"Le vacche gravide cominciavano a urinare sangue e nel giro di dieci giorni morivano misteriosamente". Poi la scoperta: era la felce aquilina mescolata nel fieno

Da verde le vacche la evitano, ma se mescolata col fieno secco e ingerita è capace di calcificare fegato e reni, causando emorragie e conducendo l'animale al decesso. Per l'uomo, può essere cancerogena. Gianni Rigoni Stern, autore del libro "Ti ho sconfitto felce aquilina", l'ha incontrata per la prima volta nell'altopiano di Srebrenica, in Bosnia, su terreni abbandonati per anni dopo la guerra

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
C'è una pianta infestante e molto diffusa, che, se ingerita da una vacca, porta alla calcificazione di fegato e reni, causando emorragie e conducendo lentamente l'animale al decesso. Questa specie si trova in tutte le regioni d'Italia, peraltro in costante aumento, ed è difficilissima da debellare. È la felce aquilina.
Come riconoscerla? Quali effetti ha sul pascolo, prati e sull'animale? In che modo può essere debellata? Ne abbiamo parlato con Gianni Rigoni Stern, dottore forestale oggi in pensione, già funzionario dell'Ufficio Agricoltura e Foreste della Spettabile Reggenza dei Sette Comuni. A questa pianta, Rigoni Stern ha dedicato un libro, Ti ho sconfitto felce aquilina, edito dalla casa editrice Comunica nel 2019.
Ti ho sconfitto felce aquilina non è un libro rivolto agli addetti ai lavori: attraverso la lente botanica, l'autore racconta di un progetto di cooperazione internazionale. A ben guardare, infatti, nell'Altipiano dove Gianni ha lavorato e vissuto per tutta la vita, la felce aquilina non ha attecchito: la prima volta che l'ha incontrata è stato in Bosnia nel 2010, quando si trovava a Srebrenica per il progetto "Transumanza della Pace". Lì, questa pianta era cresciuta sulle ceneri ancora calde della guerra, dove pochi abitanti tornati dall'esilio stavano provando a ricostruire un'economia di sussistenza.
La guerra in Bosnia è iniziata nel 1992 ed è finita nel 1995, durante questi anni la popolazione musulmana perseguitata che occupava le aree di alta collina e di montagna nella zona dell'Altopiano di Srebrenica era in gran parte fuggita, ritirandosi nei pochi territori ancora sicuri. Anni dopo la fine del conflitto, in base agli accordi di Dayton, ai profughi che nel frattempo si erano concentrati soprattutto nella zona di Tuzla è stato consentito di rientrare nelle loro case a Srebrenica.
Dieci anni di abbandono, però, avevano lasciato tracce profonde: "In quel periodo, i pascoli e i prati si erano completamente infestati di felce aquilina, una specie che normalmente cresce nei boschi e ai margini dei boschi, ma che, in assenza di coltivazione e di pascolamento, aveva avuto modo di espandersi fino a ricoprire superfici enormi".
La felce aquilina si comporta spesso da pianta invasiva e può superare anche i due metri di altezza. In questo modo, forma una vera e propria boscaglia di fronde, sotto la quale non arriva la luce: così l'erba cresce pochissimo o non cresce affatto. Il problema più grave, però, è la sua
tossicità per il bestiame. Contiene infatti diverse sostanze che possono provocare danni importanti all'organismo, in particolare al fegato e ai reni.
"Io questa specie non la conoscevo quando sono arrivato. Avevo portato una mandria di vacche rendene alle allevatrici locali (ad occuparsi delle faccende agricole in questi territori sono soprattutto le donne) e, quando la popolazione è tornata a coltivare e a utilizzare i campi, ha cominciato ad affienare anche prati nei quali c'era una percentuale elevata di felce".
Gli animali hanno normalmente dei meccanismi che li portano a evitare le piante velenose quando sono allo stato verde, così era anche per la felce: pascolando le vacche la evitavano. Il problema emergeva quando l'erba era essiccata e mescolata nel fieno: in questo caso, la felce veniva ingerita dalle bestie e con esiti letali.
"A quel punto mi è capitato un fenomeno che mi ha molto colpito. Le vacche, verso la fine della gestazione, cominciavano a urinare sangue. Erano animali che avevo portato già gravidi oppure che erano rimasti gravidi sul posto. Vedere questa urina completamente mescolata al sangue mi aveva stupito e ne parlai con i veterinari. All'inizio non era chiaro quale fosse la causa".
Fu allora che Gianni Rigoni Stern portò i fegati e i reni delle bestie morte all'Istituto Zooprofilattico di Padova, affinché li esaminassero.
Gli organi erano gravemente compromessi, quasi calcificati e mummificati, e non riuscivano più a svolgere la loro funzione. I reni non filtravano più correttamente il sangue e gli animali morivano, dopo aver manifestato queste emorragie. "Da quando cominciavano a urinare sangue in maniera evidente, nel giro di un mese morivano. Noi provavamo a intervenire anche con iniezioni di vitamina K, che ha un'azione antiemorragica, ma non riuscivamo a salvarli in alcun modo".
La felce aquilina contiene diverse sostanze tossiche, tra cui la tiaminasi, un enzima che distrugge la vitamina B1 nell'organismo e può provocare gravi carenze e problemi neurologici. Contiene inoltre composti cancerogeni, presenti soprattutto nelle fronde giovani e nelle spore, che possono danneggiare il DNA e aumentare il rischio di tumori dell'apparato digerente. Verificata quindi la tossicità della felce aquilina, Rigoni Stern si è posto il problema di eliminarla dai pascoli e dai prati.
"Inizialmente le agricoltrici la tagliavano e la bruciavano. Lo facevano in autunno, quando la pianta era secca, perché da verde bruciava con difficoltà. Ma in questo modo, paradossalmente, cresceva ancora di più: la felce ha infatti dei rizomi molto importanti, carnosi, che il fuoco non distrugge. Anzi, la cenere prodotta dalla combustione faceva da concime: forniva alla pianta elementi minerali che favorivano la ripresa nella primavera successiva. E così la felce continuava a diffondersi".
Nei primi anni hanno tentato di debellarla tagliandola presto, in primavera, quando cominciava a ricacciare, e di asportarla dal campo. L'obiettivo era evitare che arrivasse alla fase riproduttiva e producesse le spore (sori) che si trovano nella pagina inferiore delle fronde. Non era possibile utilizzare diserbanti: anzitutto perché mancavano le tecnologie, e poi perché non sarebbe stata una soluzione adatta all'ambiente. Alla fine, a suon di tentativi, Rigoni Stern a trovato una soluzione.
"Ho quindi deciso di adottare un'altra tecnica: un'aratura profonda, verso l'autunno, di circa trenta centimetri, in modo da portare in superficie i rizomi e le radici della felce. A quel punto facevo raccogliere tutto il materiale che emergeva dal terreno e lo facevo accumulare in mucchi per poi distruggerlo fuori dal campo. Successivamente si faceva un leggero passaggio con l'erpice per preparare il terreno e, in primavera, si seminava l'erba medica".
L'erba medica è un ottimo foraggio, anche perché la qualità dei foraggi in quella zona era piuttosto bassa e c'erano poche leguminose. L'erba medica permetteva quindi di ottenere un foraggio con un buon contenuto proteico, molto importante per l'alimentazione delle vacche, sia fresco sia affienato. In condizioni normali, inoltre, l'erba medica viene tagliata tre volte all'anno, anche quattro se la stagione è particolarmente favorevole. Questo permetteva non solo di produrre foraggio, ma anche di intervenire più volte sulla felce che eventualmente ricresceva.
"Le nuove piante di felce che emergevano dal terreno non riuscivano così ad arrivare a maturità e a produrre spore. In questo modo interrompevamo il ciclo riproduttivo della pianta. I campi venivano coltivati a erba medica per due, tre e in alcuni casi anche quattro anni. Alla fine di questo periodo ci siamo trovati con terreni praticamente ripuliti dalla presenza della felce aquilina".
A quel punto, gli allevatori hanno potuto proseguire con la semina di un erbaio misto, generalmente costituito da tre graminacee e da due leguminose, e successivamente arrivare a un prato stabile produttivo, in grado di fornire un buon foraggio.

