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Ambiente | 01 ottobre 2026 | 18:00

Questo autunno alcuni boschi saranno senza "foliage"? Probabilmente sarà diverso: non più brutto, ma sicuramente più informativo

Quest'anno la finestra dei bei colori potrebbe essere più corta e soprattutto più a macchie, con differenze forti tra versanti, quote ed esposizioni. Ecco i motivi

scritto da Paola Barducci

Ho percorso i boschi trentini anche in questa lunga estate caldissima: sono stati mesi faticosi non solo per le alte temperature anomale, ma anche per il prolungato periodo di siccità che comunque continua anche in questo inizio autunno. Forse anche voi vi sarete accorti che salendo in bosco in questo fine settembre ci sono già chiome arrossate, ingiallite o direttamente marroni, e molte ormai da agosto. Non è un errore: è il bosco che, dopo un'estate da forno, ha deciso di tirare i remi in barca con qualche settimana d'anticipo.

 

L'estate 2026 è stata una delle più calde mai registrate in Italia, con ondate di calore ripetute dalla fine di maggio. A fine luglio lo zero termico sulle Alpi è salito fino a 4.900-5.300 metri e secondo i climatologi giugno e luglio hanno superato i valori record del 2003, che a me era sembrato davvero un anno spaventosamente caldo.

 

Poi è mancata l'acqua: i bollettini sulla siccità segnalavano già in primavera un deficit persistente sul medio-lungo periodo pertanto il bosco è partito subito in debito; questa crisi idrica si è aggravata nel corso dell'estate per cui abbiamo visto un agosto pressoché asciutto, un evento davvero incredibile per una zona alpina in cui sono frequenti i temporali estivi.

 

Ma perché gli alberi hanno seccato la chioma? C'è una spiegazione fisiologica davvero interessante seppur complessa, perché si sa che niente ha una spiegazione lineare in natura ma è la somma di tante piccole azioni e reazioni: di fronte ad un forte stress idrico una pianta blocca inizialmente la traspirazione, cioè l'acqua che esce dalle foglie. Per ridurla la pianta chiude gli stomi, le piccole aperture che generalmente stanno sulla pagina inferiore delle foglie, ma così facendo blocca anche l'ingresso di CO₂ e quindi la fotosintesi. Se la situazione dura, il passo successivo è sacrificare parte della chioma. Meglio perdere qualche foglia che farsi seccare i vasi conduttori. O peggio ancora arrivare a rischiare l'embolia gassosa: quando la tensione dell'acqua nel legno diventa eccessiva, nei vasi in cui scorre la linfa si formano bolle d'aria che li bloccano, come una cannuccia che aspira aria. È un danno che non si ripara con una pioggia a settembre, e spiega perché gli effetti di una siccità si trascinano per anni.

 

Quindi si tratta di un foliage anticipato? Purtroppo botanicamente e fisiologicamente parlando la risposta è negativa. Il foliage "vero" è un processo ordinato: la pianta a fine estate smonta la clorofilla e recupera i nutrienti, così emergono i carotenoidi (gialli e arancio, che c'erano già), e in alcune specie si sintetizzano ex novo le antocianine, responsabili dei rossi. Servono foglie ancora vive, zuccheri in abbondanza, giornate luminose e notti fresche.

 

Il disseccamento da stress estivo è invece un'altra storia. Le cellule delle foglie vengono fatte morire prima di finire il lavoro, e il risultato è quel marrone bruciacchiato, come un toast dimenticato nel tostapane. Già adesso se ne ve vedono le conseguenze e molti boschi sono un mix dei due fenomeni, con una tavolozza meno brillante del solito: dove la foglia ha resistito abbastanza da "fare il suo autunno" vedremo i colori veri, dove è stata cotta a puntino vedremo prevalentemente il marrone.

 

Attenzione che non tutte le specie reagiscono allo stesso modo: a soffrire maggiormente ci sono quelle amanti del fresco e dell'umidità, come il faggio, l'acero, il frassino maggiore e quelle con radici poco profonde, come la betulla, il pioppo tremulo, il sorbo degli uccellatori. Le specie più termofile e con apparati radicali profondi, come roverella, orniello e carpino nero, se la sono cavata meglio. Sono i primi della classe in un'estate così, e non è un caso che gli orno-ostrieti (carpino nero e frassino minore detto anche orniello) siano tra i boschi più studiati in chiave di cambiamento climatico.

 

Ma allora alle quote montane, per capirsi sopra i 1000-1200 metri, sarà andata meglio? Mica tanto! Quest'anno anche in quota il caldo si è fatto sentire eccome: basta guardare i prati e le loro dinamiche di sfalcio: il secondo taglio in quota è in gran parte andato perso, con cali di produzione fino al 70% rispetto alla media e punte vicine all'80%. Se l'erba, che ha radici cortissime, ha tirato le cuoia, gli alberi hanno avuto i loro bei motivi per lamentarsi.

 

E allora dove andremo a vedere il foliage? Non disperate! Ovviamente quest'anno la finestra dei bei colori potrebbe essere più corta e soprattutto più a macchie, con differenze forti tra versanti, quote ed esposizioni. Un ottimo alleato del foliage è il freddo: le notti fresche sono il grande alleato delle antocianine. Per questo controllo quotidianamente le previsioni meteo in attesa di un fronte freddo che potrebbe finalmente giungere a regalare un finale di stagione più colorato di quanto si temeva, almeno dove le foglie sono ancora vive.

 

Sono tuttavia convinta che il foliage di quest'anno non è brutto, è informativo: ogni chioma bruciata è un dato, ogni macchia marrone un messaggio in codice del bosco: "Sto facendo del mio meglio, ma non chiedetemi anche i colori Instagram". Per chi come me passa le giornate a camminare fuori sentiero tra faggi, abeti e ornoostrieti, la lezione è chiara: il bosco non è una scenografia, è un organismo che ragiona in termini di bilancio idrico. E quest'anno il bilancio è in rosso, in tutti i sensi.

il blog
Imparare a guardare il bosco

Mi chiamo Paola Barducci, ma tutti mi chiamano Forestpaola. Sono una dottoressa forestale e Imparare a guardare il bosco è l'invito che rivolgo a chiunque desideri trasformare una semplice escursione in un'esperienza di scoperta profonda. Spesso, infatti, attraversiamo i paesaggi alpini percependo i boschi come uno sfondo statico, sempre uguale. Ma la montagna in cui si inseriscono è in realtà un organismo vivo, un insieme di dinamiche invisibili e storie scritte nel tempo.

In questo blog vi invito idealmente a camminare al mio fianco, lungo i versanti e tra i boschi di abete, larice o rovere, per decifrare insieme i segni della natura e l'evoluzione del paesaggio montano: dalla semplice definizione di bosco al riconoscimento degli alberi quando non hanno le foglie, faremo divulgazione scientifica "con gli scarponi ai piedi", imparando a leggere la complessità della foresta con occhi nuovi e consapevolezza tecnica, ma senza mai perdere lo stupore di chi sa ancora ascoltare il respiro della montagna.

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