Condusse due ragazzi di 12 e 13 anni a scalare le Torri del Vajolet: furono i più giovani a compiere la traversata. Quanto influenzò (come alpinista e come uomo) i fratelli Castiglioni il "maestro" Tita Piaz?

Nell'anniversario della nascita di Tita Piaz ripercorriamo un record dimenticato e forse ancora imbattuto: la traversata delle Torri del Vajolet da parte di Manlio e Bruno Castiglioni a 13 e 12 anni, grazie alla guida fidata del loro maestro G. B. Piaz

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"La figura di Piaz mi s'ingrandisce sempre di più: ora non è più il protagonista di una fiaba, ma un eroe, un semidio onnipossente. Quando l'anno seguente lo rivedo nella sua casa di Perra, ho per lui un senso di profonda venerazione: la sua affettuosa e gioviale cordialità, la sua semplicità con cui racconta delle sue imprese alpinistiche […] me lo fanno amare ancor più. Sentivo Tita Piaz non solo come il più grande degli alpinisti, ma come il più grande degli uomini". (da "Vita di Crode" di Ettore Castiglioni, 1919)
Non solo alpinista, e nemmeno solo guida alpina, la vita di Tita Piaz certamente non può essere rinchiusa in una sola definizione o nell'elenco dei suoi successi. Tita Piaz è stato un vero e proprio maestro: sicuramente un maestro in roccia e in alpinismo, moltissimi i suoi allievi e compagni di avventure a cui trasmetteva un sapere accumulato in anni di esperienza. La sua propensione all'educare però non si limitava alla settorialità della pratica alpinistica, si spingeva oltre, in una attenzione e cura per la sua valle, la Val di Fassa, che sfociava in un fervente idealismo e amore profondo nei confronti dei suoi territoti e della patria. È stato, infatti, esponente dell'irredentismo tridentino, talmente vicino alla causa da aver ospitato, in casa sua a Pera, la vedova di Cesare Battisti.
Insomma, Tita Piaz era un vero e proprio maestro di impegno civico e civismo, e ai tanti a cui l'ha trasmesso ci sono pure i fratelli Castiglioni: lui per primo li ha iniziati alla montagna, istruendoli sia tecnicamente, sia guidandoli in un percorso di crescita personale e identitario. Manlio, Bruno, Fanny, Ferruccio ed Ettore nutrivano un affetto fortissimo nei confronti del loro maestro, ricercando la sua approvazione e i suoi consigli e andandolo a trovare quando gli era possibile.
Sono i due fratelli maggiori, Manlio e Bruno, che per motivi anagrafici si avvicinano per primi alla montagna, prendendo lezioni dalla mitica guida Tita Piaz durante le villeggiature estive in zona Fassa. È all'incirca nell'estate del 1909 quando affrontano per le prime volte una parete di roccia.
"Al rifugio Vajolet, un pomeriggio, i miei fratelli mi conducono alla ripida parete sottostante il rifugio. Anche loro avevano salito quella parete, come esperimento, prima di scalare con Piaz le Torri del Vajolet. Io calzavo le stesse pedule che avevano servito loro 10 anni prima". Così ci racconta questo ricordo d'infanzia in Vita di Crode, 1919, un giovanissimo Ettore Castiglioni.

Ma uno dei primi successi memorabili avviene l'anno successivo, ed è il giornale locale L'Alto Adige a riporta la notizia in un articoletto del 19-20 settembre del 1910:
"Ci scrivono da Fassa che la guida G.B. Piaz ha condotto di questi giorni due ragazzi (Manlio Castiglioni di anni 13 e Bruno Castiglioni di anni 12) a fare la traversata di tutte e tre le torri del Vajolett. L'impresa è riuscita benissimo e i due fanciulli (i più giovani fra gli alpinisti che abbiano scalato le tre punte difficilissime) ne sono entusiasti. Al bravo Piaz e ai due alpinisti le nostre congratulazioni".
L'articolo riporta certamente l'eccezionalità del record, forse un primato tutt'ora ancora imbattuto, ma quello che comprensibilmente dal gergo giornalistico non traspare è tutto il vissuto di quella esperienza e di quei giorni: il 14-15-16 settembre del 1910.
"Quale gioia, quale sentimento profondo di commozione quando sentii descrivere e vidi riprodotti […] i punti dove si svolsero i giorni fra i più belli che io abbia passato fin qui nella mia vita […] e mi ricordai tutti gli indescrivibili spettacoli che provai e godetti in quei tre giorni a me cari". Tra le parole di Bruno che fissava sempre con rigore nel suo diario personale riemerge il grande entusiasmo provato durante quell'impresa. Una vivacità emotiva che forse si vive e si prova solo in tutte quelle "prime volte" vissute in infanzia e adolescenza.
La mitica gita viene poi riproposta alcuni anni più tardi dai fratelli Manlio e Bruno al tredicenne Ettore nell'estate del 1921, ed è sempre lo stesso Ettore sempre in Vita di Crode a raccontarcelo:
"… il giorno dopo salutandoci, dice "venite un'altra volta; faremo qualche cosa insieme: venite tutti e tre". Tutti e tre! Anch'io dunque! Ero stato invitato a far "qualche cosa" con Tita Piaz! Scrutavo il tempo, aspettando che si rimettesse al bello, con l'orgasmo di un bambino che vede prossima la realizzazione di una gioia insperata. Tita Piaz! Io! Proprio io, avrei potuto fare un'arrampicata con Tita Piaz! La gioia dell'ascensione si univa all'emozione di legarmi in cordata quell'uomo ch'io veneravo e che ora veniva a fare una arrampicata per me […]. Comincio a pensare che quella fessura sia veramente malvagia per tutti coloro che non abbiano il magico potere di Tita Piaz. Cerco di imitare le mosse di Bruno: fino alla fessura giungo facilmente. Qui mi incastro; non arrivo a prendere quell'appiglio alto che lui aveva servito così bene; non trovo da attaccarmi e mi sorreggo per attrito mentre l'inclinazione della fessura sembra volermi buttare nel vuoto. […] Provo e riprovo: sono sempre allo stesso punto; sono stanco e ansimante; sto per dichiararmi vinto e chiedere l'aiuto di Piaz. Penso che dopo tutto a 13 anni, potevo esser giustificato se non riuscivo a superare quello strapiombo con le mie sole forze. Chiamo timidamente Piaz, ma piano, quasi vergognandomi di quanto stavo per chiedere. Non sente perché sta discutendo con Bruno non so di cosa. Il mio orgoglio mi riprende. […] Raggiungo Bruno e Piaz, che ride al vedermi rosso e boccheggiante per lo sforzo. Ma io sono felice, perché ho vinto".
Tra le parole e i racconti di queste giornate, riecheggiano domande e riflessioni: quanto influenza un maestro nella vita di una persona? Quanto avrà influito l'esempio e la statura umana di Tita Piaz nelle scelte virtuose che hanno intrapreso i fratelli Castiglioni e che li ha poi portati a delle così tragiche conclusioni? Desta meraviglia la vivacità di quelle emozioni, la forza di quel sentire, ma soprattutto desta meraviglia la forza di quell'insegnamento di amore per la patria così profondo da essere penetrato in loro, forse addirittura in maniera indelebile, che Tita Piaz ha contribuito a trasmettergli.
E chissà poi se qualcuno è più riuscito a compiere da così giovane la traversata delle torri del Vajolet, qualunque risposta, affermativa o negativa, riuscirebbe ad aggiungere un piccolo tassello all'intreccio di questa storia.












