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Ambiente | 07 ottobre 2026 | 06:00

È corretto dire 'mucche' o è meglio chiamarle 'vacche'? "Al veterinario si diceva di visitare la 'mucca' o la 'vacca' e lui già sapeva quale delle due fosse quella giusta". Ma che differenza c'è?

Se parliamo di "mucche" con un allevatore, è probabile che questi ci prenda per cittadini sprovveduti che di bovine ne han viste solo nella pubblicità della cioccolata. Da dove arriva la parola "mucca"? E "vacca"? Quale dei due termini dobbiamo usare? La questione non trova risposta certa nemmeno nei vocabolari, eppure basta una parola sbagliata a perdere di credibilità. Proviamo allora ad addentrarci nell'intricato lessico vaccino

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Immaginiamo di incappare in una conversazione a tema allevamento, e – per un motivo o per l'altro – dobbiamo mostrarci ferrati sull'argomento. Anzitutto, ci sarebbe da porsi un interrogativo: per indicare una bovina femmina adulta è corretto usare il termine "mucca" o meglio usare "vacca"?

La questione è annosa, tanto da lasciare in ambasce persino il dizionario De Mauro. Una cosa è certa: le reazioni sarebbero diverse a seconda del contesto.

 

Se parliamo di "mucche" con un allevatore, è probabile che questi ci prenda per cittadini sprovveduti che di bovine ne han viste solo nella pubblicità della cioccolata. La nostra credibilità agronomica - a quel punto, ne sarebbe irrimediabilmente compromessa.

Sarà allora corretto dire "vacche"? Ma non ha forse l'aria di un termine rozzo e provinciale?

 

E poi - rivendicano alcuni utenti di ForumAgraria dall'Umbria e dalla Toscana - quando da giovani il veterinario veniva in stalla e chiedeva quale bestia dovesse visitare, se dicevano che era il turno della mucca piuttosto che della vacca, lui sapeva benissimo dove andare. "Dalle mie parti - spiegavano gli autori - per mucca si intende quella da latte, mentre la vacca è da carne o da lavoro".

 

Studenti di Agraria che hanno superato il primo esame universitario, intanto, confermano che presentarsi parlando di "mucche" al professore generalmente era causa di imbarazzo, e di certo non aveva un effetto positivo sul voto finale.

 

Qual è dunque la soluzione corretta? Si possono forse usare entrambi indiscriminatamente? Di certo no, proviamo a capire meglio il perché.

 

Sicuramente, nel linguaggio comune, i due termini si alternano di frequente, e forse anzi ci causa minore imbarazzo parlare di "mucche", viste le derive del termine "vacca" in contesti figurati. Non è raro sentire appellarsi alle bovine per fare riferimento ad atteggiamenti di pigrizia o di scompostezza ("stare svaccato sul divano"), in bestemmie o imprecazioni ("porca vacca") o ancora per rivolgersi in maniera poco lusinghiera ad una donna alludendo alla sua libertà sessuale, retaggio di una tradizione patriarcale ancora solidamente presente (per il toro - come si immaginerà - la prestanza sessuale è una dote, anche in contesti figurati).

 

"Mucca", in maniera speculare, è anch'essa una parola dal potere evocativo assai forte, che trasporta però in un'immaginario opposto: fortemente positivo ed edulcorato. Subito il pensiero scivola ai prati verdi smeraldo della Svizzera da spot televisivo e - perché no, visto che siamo in tema di pubblicità di cioccolata - alla celebre mucca lilla della Milka, il prodotto per antonomasia dell'azienda cioccolatiera svizzera Suchard.

 

Siamo dunque fuori strada? Solo in parte. Questo evidente stereotipo – colore lilla a parte – ci avvicina ad una possibile soluzione del rebus.

 

Se la mucca Milka comparve soltanto nel 1973, la questione etimologica risale almeno al Settecento, fu allora che il termine "mucca" si diffuse in Italia, nella fattispecie in Toscana e in Emilia. La parola, però, aveva una connotazione precisa: indicava vacche da latte di colore bruno e di taglia minore rispetto a quelle locali.

 

Indovinate un po' da dove venivano? Eh sì, proprio dalla Svizzera, quella che sarebbe diventata la patria della celebre Milka. In molti rintracciano proprio lì la nascita dell'italiano "mucca". La parola potrebbe avrebbe - secondo questa ipotesi - radici ticinesi: secondo il Vocabolario Treccani deriva dallo svizzero tedesco mugg, termine con cui in origine si indicavano le vacche svizzere acquistate alla fiera di Lugano.

Da vocabolo prettamente regionale, la parola "mucca" sarebbe divenuta nel tempo d'uso comune. Questo accadde anche perché - come sottolinea sempre Treccani - era priva della sfumatura spregiativa che l'alternativa aveva assunto nei suoi usi figurati, e finì così per imporsi come alternativa più neutra nel parlato di tutti i giorni.

 

Sull'etimologia di "mucca", tuttavia, i linguisti non sono concordi: il De Mauro parla di "etimologia incerta", il Devoto-Oli ipotizza un incrocio tra muggire e vacca, altri studiosi ancora hanno pensato a una voce onomatopeica che imita il muggito, mentre il Grande dizionario della lingua italiana del Battaglia la collega al lombardo mocca, cioè dalle corna mozze. Questo per dare un'idea di quanto la questione sia ancora intricata.

Una cosa è certa: tra allevatori, agronomi e veterinari, si continua a preferire la parola "vacca", termine che arriva indiscutibilmente dal latino vacca e che - a discapito delle sue connotazioni figurate - nel linguaggio professionale continua a conservare tutta la sua precisione.

 

Se siamo decisi a convincere il nostro pubblico, dunque, meglio usare il termine "vacca", che senz'altro verrà apprezzato. A voler stupire, poi, dovremmo parlare di vitelle, manzette, manze, giovenche: ognuno di questi vocaboli indica bovine femmine, ciascuna però possiede una sfumatura precisa che non le rende affatto intercambiabili. Un pullulare di lessico specialistico che suonerà di certo immediato alle orecchie di un allevatore, ma che - come abbiamo visto per la nostra "mucca" - di immediato ha ben poco. La questione, ad ogni modo, richiede lo spazio di un altro articolo.

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