Come viene utilizzata, dalla pianura, l'acqua accumulata nei bacini montani? Per capire e usare le mappe alluvionali bisogna chiedersi quali dati sono stati utilizzati

L'aggiornamento delle cartografie del Piano di Gestione del Rischio Alluvioni (PGRA) da parte dell'Autorità di Bacino Distrettuale delle Alpi Orientali ha aperto un dibattito politico sulla mancanza di trasparenza sui modelli usati, l'assenza di confronto con i territori e l'impostazione basata sul "principio di massima precauzione", battezzato "antiscientifico". L'ingegner Luigi d’Alpaos, Professore emerito di Idraulica all'Università di Padova, ha risposto ad alcune domande in merito

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
L’aggiornamento delle cartografie del Piano di Gestione del Rischio Alluvioni (PGRA) da parte dell’Autorità di Bacino Distrettuale delle Alpi Orientali ha aperto un dibattito politico sulla mancanza di trasparenza sui modelli usati, l'assenza di confronto con i territori e l'impostazione basata sul "principio di massima precauzione", definito "antiscientifico". L'assessore di Regione Veneto alla Montagna, Dario Bond, ha definito queste nuove mappe un "accanimento burocratico" che rischia di paralizzare lo sviluppo delle comunità montane, in particolare nei comuni della provincia di Belluno. Per poter leggere e comprendere i nuovi rischi alluvionali dettati dalle nuove mappe del PGRA è necessario capire come queste mappe vengono tracciate, quali sono i rischi (idraulici, politici ed economici) che accompagnano la morfologia e la fragilità del territorio.
L’ingegner Luigi d’Alpaos, Professore emerito di Idraulica all'Università di Padova, ha risposto ad alcune domande che possono aiutare a comprendere cosa significa rischio idraulico, come vengono costruite le mappe e quali sono le vere urgenze, in tema d’acqua, per i bellunesi a la provincia di Belluno.
Partiamo dal vocabolario. Nelle nuove mappe si parla di "rischio alluvioni", ma spesso sentiamo anche "pericolosità idraulica". Sono la stessa cosa?
No, sono due concetti del tutto distinti, anche se vengono spesso usati come sinonimi nel dibattito pubblico. La pericolosità è una caratteristica intrinseca del territorio: dipende dalla morfologia, dalla struttura del reticolo idrografico, dalla natura del suolo. Il termine rischio invece contiene sia la pericolosità ma anche la vulnerabilità e l’esposizione degli elementi che compongono un dato territorio, come ad esempio abitazioni, infrastrutture e persone. Un’area può essere pericolosa ma, se nessuno ci abita, può avere rischio trascurabile. È l’insediamento umano che trasforma la pericolosità in rischio.
Le fasce di pericolosità del PGRA si basano sui cosiddetti "tempi di ritorno": cosa significano in pratica? Se dico che un’area è a rischio di piena con tempo di ritorno 100 anni, cosa sto dicendo davvero a chi ci abita?
È una valutazione di tipo statistico-probabilistico. Dire che un evento ha un tempo di ritorno di 100 anni significa che, mediamente, quell’evento ha una probabilità dell’1% di verificarsi in qualsiasi anno. Non vuol dire che "succede una volta ogni cento anni e poi non si ripete" — un errore di interpretazione frequente e pericoloso. Potrebbe accadere due volte nello stesso decennio, oppure non manifestarsi per duecento anni.
Il problema reale, per i territori montani, è che molti insediamenti sono stati costruiti in punti vulnerabili, come alle confluenze tra corsi d’acqua, nei fondivalle ristretti o sui conoidi. Se guardiamo agli insediamenti umani antichi, questi erano in quota, lontano dai torrenti. Oggi abbiamo urbanizzato anche quei fondivalle, spesso senza considerare i rischi idraulici. Esempi come Cencenighe, alla confluenza tra il Biois e il Cordevole, o Caprile, tra il Cordevole e la Val Fiorentina, illustrano bene il problema: sono aree dove la pericolosità è alta per natura, ma dove si è costruito lo stesso. Le opere idrauliche servono a mitigare queste situazioni ma non possono eliminare il rischio.
La politica regionale sostiene che le nuove mappe siano frutto di modelli poco trasparenti e che l’Autorità di Bacino non si sia confrontata abbastanza con i territori. Da un punto di vista tecnico: come funziona la costruzione di queste mappe? Quali dati si usano, e quanto è normale che i risultati cambino rispetto alla versione precedente?
