Il bosco come "climatizzatore naturale": ma come funziona davvero questo fenomeno?

Che d'estate, in un bosco, faccia più fresco, lo sappiamo tutti per esperienza, ma i meccanismi alla base di questo fenomeno sono ancora in buona parte da capire e da quantificare con precisione. Per comprenderli meglio, il Laboratorio di Geomatica Forestale (ForGeo.Lab) del CREA - Centro di ricerca Foreste e Legno di Arezzo, ha iniziato un'interessante attività di monitoraggio, arrivata al primo anno di rilievi

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
In una calda giornata estiva basta entrare in un bosco per sentire un po' di fresco.
Si tratta di una semplice constatazione che chiunque ha provato sulla propria pelle, in particolare quando, durante le ondate di calore come quelle a cui ci ha abituati l'estate 2026, siamo tutti corsi all'ombra delle fronde per trovare un po' di sollievo.
Spiegare questo fenomeno è relativamente semplice. Da un lato, l'ombra creata da foglie e rami blocca i raggi diretti del sole e impedisce al terreno di surriscaldarsi. Dall'altro, ad agire è l'evapotraspirazione: le piante assorbono acqua dal terreno e la rilasciano nell'aria attraverso le foglie come vapore. Per passare dallo stato liquido a quello gassoso, l'acqua assorbe energia sotto forma di calore: in questo modo, una parte dell'energia disponibile viene utilizzata per far evaporare l'acqua anziché riscaldare l'aria. Inoltre, la presenza di sostanza organica e l'umidità del terreno forestale contribuiscono a modulare gli scambi di calore tra suolo e atmosfera e la struttura stessa del bosco limita il rimescolamento dell'aria, attenuando così le variazioni di temperatura.
Ma quanto incide davvero questo meccanismo? E come si modifica in base ai diversi tipi di gestione?
Per rispondere a questa domanda i ricercatori del Laboratorio di Geomatica Forestale (ForGeo.Lab) del CREA - Centro di ricerca Foreste e Legno di Arezzo, guidati da Nicola Puletti, hanno avviato a settembre 2025 un'attività di monitoraggio sull'Alpe di Catenaia (AR), in una faggeta posta a 1.100 metri d'altitudine. In quest'area sono state misurate le temperature interne di tre faggete, con tre diversi livelli di gestione: nessun taglio recente, un diradamento e un intervento selvicolturale di maturità. Il tutto confrontato con un ulteriore sensore, posizionato in una zona priva di copertura forestale nelle vicinanze delle tre faggete. In tutto, tredici piccoli sensori hanno registrato (e stanno continuando a registrare) la temperatura dell'aria ogni ora: l'effetto "tampone" del bosco è misurato come differenza di temperatura tra ciascun sito forestale e l'area priva di vegetazione arborea.

Cosa è emerso dal primo anno di misure? Che la faggeta funziona, in pratica, come un "condizionatore naturale": di giorno smorza i picchi di caldo, mentre di notte trattiene il calore, con minime di diversi gradi più alte che all'aperto. In generale, poi, le misure hanno mostrato che più il bosco è chiuso, più protegge dal caldo. La differenza tra bosco non gestito e quello che ha subìto un diradamento non è apparsa statisticamente significativa (si parla di circa mezzo grado), mentre nella faggeta dove gli interventi selvicolturali sono stati più intensi (con un "taglio di sementazione", realizzato cioè per far entrare luce e stimolare così la rinnovazione del bosco) la perdita di effetto tampone è stata chiaramente più marcata, specialmente nelle piccole radure create proprio con l'intento di far luce e calore.
Un aspetto curioso riguarda anche i momenti dell'anno in cui il bosco perde e riacquisisce la copertura fogliare. Mentre in autunno le foglie cadono tutte insieme (la perdita di effetto tampone ha al massimo 4 giorni di scarto tra i vari siti indagati), in primavera ogni bosco si richiude con tempi diversi. Ed è interessante notare come il ritorno dell'effetto tampone sull'Alpe di Catenaia è arrivato prima, già a fine marzo, nel bosco in cui è stato eseguito il taglio di sementazione, poi a metà maggio in quello diradato e solo tra fine maggio e giugno nel bosco non gestito. Lo scarto può superare addirittura i 50 giorni.

Nicola Puletti, coordinatore della ricerca, commenta così i dati raccolti: "Che in un bosco faccia più fresco lo sappiamo tutti per esperienza, ma i suoi meccanismi sono ancora in buona parte da capire: quale ruolo ha la chioma, quanto gli spazi vuoti tra le piante, come cambia il suo effetto nel corso dell'anno. Con questo monitoraggio vogliamo misurare come funziona davvero, anche in boschi dove l'uomo è presente e lavora".
"In estate", sottolinea Puletti, "la differenza tra temperatura massima e minima di una giornata (l'escursione termica) è risultata, nel bosco non gestito, di circa 4 °C più contenuta che all'aperto. Nelle radure aperte dal taglio di sementazione, invece, la riduzione è scesa a poco più di 1 °C. Nel pomeriggio più caldo dell'estate 2026, il 5 agosto, all'aperto la temperatura media tra mezzogiorno e le sei di sera ha toccato i 32,6 °C. Sotto la faggeta non gestita si è fermata a 28,4 °C, oltre 4 gradi in meno. Nel bosco diradato la differenza è stata di circa 3,5 gradi, mentre nelle radure aperte dal taglio di sementazione si è ridotta a meno di 2 gradi".
Ma cosa accade, invece, d'inverno? I dati raccolti sull'Appennino toscano mostrano che l'effetto tampone, quando a fine ottobre-novembre le foglie cadono, si riduce molto: nel bosco non gestito la riduzione dell'escursione termica scende da circa 4 °C in estate a circa 1,5 °C nel periodo invernale. In un bosco di conifere sempreverdi, tuttavia, la protezione invernale potrebbe essere decisamente più marcata.
"La ricerca continuerà nei prossimi mesi", chiosa Puletti, "anche utilizzando rilievi 3D con laser scanner terrestre e da drone, per misurare la struttura delle chiome e i loro spazi vuoti e poi collegarli direttamente all'effetto tampone. La volontà è anche di estendere a scala di paesaggio i rilievi, utilizzando dati aerei e satellitari validati con i sensori a terra".
Avere chiaro come funziona questo "effetto tampone" del bosco può rivelarsi interessante e utile non solo dal punto di vista puramente scientifico. Analisi di questo genere saranno importanti, ad esempio, per progettare al meglio le aree verdi urbane e per quantificare con precisione un servizio ecosistemico forestale sempre più richiesto durante i periodi di caldo intenso.












