Doping e alpinismo: un tema di cui si parla poco. Esiste? Quanto vale un'impresa se affrontata con l'assunzione di farmaci? Non solo ossigeno: nel mondo delle sostanze per l'alta quota

"Come ci si aspetta che l'alpinista dichiari l'uso di chiodi o pioli nel corso di una scalata, analogamente si pretende che dichiari l'utilizzo di farmaci". In passato, pubblico, media ed esperti hanno espresso preoccupazione per l'etica dell'uso di farmaci da parte degli alpinisti per migliorare le prestazioni e aumentare le probabilità di successo nella scalata ad alta quota, ma la reale incidenza di questa pratica rimane poco chiara. Proviamo a tracciarne un quadro con Giovanni Vinetti, medico dello sport e ricercatore presso l'Istituto per la medicina d'emergenza in montagna di Eurac Research

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
In alpinismo non si parla mai di "doping". È ovvio - dirà giustamente qualcuno - non trattandosi di uno sport agonistico codificato. Eppure, raggiungere certe vette può essere un motivo di riconoscimento non da poco: non solo in termini di curriculum per guide alpine o affini, ma anche - soprattutto per gli atleti professionisti - in termini di sponsor, inviti, case editrici eccetera. Fino a che punto, allora, certi meriti alpinistici vanno considerati validi se inseguiti con l'ausilio di sostanze o tecnologie capaci di migliorare le prestazioni o ridurre il rischio?
Si può dire che l'uso di sostanze stimolanti fosse presente già agli albori della "corsa agli Ottomila" himalaiani. È nota la storia della prima ascesa di Hermann Buhl al Nanga Parbat, nel 1953, durante la quale l'alpinista austriaco utilizzò il Pervitin: una metanfetamina diffusa tra i soldati nel corso della seconda guerra mondiale per ridurre il sonno e la stanchezza. Tale pratica, in alcuni Paesi, è poi continuata fino ai giorni nostri.
Tuttavia, negli anni, la cultura alpinistica ha sviluppato una maggiore sensibilità a questo tema. Non solo legata all'uso di sostanze, ma anche a forme di "doping tecnologico" come le corde fisse, i chiodi, o alla forma di supporto all'ascesa più diffusa a quelle quote: le bombole di ossigeno. In particolar modo da quando Habler e Messner hanno scalato per primi l'Everest senza l'uso dell'ossigeno, gli alpinisti di tutto il mondo hanno accettato l'impegno di dichiararne l'uso.
Oggi, il registro più autorevole sulle ascensioni e sui loro autori, l'Himalayan Database, si preoccupa di render conto delle ascese con il massimo rigore: segnalando eventuali incertezze e - laddove l'ascesa non sia documentata da prove sufficientemente chiare - apponendo il sigillo "Disputed" ("contestata"). Se un alpinista utilizza l'ossigeno in qualsiasi momento della spedizione, inoltre, la salita viene registrata come "effettuata con ossigeno".
Non rientrando nell'ambito delle competizioni sportive sottoposte ai controlli della World Anti Doping Agency (WADA), gli alpinisti dovrebbero stabilire da sé stessi i propri standard di comportamento per affrontare con onestà e sicurezza le sfide e i rischi della loro attività prescelta. Così, almeno, prevedono le "Raccomandazioni ufficiali della Commissione Medica UIAA" (Unione Internazionale delle Associazioni Alpinistiche).
"Per gli alpinisti dilettanti e amatoriali - si legge nel documento in termini di "Uso e abuso di farmaci nell'alpinismo" - non è possibile né giustificato codificare un sistema di controllo sull'uso dei farmaci. Gli alpinisti 'sponsorizzati' e quelli che praticano le attività per 'professione' (ma comunque al di fuori del controllo della WADA) devono seriamente considerare sia gli aspetti medici sia quelli etici se e quando decidono di utilizzare sostanze per migliorare la propria prestazione sportiva. In alcuni Paesi (es. in Svizzera e Germania) esistono sistemi amministrativi e medici di controllo per le attività alpinistiche, ma per molte persone non possono essere imposte regole e la scelta quindi diventa personale".
Questi principi - secondo l'UIAA - si devono applicare anche agli aiuti farmacologici: "Come ci si aspetta che l'alpinista dichiari l'uso di chiodi o pioli nel corso di una scalata, analogamente si pretende che dichiari l'utilizzo di farmaci".
