"Il tuo non è altro che un bluff". Dichiarò di aver scalato una parete considerata impossibile: così fu contestato duramente già nel libro di vetta. La polemica della Nord del Campanile di Val Montanaia

Le prove tecniche non consentono di ricostruire con certezza ciò che accadde quel 3 settembre del 1925. "La giusta comprensione di una cosa e la incomprensione della stessa cosa non si escludono". Così recita una delle più famose frasi legate al Processo di Franz Kafka ed effettivamente, tra le vicissitudini che vive il protagonista del romanzo, Josef K., e quello che ha passato Severino Casara ci sono delle somiglianze

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Ma guardando lontano, al di là dell'Antelao, il pensiero volò ad una rupe strana, solitaria, che avevo salita l'anno prima e nel cui ballatoio – dove passai una gelida notte dopo essere uscito miracolosamente vivo dalla parete nord, sulla quale m'ero erroneamente avventurato – avevo promesso di sciogliere un voto.
Queste le parole tratte dall'articolo La Campana Del Montanaia nel quale Severino Casara ricorda la gelida notte, forse la più intrepida della sua vita, passata sul ballatoio del Campanile di Val Montanaia, sotto le stelle, tra il 3 e il 4 settembre 1925, aspettando trepidamente l'alba.
Quella notte Casara espresse un voto: se fosse sopravvissuto e avesse potuto raccontare la sua mirabolante impresa, lo avrebbe sciolto con un grande dono. Un anno più tardi gli si presentò la situazione ideale: alcuni suoi amici in cima alla Croda Marcora gli chiesero che cosa desiderasse come regalo di laurea e lui espresse il desiderio di porre in cima al "Campanile più bello del mondo" una campana per ringraziare di essere sopravvissuto. Vedeva nel simbolo della campana e nel suo festoso squillare l'affermare la vita, l'opporsi alla morte, il gioire e il ringraziare. Lui, in compagnia di altri 21 alpinisti, pose la famosa campana il 19 settembre 1926.
Sabato 19 settembre 2026 la campana ha compiuto cento anni esatti ed è stata festeggiata, in un evento organizzato dalla sezione del CAI di Pordenone, presso il Belvedere 2, poco sopra il Rifugio Pordenone, con letture di testi che hanno ripercorso la storia del Campanile e della sua campana, alternate alla musica del fisarmonicista Paolo Forte.
Per l'occasione è stata portata sia la campana originale, conservata nella sezione CAI di Pordenone, sia il primo libro di vetta datato 1906, conservato presso la sezione CAI di Padova, contenente elementi inediti. Noi de L'Altramontagna lo abbiamo potuto visionare. Nel libro di vetta, oltre a essere indicate e firmate tutte le prime salite di illustri alpinisti, tra cui Tita Piaz e sua moglie Marie Bernard, sono segnate, inoltre, le firme di tutti i crodaioli presenti durante la posa della campana. È annessa pure una dedica, firmata Severino Casara, che così recita:
Siamo venuti a porre in questo campanile la campana votiva dei crodaioli veneti. Un saluto reverente alla gloriosa memoria di Berto Fanton, un evviva ad Antonio Berti ti pensiamo affettuosamente.
Ma il contenuto più interessante del libro di vetta, che ci riporta proprio a quella notte sul ballatoio passata da Casara, è la sua relazione del 3 settembre 1925. In quella piccola pagina, scrivendo a matita, lascia un resoconto minuzioso della salita che dichiara di aver compiuto: la parete Nord del Campanile di Val Montanaia in solitaria, un'impresa considerata umanamente impossibile per l'epoca, che aveva dato vita a un acceso dibattito e che ancora resta avvolta nel mistero. Una "verità obliqua", come l'ha definita Alessandro Gogna in un libro dedicato alla questione.
"68esima Prima ascensione per la parete Nord", così comincia la relazione di Casara, ma non si fa in tempo a distinguere le parole trascritte a matita che si vede l'intervento di una seconda mano, che ha probabilmente strappato il foglio e ha barrato il contenuto, scrivendoci sopra a caratteri cubitali: FALSO.
Nella pagina successiva è presente prima un'annotazione in tedesco e poi un certo Gincato così commenta: "Caro Casara, spiacemi dover dichiarare che il tuo non è altro che un bluff".
Questi due elementi restituiscono bene quanto fosse infuocato il dibattito: da una parte, già sul libro di vetta, qualcuno contestò duramente Casara; dall'altra, mostrano quanto fosse importante per la comunità degli alpinisti stabilire la verità sulla sua impresa. Una verità storica, effettivamente, non è stata ricostruita con certezza: a favore o contro di lui si schierarono praticamente tutti gli alpinisti più famosi dell'epoca, e lui stesso fu sottoposto ad almeno due "processi morali" nell'ambito del Club Alpino Italiano, che lo costrinsero a una vita di sospetti.
