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Ambiente | 29 settembre 2026 | 19:00

Luca Mercalli sul Ghiacciaio Ciardoney: "Mi è sembrato di avere di fronte un animale scuoiato, come quando la pelle viene scorticata e si scoprono muscoli e nervi"

È probabile che il Ciardoney non arrivi al 2040. Il 21 settembre 2026 la Società Meteorologica Italiana ha coordinato le consuete misure di fine estate al Ghiacciaio Ciardoney. In termini di volume di acqua, negli ultimi tre anni, abbiamo perso circa 250 piscine olimpioniche. L'intervista a Luca Mercalli, membro del comitato scientifico L'Altramontagna, di ritorno dai rilevamenti nel Parco Nazionale del Gran Paradiso

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Il 21 settembre 2026 la Società Meteorologica Italiana ha coordinato le consuete misure di fine estate al Ghiacciaio Ciardoney, con la collaborazione e la partecipazione di Iren Energia, Parco Nazionale Gran Paradiso, Università di Torino (Disafa UniTo) e La Sapienza-Roma (Dicea), Arpa Piemonte e l'associazione Altra Quota, nel quadro delle campagne di osservazione della Fondazione Comitato Glaciologico Italiano.

 

Come ci si aspettava, la carenza di neve primaverile e soprattutto il caldo estremo e prolungato dell'estate (la più calda in oltre un secolo sulle Alpi ma in generale in tutta Italia e l'Europa occidentale) ha determinato ingenti perdite di massa glaciale, equivalenti a una lama d'acuqa di 3,17 metri nell'insieme del ghiacciaio, più del doppio della perdita media annua del periodo 1992-2025. Un bilancio tra i più sfavorevoli in 35 anni di misure, significativamente inferiore solo al caso della stagione 2021-22 (meno 4 metri) quando a pesare fu anche un innevamento invernale estremamente ridotto, e simile ai valori del 1997-98 e 2002-03. Analogamente, anche la fronte ha subito un ritiro marcato, di 25 metri, rispetto a un anno fa.

A tre anni dal precedente del settembre 2023, le Università di Torino, La Sapienza-Roma, e Arpa Piemonte, hanno condotto un nuovo rilievo fotogrammetrico da drone per una valutazione delle perdite di massa più accurata rispetto a quanto possibile con le sole paline ablatometriche: in tre anni si sono persi 2,2 milioni di metri cubi di ghiaccio, corrispondenti a un deflusso media annuo di acqua in grado di riempire circa 250 piscine olimpioniche.

 

Il rilievo ha anche permesso di aggiornare il dato dell'area del ghiacciaio: quasi mezzo chilometro quadrato in meno, -7 percento rispetto al 2003, - 48 percentro dal 1988 e - 72 % dal massimo della Piccola Età Glaciale introno al 1850. Il rapido affioramento del substrato roccioso si avvia a disarticolare il settore più basso del ghiacciaio, e all'attuale tasso di perdita di massa (che nel 2022-2026 è più che raddoppiato rispetto al primo decennio di misure, 1992-2002) è probabile che il Ciardoney non arrivi al 2040.

 

Il climatologo Luca Mercalli, di ritorno dai rilevamenti sul ghiacciaio che hanno dato vita a questo report, conosce molto bene lo Ciardoney. Da quarant'anni è impegnato in queste misurazioni. Oggi, a L'Altramontagna, ha raccontato in anteprima le sue sensazioni e ci ha aiutato a trarre alcune conclusioni da uno scenario così allarmante. Il report completo è consultabile a questo link.

Il report appena uscito ghiacciaio dello Ciardoney riporta dati impressionanti. Ve lo aspettavate prima dei rilevamenti?

 

Un po' ce l'aspettavamo. Stavamo attendendo gli esiti dell'estate più calda della storia, di oltre 250 anni: quello che abbiamo visto è stato un po' scontato. Ciò non toglie che rimane un sintomo molto chiaro della crisi climatica in atto. Un sintomo per molti versi ignorato: non è la prima volta che assistiamo a un'annata così feroce sul ghiacciaio.

Quella del 2022 era stata persino peggio. L'estate era stata un pochino meno calda, ma siccome eravamo nell'anno della grande siccità, mancava del tutto la neve invernale. Il ghiacciaio, allora, era già scoperto a maggio e quindi ha avuto più tempo per fondere. Gli esiti sono stati disastrosi.

Quest'anno, invece, c'era un po' di neve invernale e l'ha protetto per qualche settimana in più, ma poi ovviamente la calura che si è insediata definitivamente da giugno ha prodotto lo stesso risultato. Sostanzialmente, il podio delle annate peggiori ce l'hanno il 2026, il 2022 e il 2003, tra quelle più recenti.

 

 

Da questo "podio" emerge molto chiara anche l'accelerazione della fusione. Due delle annate peggiori sono a distanza di soli quattro anni, il 2022 e il 2026.

 

Sì, infatti. Un tempo, una possibile estate di questo genere poteva essere considerata un caso assolutamente fortuito, una combinazione eccezionale, magari una volta in mille anni. Oggi ormai ce la ritroviamo tre o quattro volte in vent'anni e addirittura due volte in quattro anni.

È ovvio che, se lo paragoni con quello che è successo in Nepal a fine agosto, la stessa dinamica lì viene moltiplicata per cento volte, però sono le stesse dinamiche. Quello che noi stiamo vedendo oggi sulle Alpi, in miniatura, è quello che accade là: cioè il collasso totale della cosiddetta "criosfera".

