Dopo la scalata entrò in uno stato confusionale: "Mamma mia cado", urlava nel sonno. Forse aveva compiuto l'impresa alpinistica più importante del decennio, ma non sapeva come dimostrarlo

Severino Casara tra il 3 e il 4 settembre 1925 riuscì a salire il versante Nord del Campanile di Val Montanaia. L'impresa è avvolta nel mistero: era infatti salito da solo e da solo doveva riuscire a provare la sua verità

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Esistono storie altamente improbabili, ma credibili, storie che nell'ascoltarle immediatamente siamo portati a bollare come impossibili, ma poi un tarlo si insinua in noi e ci invade un senso di dubbio. Siamo spinti a mettere tutto in discussione, a rivalutare le nostre considerazioni, ci ritroviamo improvvisamente sospesi su un filo: da una parte sentiamo un freno che in noi afferma: "questa storia è tutta una falsità, una bugia"; ma dall'altra parte qualcosa di profondo ci spinge a proseguire su quel filo, sorge in noi quella stuzzicante domanda che continua a ripetere: "e se fosse tutto vero?". Vero o falso: forse non vale la pena polarizzarsi tra queste due posizioni ma continuare a restare su quel filo, procedere con leggerezza, senza correre ma lasciando scorrere.
Alcune storie, forse le più belle, ci danno il coraggio di scrutare l'abisso, ci fanno percepire la vertigine che solo l'immensurabile vuoto sa dare, ma allo stesso tempo leggiadramente ci alzano verso il cielo lasciandoci l'illusione che anche noi con la fantasia possiamo volare.
La salita dalla parete Nord del Campanile di Val Montanaia, il 3 settembre 1925, da parte di Severino Casara è una di queste storie, la veridicità o meno dell'impresa ha immediatamente acceso un fervido dibattito nella comunità di alpinisti dell'epoca, di cui ancora si sente qualche eco, ma a oltre cento anni di distanza più che analizzare ogni singolo particolare vale forse la pena ascoltare questa storia e lasciarla scorrere (affronteremo la "questione dello strapiombo Casara" e le posizioni pro e contro in un secondo articolo).
Versante Nord del Campanile: nel 1906 Tita Piaz riesce a calarsi con corde doppie per circa 37 metri nel vuoto stabilendo probabilmente il record dell'epoca. Discendere per la Nord era possibile, salirci sembrava tutt'altra cosa.
"Verticale e strapiombante di 30 metri di altezza: essa si appoggia su un breve zoccolo posto più in alto degli altri versanti di almeno 120 metri ed è coronata da una cuspide di 60 metri di dislivello" così descrive la parte Nord Alessandro Gogna.
Berto, Paolo e Luisa Fanton assieme a Otto Bleier e Franz Schroffenger provano per la prima volta in due giornate il 4 e 10 ottobre 1913, il tentativo non va a buon fine. I due austriaci, dopo i due giorni di sforzi, la giudicarono impossibile, per i fratelli Fanton e in particolare per Berto rappresentava un sogno concretamente realizzabile, se solo la Grande Guerra non lo avesse infranto.
L'idea di Berto era la seguente: con l'aiuto di chiodi spostarsi di circa dieci metri verso destra per raggiungere lo Spigolo dai denti di sega, uno spigolo così chiamato per avere gli appigli al rovescio, e da lì raggiungere il ballatoio che divide la parete nord dalla cuspide finale.
Alla base della parete, costruendo una piramide umana, Berto Fanton riesce a impiantare un chiodo a un'altezza di 3 metri, a questo aggiunsero un gruppetto di chiodi più a destra e poi un altro ancora più a destra, lasciano inoltre uno spezzone di corda che unisce il primo chiodo al secondo gruppetto.
Il 3 settembre 1925. Severino Casara con una corda di 20 metri, dopo aver già salito la Cima Emilia, si ritrova tra la nebbia alla base del Campanile di Val Montanaia e, secondo il suo stesso racconto, convinto di intraprendere la via normale, che già aveva salito, erroneamente si inerpica per la Nord, se ne accorge troppo tardi, ma grazie allo spezzone di corda lasciato dai Fanton e dai chiodi intravede una possibile via.
Si toglie gli scarponi e rimane in calzettoni di lana, lancia la sua corda verso lo spezzone dei Fanton e si assicura a quello, riesce così a risalire verso il primo chiodo, giocando d'equilibrio come un circense e usando i chiodi e la corda come appoggi per i piedi si porta verso destra al gruppetto di chiodi, ma da lì non sa più che fare. La situazione è sempre più precaria, decide di slegarsi e di assicurarsi all'anello di uno dei chiodi sottostanti, se fosse caduto avrebbe fatto un volo di due o tre metri, fa un primo tentativo per raggiungere lo Spigolo dai denti di sega, ma cade.
È qui che la storia entra nel mistero più intricato, proprio come le nebbie che lo avevano avvolto e fatto sbagliare strada. La sua vita è appesa a un filo ed è ancora in grande stato confusionale per la caduta. In un impeto si slega dal chiodo, utilizza i chiodi e lo spezzone di corda in tensione come appoggi, si slancia e, grazie alla sua elevata statura, riesce a raggiungere una fessurina orizzontale. Da lì lanciandosi verso destra, secondo il racconto di Casara, raggiunge lo Spigolo ai denti di sega, e poi a salire verso il ballatoio e infine a raggiungere la vetta. Trascorre una notte gelida bivaccando sul ballatoio, stremato e impaurito, consapevole di aver affidato la vita alle sue sole forze. Il giorno seguente discende per la via normale, tornando verso il Rifugio Padova incontra tre alpinisti padovani e si rifocilla con biscotti e marmellata.
Una volta raggiunto il rifugio per prima cosa stende una relazione dettagliata, vuole raccontare e fissare per iscritto l'accaduto mentre il ricordo è ancora vivido. Da quel momento in poi cala la tensione, lo stato confusionale e gli sforzi accumulati prendono il sopravvento. Gli vengono incontro Antonio Berti e uno dei Fanton. Rimarrà circa una settimana nella villa di Berti a Gogna di Cadore per riprendersi, Berti stesso racconta che nel sonno continuava a delirare e urlare: "Mamma mia, cado, cado".
Casara forse aveva compiuto l'impresa alpinistica del decennio aveva solo un enorme problema: doveva riuscire a dimostrarlo, era infatti salito da solo e da solo doveva riuscire a provare la sua verità.