Quando si parla di sostanze dopanti in alpinismo, dunque, non si può parlare di proibizione in senso stretto. Non trattandosi di una disciplina sportiva agonistica, mancando di controlli e limitazioni formali, il "doping" diventa piuttosto una questione di etica e trasparenza. Inoltre, a complicarne l'attestazione, molte delle sostanze oggi utilizzate per aumentare le prestazioni o ridurre il rischio di sintomi legati all'alta quota, hanno anche una loro ragion d'essere di natura medica e vengono dunque talvolta prescritte dai medici per evitare stati di emergenza.
Il punto allora è uno: dove si colloca il confine tra uso terapeutico e doping? In altri termini: quando "l'uso" diventa "abuso"?
Per rispondere a questa domanda, ci siamo avvalsi dell'aiuto di Giovanni Vinetti, medico dello sport e ricercatore all'Istituto per la medicina d'emergenza in montagna di Eurac Research.
Partiamo cercando di capire che cosa si intenda per doping. La regolamentazione sportiva ufficiale - come accennavamo - non si applica all'alpinismo, tuttavia, può essere utile per darci un sistema di classificazione oggettivo. Perché una sostanza o un metodo venga incluso nella Lista della WADA come doping deve soddisfare almeno due di questi tre criteri:
- Ha il potenziale di migliorare, o migliora, la prestazione sportiva
- Rappresenta un rischio effettivo o potenziale per la salute degli atleti
- Viola lo spirito dello sport
I primi due criteri sono relativamente facili da valutare dal punto di vista medico e scientifico. Il terzo, come si immaginerà, è quello che lascia invece maggiore spazio all'interpretazione.
L'ossigeno è probabilmente l'esempio più evidente di questa zona grigia. Dal punto di vista della sicurezza, sopra una certa quota un medico può raccomandarlo perché riduce il rischio di morte. È quindi un farmaco salvavita. Ma, proprio perché permette di evitare la morte e di continuare a salire, aumenta anche la possibilità di mantenere una prestazione migliore. Su questo emerge il dibattito: non c'è un consenso unanime tra gli alpinisti sul fatto che l'ossigeno violi o meno lo spirito dell'alpinismo. La Commissione medica alpinistica, tuttavia, proprio perché l'ossigeno è comunque un trattamento salvavita, non lo considera una sostanza disdicevole nello stesso senso di altre sostanze.
L'alcol e la cannabis, per esempio, possono rientrare in questa logica: a determinati dosaggi rappresentano un rischio per la salute e possono essere considerati contrari allo spirito dello sport, pur non migliorando la prestazione. Diverso ancora è il caso delle sostanze che migliorano direttamente la prestazione e che allo stesso tempo comportano rischi per la salute e possono essere considerate contrarie allo spirito dello sport. In questi casi i tre criteri sono soddisfatti contemporaneamente.
Un esempio sono le anfetamine. Molto utilizzate negli anni Cinquanta anche come retaggio del loro largo impiego negli eserciti durante la guerra, le anfetamine aumentano la sensazione di energia e lo stato di veglia, diminuiscono la percezione della fatica e della fame e possono quindi permettere di affrontare attività molto stressanti, con poco sonno, grande fatica e scarso apporto alimentare. Tuttavia, comportano rischi importanti: problemi cardiaci, riduzione dell'assunzione di cibo, disidratazione e soprattutto compromettono la capacità di ragionare lucidamente, portando a decisioni avventate e a una minore considerazione del pericolo.
Attualmente, però, le anfetamine sembrano essere meno utilizzate. Per rispondere ad esigenze simili è più diffuso il ricorso al cortisone, in particolare al "desametasone", un farmaco cortisonico relativamente facile da reperire, spesso viene prescritto agli alpinisti proprio perché venga portato con sé come trattamento di emergenza.
Il desametasone è un potente antinfiammatorio steroideo. Si tratta di una sostanza sintetica simile a un ormone che l'organismo produce naturalmente in condizioni di stress, emergenza o malattia grave. Somministrato dall'esterno può essere utilizzato a dosi molto superiori a quelle che l'organismo riuscirebbe a produrre spontaneamente, aumentandone l'effetto antinfiammatorio e antidolorifico, ma anche lo stato di veglia e la sensazione di energia. Inoltre riduce l'infiammazione, compresa quella che può interessare il cervello.
Proprio per questa ragione, il desametasone è un farmaco importante nel trattamento d'emergenza delle forme più gravi di mal di montagna, in particolare dell'edema cerebrale: il rigonfiamento del cervello all'interno della scatola cranica. In questa situazione il farmaco contribuisce a ridurre il meccanismo infiammatorio responsabile della fuoriuscita di liquidi nel cervello. Anche in questo caso, però, esistono effetti collaterali anche gravi.