Io posso solo dire che, essendo da quarant'anni che lavoro, misuro e percorro quel ghiacciaio, alcuni elementi di questo paesaggio li ho trovati veramente irriconoscibili. Ricordo che per anni sono salito senza quasi accorgermi dei mutamenti. Quest'anno ho veramente visto un paesaggio che mi è cambiato da un anno all'altro in modo spettacolare e inquietante: sono cose che nella vita di un uomo non si dovrebbero vedere e invece li vedi di anno in anno.

Quali sensazioni ha provato?

 

Vedendo il ghiacciaio in quelle condizioni mi è sembrato di avere di fronte un animale scuoiato: come quando la pelle viene scorticata e si scoprono muscoli e nervi. Era completamente ripulito da tutta la neve residua, quindi c'era solo il ghiaccio vivo che emergeva. Una condizione che segna, di fatto, la morte del ghiacciaio.

Quando vedi solo il ghiaccio vivo vuol dire che non si è accumulato neanche un metro cubo di neve dell'inverno, che è il nutrimento del ghiacciaio per gli anni a venire. Quindi quest'anno ha solo consumato e basta.

Luoghi dove io camminavo sul ghiaccio, quest'anno, per la prima volta forse da 6mila anni, hanno visto quelle pietre fuori. Dico da 6mila anni perché l'ultimo momento vicino a noi in cui i ghiacciai forse si sono ridotti più o meno come oggi era l'optimum climatico dell'Olocene, ma stiamo parlando di un periodo remoto, in cui riscaldamento aveva cause astronomiche.

 

 

Che senso ha fare questi rilevamenti, se sappiamo già che ogni anno sarà peggiore del precedente?

 

La ricerca scientifica è esattamente questo: è avere i dati, avere i numeri e non avere soltanto delle supposizioni, delle ipotesi o delle impressioni qualitative. Noi seguiremo il ghiacciaio fino alla sua estinzione. Il giorno che non ci sarà più, metteremo una croce sopra la cartina con scritto "ghiacciaio estinto", ma almeno avremo fino all'ultimo i valori precisi di questo processo, non solo delle impressioni generiche.

È lo stesso metodo che puoi avere anche in medicina: se una persona è malata, il medico fa gli esami e tiene i parametri sotto controllo fino al giorno in cui il malato viene a mancare. Non è che, perché uno ha una malattia, lo si abbandona a sé stesso.

Le misure inoltre – oggi più che mai - sono un dato fondamentale anche per la credibilità della scienza. Altrimenti io potrei dire "abbiamo perso un sacco di ghiaccio": ma "un sacco" è una cosa, 3 metri e 17 centimetri è un'altra.

Quali sono i dati che più colpiscono da questi rilevamenti?

 

Anzitutto vi è la perdita di massa. Sulle Alpi abbiamo ghiacciai piccoli e quindi, quando parliamo di una perdita di 3 metri e 20 di ghiaccio in uno strato di spessore, stiamo parlando di dati di una dimensione enorme rispetto a questa piccola estensione e allo spessore dei nostri ghiacciai.

Praticamente, da questa relazione avrai visto che in soli quattro anni, dunque 2023, 2024, 2025 e 2026 compresi, abbiamo perso il 7% della superficie.

Questo, per dare un dato visibile a occhio: il volume è più difficile da comprendere. Nella nostra testa, uno che non vede lo spessore in tre dimensioni non lo capisce, ma la superficie la capiscono tutti perché è quello che vedi con una fotografia. In quattro anni ne abbiamo perso il 7%: questo ti dà la dimensione della rapidità della scomparsa.

 

 

Quali sono le principali attività che svolgete quando andate sul ghiacciaio, come misurazioni?

 

Sono cambiate nel tempo. Inizialmente erano solo delle misure topografiche molto semplici; parliamo di 30-40 anni fa. Via via abbiamo aggiunto questo bilancio di massa, che sono delle paline che vengono inserite dentro il ghiacciaio per almeno 10 metri di profondità e che ci danno i livelli di perdita o di guadagno.Il guadagno, purtroppo, non c'è mai: è solo perdita di ghiaccio.

Ultimamente, nel corso degli ultimi dieci anni, abbiamo aggiunto delle tecniche geofisiche molto più raffinate: il georadar, che permette di misurare lo spessore; le misure da drone, che invece ci permettono una cartografia molto precisa - alla scala dei 10 centimetri - di tutta la variazione di perimetro e di spessore del ghiacciaio.

Queste si aggiungono ai dati tradizionali. Abbiamo sempre mantenuto le misure tradizionali insieme alle cose nuove, per vederne anche le differenze.

Nel nostro piccolo, la fusione dei ghiacciai non arriva ancora ad intaccare la nostra quotidianità. Perché le persone comuni dovrebbero interessarsene?

 

Anzitutto, se fonde il ghiacciaio sul Gran Paradiso, è una riserva d'acqua che se ne va . Acqua che poi alimenterebbe l'agricoltura della Pianura Padana. Quindi, quando quel ghiaccio non ci sarà più, avremo una fonte in meno. Sì, è troppo piccola perché non stiamo parlando di quantità gigantesche, però è una fonte d'acqua che quelle regioni lì e l'intero bacino del Po non avranno più.

E poi, su larga scala, serve da elemento di comprensione per una serie di problemi. Il ghiacciaio è comunque un elemento da cartolina, qualsiasi persona che sia andata in montagna lo percepisce come un tassello identificativo del territorio. Didatticamente parlando, anche un bambino delle medie o delle elementari può comprendere che cosa sta succedendo: da 50 anni fa ad oggi il ghiacciaio è praticamente sparito.

Quindi far vedere queste fotografie - com'era e com'è - è un modo facile per trasmettere il messaggio. Possiamo dire che è un termometro naturale: è evidente, si vede. I grafici sono importanti, ma sono un concetto astratto. Invece, in ghiacciaio, la fusione ce l'hai davanti agli occhi.

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