"Se dai ghiacciai riemergono alberi di 10.000 anni fa, allora il ritiro di oggi è normale". Oppure no?

Tronchi millenari e incisioni rupestri tornano alla luce dove, fino a pochi decenni fa, tutto era coperto dai ghiacciai. Sono scoperte affascinanti, che raccontano di epoche nelle quali i ghiacciai alpini erano meno estesi rispetto al recente passato. Ma se è già accaduto, perché dovremmo preoccuparci del ritiro attuale? Per rispondere dobbiamo imparare a leggere correttamente le testimonianze del passato e comprendere in profondità il comportamento dei ghiacciai

In questi mesi circolano sempre più spesso pagine e contenuti volti a gettare ombre sull'origine antropica del cambiamento climatico. Una delle armi più spesso sfoderate per raggiungere questo scopo è sbandierare ai quattro venti che, se troviamo resti di tronchi e incisioni rupestri dove prima tutto era coperto da un ghiacciaio, beh, allora non dobbiamo preoccuparci: i ghiacciai vanno e vengono, lo fanno da sempre.
A differenza di un'altra storia spesso tirata fuori per raggiungere il medesimo scopo – il ritrovamento dei reperti della Prima guerra mondiale sui ghiacciai – smontare l'errata interpretazione di questi antichi ritrovamenti non è altrettanto immediato.
Partiamo dal significato distorto che viene attribuito a queste importanti scoperte: "Se dove c'era ghiaccio crescevano gli alberi, non venite a raccontarci che in passato facesse più freddo. I ghiacciai vanno e vengono, lo hanno sempre fatto e sempre lo faranno". Questo è il ragionamento con cui dobbiamo confrontarci.
Iniziamo con il sottolineare che, come spesso accade, in questa visione scientificamente errata c'è qualcosa di vero. Ritrovamenti di questo tipo sono assolutamente autentici. Più spesso di quanto si creda, tra i detriti morenici abbandonati dai ghiacciai vengono individuati resti legnosi di grandi alberi.
Non si tratta nemmeno di scoperte recenti. Già tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento furono segnalati resti di alberi che riemergevano dai terreni liberati dai ghiacciai alpini. Tra le testimonianze più antiche ci sono quelle che riguardano il ghiacciaio dell'Aletsch, in Svizzera, dove l'arretramento del ghiaccio al termine della Piccola Età Glaciale riportò alla luce tronchi e radici sepolti durante le poderose avanzate che contraddistinsero quella fase climatica fresca, particolarmente favorevole al glacialismo.
All'inizio della Piccola Età Glaciale il limite del bosco era attestato a quote relativamente elevate. Poi il clima si raffreddò e i ghiacciai avanzarono fino a sommergere gli alberi. Terminata la fase fresca, intorno al 1850, il ghiaccio iniziò a ritirarsi, liberando i resti vegetali rimasti sepolti per alcuni secoli.
Se inizialmente questi ritrovamenti furono considerati essenzialmente una curiosità, fu nella seconda metà del Novecento che assunsero l'importanza scientifica che rivestono ancora oggi. Il cambio di passo fu reso possibile dalla diffusione della datazione al radiocarbonio, che permise di attribuire un'età a quei resti.
Nel 1961 vennero pubblicate le prime datazioni di radici fossili rinvenute tra le morene dell'Aletsch e nei decenni successivi le ricerche si estesero ad altri ghiacciai alpini. A partire dagli anni Novanta, il moltiplicarsi dei ritrovamenti permise di ricostruire con crescente dettaglio le oscillazioni dei ghiacciai durante l'Olocene.
Per comprendere l'importanza di queste scoperte dobbiamo considerare un problema che ha da sempre accompagnato lo studio dei ghiacciai del passato. Quando un ghiacciaio avanza lascia sul territorio tracce piuttosto evidenti. Le più caratteristiche sono i cordoni morenici, accumuli di detriti rocciosi depositati ai margini del ghiacciaio, che possono conservarsi nel paesaggio per migliaia di anni. Studiando queste forme possiamo ricostruire le posizioni raggiunte dai ghiacciai durante le loro avanzate. Le cose si complicano quando vogliamo ricostruire le fasi di ritiro. Un ghiacciaio che si contrae non necessariamente lascia tracce altrettanto evidenti e durature. Inoltre, quando torna ad avanzare, può cancellare le testimonianze geomorfologiche delle precedenti contrazioni. Le ricostruzioni basate sulle sole evidenze geomorfologiche sono quindi spesso sbilanciate verso i periodi di maggiore espansione glaciale.

