Qualcuno parla di "razzismo vegetale", criticando l'opera di rimozione di una pianta che può causare ustioni e problemi alla vista: "Per capire il problema bisogna osservare ciò che succede sul campo"

Una pianta velenosa che, a contatto con la pelle, può causare eritemi, vesciche ed ustioni di secondo grado. Ogni infiorescenza produce 40-50 mila semi: ecco perché in molte zone delle Alpi si è resa necessaria un'azione sistematica per il suo contenimento. Ce ne parla Innocenzo Bona, esperto botanico che ha curato la parte scientifica di alcuni interventi nel bresciano

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"Continua la rimozione di Heracleum mantegazzianum a Sonico".
Parliamo del famigerato Panace di Mantegazza: una specie invasiva e molto velenosa per l'uomo che negli anni abbiamo imparato a conoscere tra le valli alpine. Le fotografie dei lavori sono state scattate nella zona appena a valle della grande vasca di accumulo della centrale idroelettrica di Sonico, in provincia di Brescia, sul greto del fiume Oglio. Ai margini di questo fiume, infatti, si trova una delle popolazioni più problematiche della zona.
Si tratta di una pianta estremamente pericolosa, come sottolineavamo nel dettaglio in questo articolo. L'Heracleum mantegazzianum contiene sostanze che a contatto con la pelle e con l'esposizione ai raggi solari possono causare eritemi, vesciche e addirittura ustioni di secondo grado, con la possibile insorgenza di bolle estremamente dolorose; può inoltre provocare problemi alla vista nel caso in cui gli occhi entrino in contatto con la linfa.

Oltre ad essere pericoloso, il Panace è anche terribilmente invasivo. Nel primo anno sviluppa soprattutto le foglie ed emette il fusto, poi, quando va in fiore - generalmente al secondo anno di vita - produce circa 40-50 mila semi. Questi semi possono avere una latenza anche di sette anni, dunque è sufficiente che una sola pianta arrivi alla fruttificazione perché i semi possano disperdersi e proliferare. Nel particolare caso del bresciano, il rischio è anche che vengano trasportati dall'acqua, facendole germogliare in gran quantità lungo le sponde del fiume.
Il problema è monitorato ormai da molti anni, il primo risalirebbe all'incirca al 2005. Negli ultimi anni, però, la popolazione è esplosa: così i tecnici di regione e comunità montana si sono attivati per eliminarne le infiorescenze, nella speranza di ridurre progressivamente la presenza della specie. In circa otto anni sono state rimosse complessivamente un migliaio di piante.
A raccontarlo a L'Altramontagna è Innocenzo Bona, esperto di botanica che monitora da anni la diffusione di questa pianta. Nel tempo, Bona ha seguito numerose ricerche sul tema e ha collaborato alla realizzazione di una mappa della distribuzione del Panace di Mantegazza sulle Alpi per il Ministero dell'Ambiente. È stato lui a pubblicare le foto dei lavori a Sonico.

"Si tratta di una pianta molto bella, oltre che mellifera. Nel suo areale d'origine, nella zona orientale della Turchia e nel Caucaso, esistono meccanismi naturali che ne limitano la diffusione: gli animali, in particolare le capre selvatiche, ne mangiano i giovani germogli quando la pianta emerge. Il fatto che la pianta possa provocare ustioni è un suo meccanismo di difesa".
Qui da noi, però, rappresenta un problema. Non solo per il pericolo che manifesta, ma anche perché può sostituire le altre specie vegetali. "Ha bisogno di moltissimi nutrienti e, in soli due anni, può raggiungere anche i quattro metri di altezza. Le foglie possono arrivare a un metro di diametro e impediscono alla luce di raggiungere la vegetazione sottostante, condizionando pesantemente gli habitat naturali".
Importata per scopi ornamentali, l'Heracleum mantegazzianum è diventata da noi un problema, oltre che un pericolo, e si è presto diffusa lungo tutto l'arco alpino: la specie è presente anche in Germania, Svizzera e Francia.
"Sulle Alpi - spiega l'esperto - trova condizioni ecologiche simili a quelle del Caucaso. Anche i cambiamenti climatici hanno probabilmente favorito l'espansione della specie. Se una pianta raggiunge quattro metri di altezza in due anni e produce decine di migliaia di semi, è evidente che, in assenza di controllo, può espandersi rapidamente".
Per questo, gli interventi di limitazione nel bresciano si sono resi necessari. La regione, anche in seguito alle sollecitazioni della comunità montana, ha dimostrato sensibilità sul problema. Otto anni fa sono stati messi a disposizione fondi regionali, per un totale di circa 100 mila euro distribuiti nell'arco di quattro o cinque anni, con l'obiettivo di limitare la diffusione della pianta, inserita nelle liste europee delle specie invasive e pericolose.
"Inizialmente ero intervenuto personalmente, estirpando le piante a mano oppure tagliandole, in modo da evitare la dispersione dei semi. Tuttavia non è possibile affidarsi a interventi volontari, anche perché si rischia di farsi male. Alcune guardie ecologiche si erano infatti ferite".
A quel punto lo stanziamento regionale, attraverso la Comunità montana, è stato affidato al Consorzio Forestale Alta Valle, con sede a Edolo. Il Consorzio interviene periodicamente nei punti in cui vengono individuate le piante: le estirpa oppure, quando necessario, interviene sulle parti fiorite per impedire la dispersione dei semi.

Oggi, per i tecnici che intervengono ad estirpare questa pianta, non è sufficiente indossare una semplice tuta. Gli operatori devono utilizzare dispositivi di protezione adeguati: tute protettive, calzature specifiche, casco, visiera e guanti spessi. "Bisogna considerare che questi interventi vengono effettuati anche in estate e lavorare con dispositivi così pesanti può essere molto impegnativo", sottolinea il botanico.
Nel caso di pochi esemplari possono essere sufficienti due operatori, con gli strumenti necessari per l'estirpazione. Nei punti in cui invece la presenza è molto più consistente, sono stati utilizzati mezzi meccanici, come si vede in foto, cercando di ridurre al minimo l'impatto ambientale.
"Il problema è che le piante continuano a ricomparire nelle zone in cui sono già state individuate. Per questo il monitoraggio deve essere costante". Per ora - ad ogni modo - la situazione è in miglioramento: gli interventi odierni si scontrano con molti meno esemplari rispetto a qualche anno fa. "Nel 2024 - racconta Innocenzo Bona - ne avevamo estirpate circa 450".
"Il mio atteggiamento nei confronti della pianta, da botanico, è ambivalente: dispiace eliminare una specie così bella. Ma quando una specie esotica invasiva crea problemi di sicurezza o altera pesantemente l'ambiente, bisogna intervenire".
Appassionato di botanica anche dal punto di vista divulgativo, Bona gestisce il gruppo facebook "Botanica Rhaetica", dove ha diffuso le foto dei lavori. Qualcuno, tra i commenti, addita l'opera di rimozione come un chiaro esempio di "razzismo vegetale", ovvero una forma di avversione ideologica per le piante alloctone o esotiche, in favore di quelle autoctone. Una teoria che, con il caso specifico, sembra avere ben poco a che fare.
"È anche per queste ragioni che trovo interessante anche il confronto che si sviluppa nei gruppi e sui social network: tutti possono esprimere la propria opinione, ma a volte vengono fatte affermazioni poco accurate. È un'occasione dunque per sottolineare la differenza tra un dibattito di opinioni, comunque legittimo, dalle informazioni scientificamente fondate. Per capire davvero il problema - conclude - bisognerebbe comunque osservare ciò che succede sul campo".