Si ricorda, in particolare, il caso di un alpinista americano, attestato nel 2009, che assumeva desametasone a scopo precauzionale prima di tentare la scalata dell'Everest. Poco dopo la partenza, in seguito alla comparsa di un'eruzione cutanea, temendo una reazione all'uso dei farmaci prescritti, l'alpinista abbandonò improvvisamente il loro utilizzo. Quattro giorni dopo raggiunse il Campo 3 (7010 metri); tuttavia, non fu in grado di proseguire e necessitò di assistenza per la discesa a causa di una stanchezza progressivamente debilitante, disorientamento e sangue nelle feci. Fu riportato al campo base dopo due giorni e trasferito all'Ospedale di Kathmandu con una diagnosi di tossicità da steroidi con possibile sindrome da astinenza. Un anno dopo, il paziente era ancora in trattamento per disturbo da stress post-traumatico, attacchi di panico, depressione e necrosi avascolare. Oggi, nello sport organizzato, il cortisone rientra tra le sostanze vietate e controllate.
Un altro gruppo di farmaci riguarda la prevenzione dell'edema polmonare d'alta quota. Si tratta di una patologia rara, legata all'aumento della pressione nelle arterie polmonari provocato dall'ipossia, che può determinare la fuoriuscita di liquidi nei polmoni. Per questo possono essere utilizzati vasodilatatori, come la nifedipina, oppure altri vasodilatatori che agiscono attraverso lo stesso principio dei farmaci, come sildenafil e tadalafil.
Normalmente questi farmaci dovrebbero essere destinati soprattutto a persone che hanno già avuto un episodio di edema polmonare. In alcuni casi, però, vengono utilizzati preventivamente da persone che hanno investito molto tempo e denaro in una spedizione e non vogliono correre nemmeno un piccolo rischio di sviluppare questa complicanza.
Questi farmaci non migliorano direttamente la prestazione, possono però permettere di continuare la spedizione invece di essere costretti a tornare indietro. Anche qui si presenta una zona grigia. Se compare un problema, le linee guida indicano che bisogna scendere. Il farmaco può essere necessario perché non è possibile tornare a valle immediatamente, ma utilizzarlo per eliminare il problema e proseguire deliberatamente invece di scendere rappresenta un comportamento diverso.
Gli steroidi anabolizzanti, come il testosterone e suoi derivati sintetici, tra cui il nandrolone, possono essere utilizzati durante la fase di allenamento per arrivare alla spedizione con una maggiore forza muscolare. In questo caso l'obiettivo è migliorare la forza, il recupero e alcune caratteristiche fisiche utili alla prestazione. Anche questi farmaci, però, comportano effetti collaterali cardiaci ed endocrini e, come gli stimolanti, possono favorire una maggiore aggressività e una maggiore propensione a esporsi al pericolo, riducendo la capacità di giudizio.
Tra i farmaci più utilizzati in assoluto in ambito alpinistico c'è invece l'acetazolamide, commercializzata come Diamox. È un farmaco che favorisce l'acclimatazione, è molto studiato e presenta un rapporto rischio-beneficio relativamente favorevole. È utilizzato soprattutto dagli alpinisti amatoriali e dai turisti che hanno poco tempo per realizzare un'acclimatazione naturale, per esempio quando devono passare rapidamente da bassa quota a 4.000 o 5.000 metri.
L'acetazolamide è però diversa dai farmaci utilizzati propriamente come doping. Non è una sostanza che, aumentando la dose, aumenta progressivamente la prestazione. Il suo effetto consiste semplicemente nell'accelerare un processo di acclimatazione che normalmente richiederebbe più tempo. Favorisce l'eliminazione dei bicarbonati attraverso i reni, anticipando una parte dell'adattamento respiratorio e renale che avverrebbe naturalmente se esposti a lungo. In questo senso, il farmaco permette semplicemente di "mandare avanti velocemente" il processo di acclimatazione, ma - se assunto in dosi massicce - non dà alcun effetto considerevole sulla salute o sulla prestazione. Se una persona ha una settimana in più a disposizione e può salire lentamente, può fare a meno del farmaco. Lo stesso vale per gli alpinisti più avvezzi alle alte quote.
