'informazione?
Pesa tantissimo. Più che concentrarmi sui singoli negazionisti, preferisco riflettere sul modo in cui oggi viene costruita l'informazione. Il cambiamento climatico è un tema complesso e richiede tempo per essere spiegato. Non può essere ridotto a un titolo sensazionalistico o a una frase d'effetto. Servono giornalisti preparati, redazioni che possano dedicare tempo all'approfondimento e una comunicazione capace di semplificare senza tradire la complessità dei fenomeni.
Quando invece prevalgono superficialità, fretta e ricerca del clic, il rischio è quello di alimentare soltanto confusione.
Come si può comunicare meglio una crisi così complessa?
Bisogna ricordare che le persone non reagiscono soltanto con la razionalità. Davanti a una crisi globale entrano in gioco emozioni, paura, ansia e spesso anche un senso di impotenza. Per questo la comunicazione scientifica deve essere rigorosa, ma anche capace di accompagnare le persone nella comprensione del problema. Se ci limitiamo a raccontare scenari catastrofici senza offrire strumenti per interpretarli, rischiamo di ottenere l'effetto opposto: invece di aumentare la consapevolezza, favoriamo il rifiuto o la negazione.
Dopo tanti dati e scenari preoccupanti, esiste ancora spazio per la speranza?
Assolutamente sì, ed è forse il messaggio più importante che vorrei lasciare. Oggi siamo immersi in quello che definisco un senso di impossibilità. Molte persone pensano che ormai non ci sia più nulla da fare e che qualsiasi intervento sia inutile. Non è così. Possiamo ancora migliorare moltissimi aspetti delle nostre città e del nostro territorio. Pensiamo, ad esempio, alla gestione del verde urbano, alla riduzione delle superfici asfaltate, alla creazione di spazi verdi che abbassano naturalmente le temperature, oppure a una progettazione delle città più attenta al clima. Sono interventi concreti che migliorano la qualità della vita delle persone. Non dobbiamo agire per salvare un concetto astratto di ambiente. Dobbiamo farlo anche per vivere meglio noi, oggi e nei prossimi decenni. La speranza non nasce dall'illusione che tutto si risolva da solo, ma dalla consapevolezza che esistono ancora azioni concrete capaci di fare la differenza.