È Alessandro Gogna che ha saputo ricostruire al meglio e con la più grande precisione possibile il mistero che avvolge il Campanile di Val Montanaia, nel libro La verità obliqua di Severino Casara. Ne ripercorriamo assieme i passaggi principali: per riuscire a dimostrare la veridicità o meno del resoconto dell'alpinista vicentino era necessaria una controprova; nel tempo, quindi, si sono susseguiti vari tentativi che hanno dato vita ad altrettante ipotesi.
Tita Piaz e altri alpinisti tentarono di ripetere la salita, assicurati dall'alto, senza riuscirci; Micheluzzi, secondo la ricostruzione della vicenda, rinunciò invece prima di tentare. Dopo questo primo tentativo, così affermò Tita Piaz: "la via descritta da Casara, da solo e nelle condizioni descritte, risulta praticamente impossibile". Carlesso provò a ripetere la via, ma non trovò la fessurina orizzontale, elemento fondamentale su cui si strutturava la tenuta del resoconto di Casara. La roccia era diversa da come era stata descritta, e la versione del vicentino iniziava a scricchiolare sempre di più.
Inoltre, un'altra importante accusa era stata mossa da Tissi, che assieme ad altri tre alpinisti non era riuscito a salire la via partendo dal basso. Tissi aveva all'incirca la stessa statura di Casara, e questo ulteriore parere sembrava portare la posizione di Casara sempre più verso il baratro.
Allora il presidente generale del CAI, Manaresi, affidò ad Antonio Berti il compito di appurare la veridicità e l'attendibilità della salita di Casara: tutto deponeva contro di lui, nessuno era riuscito a replicarla e le discordanze tra la descrizione di Casara e la realtà della roccia erano troppe. Casara precisò successivamente che la fessura non si trovava sopra i chiodi Fanton, come sembrava risultare dalla sua prima descrizione, ma alla loro stessa altezza. Il resoconto rimaneva comunque lacunoso. La questione dell'esistenza o meno e del posizionamento della fessurina orizzontale rimane ancora in parte misteriosa.
Ma Odo Semengo, in un articolo intitolato La questione dello "strapiombo Casara" del Campanile di Val Montanaia felicemente risolta?, uscito sulla rivista Alpinismo nel settembre 1931, racconta che nel novembre del 1930 Gilberti e Castiglioni effettuarono una ricognizione dello strapiombo, ritenendo la via non impossibile; il 31 maggio 1931 Gilberti, Granzotto, Castiglioni e altri alpinisti riuscirono invece a compiere la traversata Casara, raggiungendo lo Spigolo a Denti di Sega, senza poter proseguire a causa del peggioramento del tempo e di un groviglio di corde. Questo avvenimento riapre la questione: il 19 luglio 1931 il gruppo del GARS di Trieste tornò sulla parete e il 26 luglio, guidato da Giulio Benedetti, riuscì a completare la salita dello strapiombo per la via Casara. La ripetizione del 1931 dimostrava però che il passaggio descritto da Casara era possibile; non dimostrava, da sola, che Casara lo avesse percorso nel 1925 nelle condizioni da lui descritte.
In realtà, nemmeno queste due controprove confermano la veridicità della versione di Casara; anzi, in qualche modo riaprono la questione e la complicano, la certezza assoluta si allontana ancora di più. Da una parte la descrizione di Casara rimane in certe parti fallace, dall'altra però si è riusciti a replicarla: il mistero rimane.
Le prove tecniche non consentono di ricostruire con certezza ciò che accadde quel 3 settembre del 1925, ma, come ricorda sempre Alessandro Gogna: "La storia ci ha presentato altri esempi di lucida follia. Chi osa al di là di ogni ragione ha una marcia in più al confronto di chi osa nei limiti del ragionevole, e quando si sta per cadere con effetti mortali si estraggono le ultime forze della disperazione".
La bellezza del mistero non sta tanto nella sua risoluzione, ma proprio nel riuscire a rimanere in questo intrigo, nel giocare a cercare un capo e una coda, quando questi ultimi spesso sembrano impossibili da trovare o in continuo allontanamento.
La giusta comprensione di una cosa e la incomprensione della stessa cosa non si escludono.
Così recita una delle più famose frasi legate al Processo di Franz Kafka ed effettivamente, tra le vicissitudini che vive il protagonista del romanzo, Josef K., e quello che ha passato Severino Casara ci sono delle somiglianze: il parallelo che viene spontaneo è quello di un uomo improvvisamente chiamato a rispondere delle proprie azioni, costretto a ricostruire e giustificare ogni passaggio della propria storia.
E se è chiaro a tutti che ricostruire tutti i fatti con certezza assoluta è impossibile, si può però comprendere quanto, nella comunità alpinistica del passato, l'onore fosse una cosa fondamentale e intoccabile; in fondo, Casara non era accusato di un reato: era in gioco qualcosa di diverso, ma per la comunità alpinistica dell'epoca non meno serio, cioè la sua parola e il suo onore.