"Non posso certo dire di averla eliminata ovunque", conclude Rigoni. "Dove è stato possibile applicare questa tecnica e dove le condizioni erano favorevoli, però, la felce è effettivamente scomparsa dai campi trattati. Ci sono ancora vaste superfici infestate. Nei comuni di Srebrenica, Bratunac, Milići e Vlasenica, che costituiscono l'area nella quale opero, ci sono complessivamente oltre 130-150 mila ettari e in alcune zone la felce aquilina occupa ancora superfici molto estese".
La felce aquilina, ad ogni modo, non è un problema soltanto della Bosnia. In Italia è diffusa un po' ovunque fino ai duemila metri di quota. Il dottore forestale racconta di averla trovata di frequente nell'Appennino, e ricorda una particolare abbondanza in Calabria, nella Sila e nell'Aspromonte, dove molti terreni in pendenza non più utilizzati sono ritornati bosco a seguito dell'abbandono dei pascoli.
"Bisogna dirlo - conclude Rigoni lapidario: ormai se non arrivano le macchine operatrici, molti di questi terreni sono destinati a ritornare al bosco. Nei secoli precedenti erano stati disboscati perché c'era la necessità di produrre cibo e di sostenere la popolazione. Oggi, invece, dove non arriva il trattore, il motocoltivatore o un'altra macchina operatrice, è sempre più difficile gestire queste superfici. Le persone giovani non lavorano più manualmente come un tempo. È una situazione che si ritrova sulle Alpi, sugli Appennini e praticamente dappertutto e il bosco avanza con estrema facilità".