I resti degli antichi alberi hanno parzialmente bilanciato questa situazione. Il ritrovamento di un tronco può aprire una finestra sulle condizioni climatiche ed ecologiche che caratterizzarono una fase di ridotta espansione glaciale, quando il ghiaccio si trovava più a monte rispetto al luogo in cui cresceva l'albero.
Attraverso l'analisi del carbonio-14 possiamo risalire all'età del legno. Non solo, combinando il radiocarbonio e lo studio degli anelli di accrescimento, è possibile ricostruire la vita di quei singoli alberi, arrivando, in alcuni casi, a datare con la precisione dell'anno quando la pianta fu investita dal ghiaccio e uccisa.
Immaginate che vita incredibile per quelle piante: germinare nei pressi del limite degli alberi, crescere dove le condizioni sono estreme anche per specie resistenti come larici e cirmoli, riuscire tra mille difficoltà a completare lo sviluppo e assistere all'inesorabile avanzata del ghiaccio che conquista pascoli e radi boschi. Una trama che, per quanto mi riguarda, potrebbe essere degna di un avvincente romanzo d'avventura.

Le storie nascoste dietro a questi tronchi relitti non sono tutte uguali. I reperti più preziosi sono quelli che conservano l'apparato radicale ancora affondato nel terreno dove l'albero si sviluppò. Qui le incertezze sono poche: sappiamo dove vegetò l'albero e dove mancò il ghiaccio. I ghiacciai hanno però il vizio di muoversi e molto spesso troviamo resti che non si trovano nella posizione originaria di crescita. Qui la faccenda si complica e l'attenta osservazione dei particolari può venire in aiuto. La presenza della corteccia o di ramificazioni secondarie, per esempio, suggerisce un trasporto limitato. Tronchi fortemente abrasi e in parte disarticolati possono invece aver percorso distanze maggiori o essere precipitati sul ghiacciaio dai versanti circostanti.

Larici (Larix decidua) e cirmoli (Pinus cembra); non a caso ho citato queste due specie. Sono tra le più frequentemente identificate nei ritrovamenti di resti legnosi in ambienti glaciali, con una netta predominanza del cirmolo in molti dei siti studiati. Sono alberi capaci di colonizzare ambienti caratterizzati da stagioni vegetative brevi, temperature basse e suoli poco sviluppati. Durante le fasi climatiche più miti dell'Olocene, l'attuale interglaciale, quando i ghiacciai hanno ridotto la loro estensione, queste specie hanno potuto espandersi verso le quote più elevate, arrivando a colonizzare luoghi che sarebbero stati nuovamente occupati dal ghiaccio. Sono inoltre essenze longeve, dal legno resistente, che una volta sepolte hanno potuto conservarsi per millenni.

Grazie ai resti legnosi, allo studio delle morene e agli archivi paleoclimatici, oggi siamo in grado di ricostruire con notevole dettaglio le oscillazioni dei ghiacciai alpini durante l'Olocene, iniziato circa 11.700 anni fa.
Negli ultimi diecimila anni si sono alternate fasi miti, durante le quali i ghiacciai si sono contratti, e periodi più freschi, che ne hanno favorito l'espansione. Alcune di queste oscillazioni sono durate pochi secoli, altre diversi millenni. E in alcuni momenti i ghiacciai alpini hanno raggiunto dimensioni più ridotte rispetto a quelle che conoscevamo fino a pochi decenni fa.
Il contesto glaciale che conosciamo meglio, quello del ventesimo secolo, è stato infatti un momento di relativa abbondanza di ghiaccio sulle Alpi, ereditato dalla Piccola Età Glaciale, responsabile di una delle più importanti pulsazioni glaciali degli ultimi millenni. L'individuazione di periodi caratterizzati da ghiacciai più arretrati rispetto a quelli che abbiamo conosciuto prima del recente ritiro non è stata così rara.
Un esempio interessante arriva dal ghiacciaio del Morteratsch, nel massiccio del Bernina, in Svizzera. Qui, negli ultimi anni, l'arretramento della fronte ha riportato alla luce diversi resti legnosi, alcuni risalenti addirittura alla prima parte dell'Olocene.
Quei reperti hanno permesso di ricostruire una fase di forte contrazione del ghiacciaio, durata almeno 430 anni, tra circa 10.780 e 10.350 anni fa. Durante questo periodo il ghiacciaio rimase meno esteso rispetto al 2020, lasciando spazio alla crescita di alberi che sarebbero stati successivamente raggiunti dal ghiaccio. La morte di alcune di queste piante è stata datata con grande precisione a circa 10.350 anni fa, in corrispondenza della ripresa dell'espansione glaciale. Diecimila anni fa il Morteratsch, uno dei grandi ghiacciai delle Alpi, era quindi più ridotto di quanto non fosse all'inizio del ventunesimo secolo. Non si tratta di una supposizione, né tantomeno di un risultato controverso.
E quindi? Se diecimila anni fa i ghiacciai avevano dimensioni non troppo diverse da quelle odierne, perché dovremmo preoccuparci della loro contrazione attuale?
La risposta è legata al comportamento errante dei ghiacciai, sempre intenti a rincorrere le fluttuazioni del clima. Le dimensioni di un ghiacciaio non bastano per comprendere se la sua geometria è in equilibrio con le condizioni climatiche. Questo è l'elemento che manca nei ragionamenti di chi utilizza i ritrovamenti dei resti vegetali per sostenere che quanto accade oggi non abbia nulla di eccezionale.
Un ghiacciaio è in equilibrio con il clima quando, su un periodo sufficientemente lungo, la quantità di neve e ghiaccio che accumula compensa quella che perde attraverso la fusione e gli altri processi di ablazione. In questa situazione il ghiacciaio mantiene una geometria sostanzialmente stabile.