Dopo questa carrellata, seppur breve e incompleta, sorge spontaneo un interrogativo. Quanto è diffuso l'uso di farmaci in ambiente alpinistico? Purtroppo - come si suggeriva - si tratta di un tema piuttosto taciuto ed eventuali controlli sarebbero assai complessi e costosi, oltre che ingiustificati. Ciononostante, a scopo di ricerca in passato sono stati effettuati alcuni test e sondaggi anonimi, che ci offrono qualche dato reale, seppur limitato, concentrandosi per lo più su alpinisti amatori.
Un primo studio, risalente al 1993, ha valutato la prevalenza del consumo di anfetamine nell'alpinismo amatoriale a media quota, prelevando campioni di urina da 253 uomini dopo una salita riuscita. Il 7,1% degli alpinisti che hanno scalato al di sopra dei 3300 metri, è risultato positivo. Sulle cime tra i 2500 e i 3300 metri sul livello del mare, invece, il dato scendeva a 2,7% degli alpinisti esaminati presentava residui di anfetamine nelle urine. In generale, i ricercatori notavano che i tentativi di aumentare il livello di prestazione con mezzi farmacologici non sono così rari nell'alpinismo amatoriale.
Interessante uno studio realizzato nei rifugi del Monte Bianco nel 2016, dove alle persone veniva chiesto in maniera anonima di fornire un campione di urine. Su 430 campioni analizzati provenienti da entrambi i rifugi, il 35,8% conteneva almeno un farmaco. I diuretici (22,7%) e gli ipnotici (12,9%) sono stati i farmaci più frequentemente rilevati, mentre i glucocorticoidi (3,5%) e gli stimolanti (3,1%) sono stati rilevati meno comunemente. Le due sostanze predominanti erano state il diuretico acetazolamide e l'ipnotico zolpidem. La conclusione degli esperti era dunque che i farmaci miravano principalmente ad attenuare i sintomi del mal di montagna, piuttosto che a migliorare le prestazioni. Sottolineavano però l'alta presenza di ipnotici: sostanze che possono alterare la vigilanza e dunque, in ambiente estremo, esporre maggiormente ai pericoli.
Infine, esistono studi basati sulle interviste agli alpinisti. Sempre nel 2016 sono stati pubblicati i risultati di un sondaggio anonimo tra gli scalatori che hanno tentato la scalata dell'Everest. 187 individui hanno completato il sondaggio, fornendo informazioni sull'uso di farmaci e ossigeno per 262 spedizioni sull'Everest tra il 1963 e il 2015, la maggior parte delle quali avvenute dopo l'anno 2000. I farmaci sono stati utilizzati nel 43% delle scalate, con l'acetazolamide come farmaco più comunemente impiegato. L'uso di desametasone, nifedipina, sildenafil o tadalafil è risultato raro, così come l'assunzione contemporanea di più farmaci.
Questi dati vanno però interpretati con cautela, perché i campioni comprendono livelli molto diversi di esperienza: possono esserci alpinisti esperti, amatori, partecipanti a viaggi organizzati e turisti. Paradossalmente, non è raro che il turista assuma più farmaci dell'alpinista d'élite, anche semplicemente perché gli sono stati prescritti dal medico per affrontare un'ascesa rapida.
Il significato etico, dunque, cambia molto a seconda del contesto, e le ricerche su questo ambito sono ancora troppo limitati per poter giungere a conclusioni. In chiusura, dunque, ci affidiamo al commento dell'esperto Giovanni Vinetti, al quale va il merito della ricostruzione presente in questo articolo.
"In un turista che affronta una spedizione commerciale sull'Everest, l'uso di farmaci per aumentare la probabilità di portare a termine la spedizione può essere considerato deprecabile, ma è più vicino a un problema di abuso farmacologico legato al turismo che al doping sportivo vero e proprio. Il cliente ha investito molto denaro e tempo e anche l'organizzatore ha interesse a evitare che si senta male. Diverso è il caso di una spedizione alpinistica organizzata sotto l'egida di istituzioni alpine. Se emergesse che persone selezionate per rappresentare determinati valori dell'alpinismo utilizzano sistematicamente farmaci per ottenere un vantaggio, l'impatto etico e morale sarebbe più vicino a quello di un atleta olimpico che ricorre al doping. In quel contesto non sarebbe tanto l'acetazolamide a rappresentare il problema, quanto sostanze come testosterone, cortisone, stimolanti, vasodilatatori polmonari, antidolorifici e altri farmaci utilizzati come scorciatoie per migliorare la prestazione".