Questo è il nodo vero del problema. È possibile, e anzi probabile, che rispetto alle versioni precedenti siano stati utilizzati modelli di calcolo più sofisticati. Ma attenzione: la sofisticazione dello schema di calcolo non è di per sé garanzia di correttezza dei risultati.
Esiste una confusione molto diffusa tra la potenza degli strumenti e la qualità della conoscenza di chi li usa. Un modello idraulico può produrre risultati apparentemente precisi e dettagliati, ma se chi lo usa non conosce a fondo i fenomeni fisici che sta simulando, le ipotesi di partenza possono essere sbagliate e i risultati, per quanto numericamente elaborati, non hanno alcun valore.
Ricordo ancora quello che ci disse un matematico venuto a parlarci di nuovi strumenti di calcolo, l’anno in cui mi laureai, dopo l’alluvione del 1966: "La macchina è stupida. Fa esattamente quello che le dici tu." Ogni modello matematico è confutabile: nessun modello è "vero", ogni modello è una semplificazione della realtà. Chi afferma che un modello matematico produce risultati incontestabili dimostra di non capire la natura stessa della modellazione. Bisognerebbe poter chiedere a chi ha redatto queste mappe: quali sono le ipotesi di partenza? Qual è la base topografica utilizzata? Con quale accuratezza è stata acquisita?
Se alcune zone cambiano fascia di rischio con l’aggiornamento delle mappe, ha ancora senso autorizzare nuove costruzioni in quelle aree? O la priorità dovrebbe essere mettere in sicurezza ciò che già esiste?
Dal punto di vista tecnico la risposta è chiara: in aree ad elevata pericolosità idraulica non si dovrebbe costruire. Ma la questione si complica enormemente quando si tratta di gestire ciò che è già stato costruito, spesso decenni fa, in quelle stesse aree. Per valutare correttamente le mappe del rischio bisognerebbe avere accesso ai dati di input come la topografia utilizzata, le portate di progetto, le ipotesi sui sistemi di contenimento e le loro probabilità di collasso. Senza questi elementi è impossibile sapere se i risultati sono fondati. Quando si entra negli strumenti di pianificazione, poi, ci si trova a dover stimare eventi con frequenze molto diverse da quelle osservate storicamente: eventi centenari o ultracentenari per i quali le serie storiche di dati sono spesso insufficienti.
La sensazione è che alcune di queste mappe possano essere state costruite con l’obiettivo di mettersi al riparo da responsabilità politiche future. Un approccio comprensibile, umanamente, ma che non può sostituire la rigorosa valutazione scientifica.
Esiste un modello, europeo o internazionale, di come si gestisce bene il bilanciamento tra sicurezza idraulica, sviluppo del territorio e coinvolgimento delle comunità locali?
Esistono certamente esempi di gestione delle acque più meditata rispetto alla nostra, ma bisogna diffidare delle generalizzazioni. Ogni sistema idrografico ha caratteristiche proprie, e quello che funziona in Olanda o in Svizzera non è automaticamente trasferibile alle valli alpine italiane. Il problema più urgente, almeno per il Bellunese, non riguarda tanto le mappe quanto l’uso dell’acqua. Con il rinnovo delle concessioni idroelettriche previsto per il 2029, le comunità locali (dove l’acqua si forma) dovrebbero preoccuparsi soprattutto di due cose: a chi andranno le nuove concessioni, e quale uso si farà dell’acqua. Un uso razionale dell’acqua non prevede solo l’uso potabile e l’uso irriguo. L’acqua immagazzinata a monte e stoccata viene utilizzata dai consorzi di bonifica in pianura durante tutto l’anno con molto spreco. Il Veneto è ricco d’acqua e la pianura "si ubriaca" ancora con portate di prelievo definite nel secolo scorso e mi più aggiornate. Il deflusso ecologico dei fiumi, introdotto dalla normativa europea, viene rispettato solo formalmente: i dati sui prelievi reali sono comunicati dagli stessi utilizzatori, con ritardi e aggiustamenti. In Italia non sappiamo davvero quanta acqua abbiamo: nelle falde, nei bacini, nei fiumi. Non esiste un organismo indipendente che verifichi i termini delle concessioni e i limiti di prelievo. Questa, più delle mappe, è la vera emergenza.