Se però il clima cambia, l'equilibrio si rompe. Quando le temperature aumentano, il ghiacciaio inizia a perdere massa, si assottiglia e la fronte arretra. A contrarsi sono soprattutto i settori inferiori, quelli dove si concentra la perdita di ghiaccio. Attraverso il ritiro il ghiacciaio riduce così la superficie sulla quale avviene l'ablazione e può progressivamente raggiungere un nuovo equilibrio geometrico. Questo adattamento, però, non è immediato. Possono volerci decenni, in alcuni casi secoli.
Se guardiamo alla condizione odierna dei ghiacciai alpini, lo squilibrio è fortissimo. I ghiacciai continuerebbero ad arretrare per decenni anche se dall'oggi al domani bloccassimo l'aumento della temperatura. Il riscaldamento è stato così veloce da aver impedito ai ghiacciai di rincorrere l'equilibrio. Sono rimasti clamorosamente indietro.
Il fatto che nel 2020 il ghiacciaio del Morteratsch avesse dimensioni confrontabili con quelle raggiunte diecimila anni fa non significa che il clima dei due periodi fosse simile. Per poter fare un confronto diretto dovremmo trovarci davanti a due ghiacciai in condizioni di equilibrio, mentre sappiamo che oggi le cose stanno diversamente.
Dal 2020 il Morteratsch ha continuato ad arretrare e ad assottigliarsi, senza mostrare segnali di stabilizzazione. Se lasciassimo oggi al ghiacciaio il tempo di raggiungere un equilibrio con le attuali condizioni climatiche, la sua estensione sarebbe molto più ridotta rispetto a quella del 2020 e quindi a quella documentata diecimila anni fa.
E non è finita qui. Le temperature continueranno ad aumentare finché le emissioni di gas serra non saranno sufficientemente ridotte da stabilizzare il clima. Negli scenari di riscaldamento più elevato è previsto che il Morteratsch scompaia quasi del tutto entro la fine del secolo, lasciando soltanto residui di ghiaccio alle quote maggiori. Questa trasformazione lo porterebbe a condizioni senza precedenti nella sua storia olocenica.
Quei brandelli di tronchi millenari raccontano qualcosa di più interessante e complesso rispetto alla rassicurante banalità secondo cui il clima è sempre cambiato. Testimoniano quanto profondamente il clima possa trasformare i paesaggi alpini e ricordano quanto sia importante conoscere le cause e i tempi di queste trasformazioni per interpretare correttamente ciò che accade oggi.
Il ghiaccio che vediamo sulle Alpi è ancora molto indietro rispetto al riscaldamento degli ultimi decenni. E il paesaggio verso cui ci stiamo dirigendo potrebbe essere molto diverso sia da quello che abbiamo imparato a conoscere, sia da quel mondo dimenticato raccontato dagli alberi sepolti sotto i ghiacciai.

Una rubrica a cura di Giovanni Baccolo, ricercatore che si occupa di glaciologia e scienze della Terra negli ambienti freddi presso l'Università degli Studi di Roma Tre. I suoi interessi vanno dai ghiacciai polari ai terreni montani in quota. La passione per i mondi ghiacciati e per la divulgazione trovano spazio nel suo blog Storie Minerali. Fa parte del Comitato Glaciologico Italiano ed è membro della commissione scientifica del Servizio Glaciologico Lombardo e del comitato scientifico de L'Altra Montagna. Il titolo della rubrica riprende quello del libro pubblicato nel 2024 (I ghiacciai raccontano – Edizioni People) per raccontare l’importanza dei ghiacciai per il pianeta e per la nostra specie.














