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Alpinismo | 19 settembre 2026 | 06:00

Probabilmente fu il quarto a scalare il Monte Pelmo, ma la sua è considerata la prima salita: perché? Il motivo si incontra in un ometto di pietre (o, meglio, nella sua assenza)

Dietro la storia dell’alpinista John Ball, si nasconde molto: non solo l'inizio dell'alpinismo esplorativo in Dolomiti, ma soprattutto altri primi "veri" salitori che però non avevano documentato l'ascesa. Questi fatti ci restituiscono delle riflessioni su chi sia veramente il "primo scopritore" e cosa significhi questa definizione

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"No token of a stone-man was seen", "non fu visto alcun segno di un ometto di pietre". Così commentò John Ball l’arrivo in cima al monte Pelmo il 19 settembre 1857, in A guide to the Eastern Alps del 1870, autoassegnandosi il titolo di primo salitore della famosissima vetta e segnando l’inizio dell’alpinismo esplorativo nelle Dolomiti. 

 

Tracciare: attorno a questo verbo, attorno a questa azione archetipica si cela la verità su chi sia stato il primo salitore del monte Pelmo. Fin da tempi immemori l’uomo ha l’intrinseco desiderio di lasciare traccia del sé, di esprimersi e di raccontare cercando delle forme che rimangano nonostante l’incessante scorrere del tempo. Le pitture rupestri, i miti di fondazione, l’epica omerica: se guardiamo al passato riconosciamo immediatamente in queste forme artistiche l’impellente necessità che l’essere umano ha di raccontare e di raccontarsi, di prendere coscienza dello spazio e del tempo in cui vive. 

 

John Ball con altissima probabilità non è stato il primo salitore del Pelmo, ma è stato sicuramente il primo a puntare la vetta con l’obbiettivo di conquistare la cima e sicuramente il primo a documentare l’ascesa, insomma a tracciare un inizio. Secondo le convenzioni tradizionali dell’alpinismo il primo salitore è colui che lascia traccia del suo passaggio, solitamente con una firma, magari conservata in una bottiglia, ed erigendo il totemico ometto di sassi. Infatti, è proprio in virtù di queste ragioni che comprendiamo da un lato il suo credersi il primo salitore e dall’altro il riconoscerlo da parte di tutti come il prôtos heuretḗs (letteralmente il primo scopritore, termine con cui gli antichi greci chiamavano le persone che davano inizio a delle tradizioni).

 

In realtà la salita di Ball con grande probabilità è stata la quarta, come racconta Riccardo Decarli, bibliotecario presso la Biblioteca della Montagna-SAT. John Ball è stato proceduto “nel 1824 da un cacciatore di camosci di San Vito di Cadore, tale Battista Belli Vecchio; la seconda salita sarebbe avvenuta prima del 1855, per merito di Tommaso de Ghetto “Cortelòn”, originario di Borca di Cadore; poco dopo ecco l’ascensione del cacciatore e guardia boschiva Giovanni Battista Giacin “Sgrinfa”, di Peaio di Cadore”. Questi “veri” primi salitori probabilmente non erano tanto interessati alla vetta quanto più a inseguire una preda, o comunque non hanno eseguito il fantomatico rito di lasciare un ometto e tanto meno un biglietto scritto. 

 

Tra l’altro fu lo stesso Giovan Battista Giacin, in quanto guida, ad accompagnare Ball per la spettacolare cengia che tutt’ora porta il nome dell’irlandese, ma il cadorino sembrerebbe essersi fermato appena prima della vetta. È però certo che Ball sia effettivamente colui che ha dato inizio all’alpinismo esplorativo in Dolomiti. Il suo, infatti, è uno sguardo da vero esploratore: attratto dall’ignoto, in continua tensione verso l’esotico, il romantico, ma a questo suo sentire lirico accosta una precisione tecnica che spazia tra gli interessi più disparati dalla biologia fino alla geologia. 

 

Non può non attrarre l’attenzione del viaggiatore. È una torre di nuda roccia, isolata, massiccia, a baluardi, che si eleva improvvisamente a un’altezza di 5000 piedi sopra la base: la sua forma è unica nelle Alpi”. E ancora: “Il Monte Pelmo, da qualunque lato sia visto, ma specialmente da est e da sud, appare come una gigantesca fortezza della più massiccia architettura, non frastagliata in minareti e pinnacoli, come molte delle sue rivali, ma puramente difesa da immense opere fortificate a guida di bastioni. […] Le pareti più scoscese del monte sono attraversate da cenge, larghe abbastanza per dar passaggio ai camosci e ai loro inseguitori”. 

 

Queste le parole di John Ball con le quali documenta la forma e la struttura del monte Pelmo in A guide to the Eastern Alps, opera che nasce come risultato delle sue esplorazioni alpine. L’irlandese, nato a Dublino nel 1818, ha attraversato letteralmente tutto l’arco alpino lasciandoci un preciso resoconto scritto, Alpine Guide, e al ritorno dall’impresa del monte Pelmo divenne il primo presidente dell’Alpine Club fondato proprio lo stesso anno, 1857.

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