Dove un tempo c'era il ghiaccio, ora è rimasto un lago: tre fotografie dalla Vedretta di Lares. L'autore: "È come un cubetto tirato fuori dal frigorifero"

2019, 2022 e 2026: le immagini - scattate da Enrico Valcanover, presidente della Commissione Glaciologica Sat - raccontano di un sistema glaciale in disequilibrio che va sempre più repentinamente verso la dissoluzione. Non solo, in esse vi è anche lo spaesamento di chi - come il fotografo - si trova di fronte un paesaggio diverso anno dopo anno

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"Stesso luogo, paesaggio diverso. Le fotografie che vedete in questo post ritraggono la Vedretta di Lares, nel gruppo dell'Adamello, e sono state scattate dallo stesso posto nel 2019, 2022 e 2026".
A raccontare per immagini lo stato critico della Vedretta di Lares è un post Instagram della Commissione Glaciologica della Sat. "Il confronto è impietoso: la fronte del ghiacciaio è arretrata di centinaia di metri e dove un tempo c'era il ghiaccio ora è rimasto un lago".
I primi due scatti sono stati realizzati l'uno nel luglio 2019 e l'altro in ottobre 2022, l'ultimo è di due settimane fa. La differenza stagionale potrebbe causare una differenza nella quantità di neve presente; sostanzialmente, però, il quadro non cambia. A spiegarcelo è l'autore delle tre fotografie, Enrico Valcanover, geologo, da tredici anni volontario della Commissione Glaciologica di cui oggi è presidente.
"Quello che risulta evidente, e che ho voluto mostrare attraverso il confronto fotografico, è che a prima vista sembrano due paesaggi completamente diversi, mentre in realtà le immagini sono state scattate dallo stesso identico punto. Si tratta di una posizione fotografica, cioè di un masso riconoscibile dal quale - periodicamente - vengono realizzate nuove fotografie per poter confrontare nel tempo l'evoluzione del ghiacciaio. In questo caso il punto è particolarmente interessante perché permette di vedere molto bene quanto è cambiato il paesaggio".
I ghiacci che nel 2019 riempivano l'inquadratura, hanno perso di oltre la metà la loro superficie, lasciando il posto ad un lago. Quello che si osserva, quindi, è un arretramento decisamente importante. Lo spessore perduto - in mancanza di misurazioni precise - è nell'ordine del centinaio di metri.
"I confronti fotografici - ci spiega Valcanover - sono molto importanti perché restituiscono una visione immediata del fenomeno. Anche dal punto di vista comunicativo sono formidabili: un conto è raccontare che un ghiacciaio si è ritirato di venti metri in un anno, un altro è mettere una persona davanti a un'immagine come questa".
In genere siamo abituati a confronti realizzati su periodi più lunghi, magari su immagini ottocentesche o degli inizi del Novecento. Quello che colpisce in questo caso, invece, è proprio il fatto che un cambiamento così evidente sia avvenuto in un arco di tempo relativamente breve.
"Se andiamo a recuperare immagini scattate cent'anni fa, quelle diventano testimonianze ancora più importanti. Mostrano ghiacciai che magari all'epoca non erano sottoposti a un monitoraggio sistematico e che, proprio attraverso queste immagini, possiamo ricostruire dal punto di vista storico".
Foto più vicine cronologicamente, almeno per chi conosce quei luoghi, hanno però un impatto molto personale, generano spaesamento. "La prima è una fotografia che ho scattato io la prima volta che sono salito sul ghiacciaio. Sono ghiacciai che ormai conosco dal 2014 e che, quando raggiungo alla fine dell'estate, assomigliano quasi a un vecchio amico che non sta tanto bene: ogni anno ti chiedi come lo troverai".
Dal 2011, ultimo dato disponibile per tutti i ghiacciai del Trentino e successivamente pubblicato all'interno del Catasto dei ghiacciai italiani, la superficie complessiva dei ghiacciai del Trentino è passata da circa 30 a circa 20 chilometri quadrati. In un arco di tempo relativamente breve, quindi, il Trentino ha perso circa un terzo della superficie glaciale. Fotografie come queste mettono davanti ai nostri occhi un numero che, detto soltanto a parole, può impressionare oppure no.
Quest'anno, poi, con le temperature così elevate che si sono registrate durante l'estate e con la scarsa disponibilità di neve accumulata durante l'inverno, siamo arrivati a condizioni paragonabili a quelle del 2022, che era stato definito l'annus horribilis per i ghiacciai.
Non è facile prevedere il momento in cui la Vedretta di Lares scomparirà. Ad ogni modo, dire dieci, venti o trent'anni - ci insegna il geologo - sarebbe, in questo momento, poco più che un esercizio statistico. "Quello che possiamo osservare con certezza è che si sta riducendo e sta perdendo spessore. C'è ormai un tratto, tra la porzione più alta e la lingua che scende verso valle, nel quale affiora la roccia e si stanno allargando delle vere e proprie isole rocciose".
Sono quindi sistemi che, nelle condizioni climatiche attuali, non hanno la possibilità di raggiungere un nuovo equilibrio, nemmeno riducendosi progressivamente. Quelli che, in ambito glaciologico, vengono definiti dei "fossili climatici".
"La metafora che si usa tra addetti ai lavori è quella di un cubetto di ghiaccio tirato fuori dal frigorifero: il sistema conserva una certa inerzia e continua a esistere per un certo periodo, ma perde massa ogni anno senza essere in grado di rigenerarla, nemmeno in piccola parte".
Sono sistemi destinati all'estinzione e noi spettatori rimaniamo attoniti nel vederli mutare in tempi così stretti. Ma non siamo soltanto spettatori: quando questo accadrà, sta a noi dirlo, e queste immagini suonano sempre una chiamata all'appello.












