Nessuno spit, difficoltà elevate e la scelta di affrontare la montagna con le protezioni tradizionali. Sulle pareti del Gran Sasso, esiste ancora spazio per un'esplorazione "alla vecchia maniera"

Sulla parete Ovest della Terza Spalla del Corno Piccolo del Gran Sasso d'Italia, Lorenzo Angelozzi, Matteo Cittadini e Andrea Di Pascasio hanno aperto una nuova linea di circa 200 metri: una via riservata a chi possiede solide capacità tecniche e soprattutto esperienza su terreno alpinistico

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Ci sono vie il cui nome racconta già quasi tutto. “Alla vecchia maniera” è la nuova linea aperta sul Corno Piccolo del Gran Sasso d’Italia, lungo la parete Ovest della Terza Spalla, da Lorenzo Angelozzi, Matteo Cittadini e Andrea Di Pascasio nei giorni 1 e 6 agosto 2026. Circa 200 metri di arrampicata, difficoltà elevate, nessuno spit e una progressione affidata a chiodi e protezioni mobili.
Ma ridurre questa apertura ai soli numeri significherebbe probabilmente perderne la parte più interessante. Perché “Alla vecchia maniera” racconta anche un certo modo di intendere l’alpinismo: osservare una parete, immaginare una linea, entrarci dentro senza conoscere esattamente ciò che si troverà e costruire, metro dopo metro, la propria sicurezza.
La via si sviluppa in un settore verticale e articolato della parete Ovest della Terza Spalla del Corno Piccolo, a destra della via Gilgamesh. Secondo quanto riportato dagli apritori, la roccia è generalmente molto buona, fatta eccezione per un breve tratto nel secondo tiro dove è necessaria maggiore attenzione. La difficoltà complessiva indicata è EX-, con passaggi fino all’VIII- obbligatorio. Numeri che da soli chiariscono come non si tratti di un itinerario destinato all’arrampicatore occasionale, ma di una via riservata a chi possiede solide capacità tecniche e soprattutto esperienza su terreno alpinistico.
La linea si articola in più lunghezze e affronta diedri, tetti, fessure e sezioni strapiombanti, fino a raggiungere la cresta della Terza Spalla. Il primo tiro presenta già difficoltà molto elevate, mentre nella parte finale una fessura strapiombante offre una progressione atletica che gli apritori descrivono come ben proteggibile.
È però soprattutto lo stile di apertura a caratterizzare questa nuova via. Non sono stati utilizzati spit. Gli apritori hanno scelto di sfruttare le possibilità offerte dalla roccia attraverso chiodi, friend e dadi. I chiodi utilizzati durante l’apertura sono stati lasciati in parete insieme ad alcuni cordini, mentre per una ripetizione viene consigliata una dotazione completa di protezioni mobili.
È una differenza che, nell’alpinismo, non è soltanto tecnica. Su una via di questo tipo la capacità di proteggersi diventa essa stessa parte della difficoltà. Non basta riuscire a superare il passaggio. Bisogna individuare dove sistemare una protezione, valutarne la tenuta, leggere le fessure, comprendere la qualità della roccia e decidere quando continuare e quando fermarsi. La parete non viene semplicemente percorsa: deve essere interpretata.
Il nome scelto per la via assume quindi un significato particolare. “Alla vecchia maniera” non significa necessariamente guardare nostalgicamente al passato. Può significare, invece, conservare alcuni elementi fondamentali della cultura alpinistica anche mentre materiali, tecniche e livelli atletici continuano ad evolversi: l'autonomia, la capacità di leggere il terreno, la responsabilità delle proprie scelte e, soprattutto, l'accettazione dell'incertezza. Aprire una via dal basso significa spesso entrare in una parte di parete senza sapere con precisione quale sarà il passaggio successivo, se una fessura permetterà di proteggersi o se una struttura apparentemente favorevole si rivelerà invece impraticabile. È probabilmente proprio in questa incertezza che continua a vivere una delle differenze più profonde tra la semplice prestazione sportiva e l'esperienza alpinistica.
Il contesto, poi, non è secondario. Il Corno Piccolo rappresenta da decenni uno dei luoghi simbolo dell'alpinismo e dell'arrampicata sull'Appennino. Le sue pareti, i suoi diedri e le sue fessure sono stati attraversati da generazioni di alpinisti che hanno lasciato itinerari entrati nella storia del Gran Sasso. Ogni nuova apertura si inserisce inevitabilmente dentro questa eredità. E il fatto che ancora oggi sia possibile individuare nuove linee su queste pareti racconta anche quanto il Gran Sasso continui a essere un terreno vivo di esplorazione, nonostante una storia alpinistica ormai lunga e articolata.
Non si tratta soltanto di trovare uno spazio vuoto tra due vie già esistenti. Aprire una linea significa anche decidere come percorrerla e quale rapporto stabilire con la parete. È forse questo l'aspetto più rilevante di “Alla vecchia maniera”.
In un'epoca nella quale l'arrampicata sportiva ha raggiunto livelli tecnici altissimi e l'attrezzatura moderna permette margini di sicurezza impensabili rispetto al passato, esistono ancora alpinisti che scelgono deliberatamente un approccio nel quale una parte importante dell'esperienza resta affidata alla propria capacità di interpretare l'ambiente. Non significa rifiutare la sicurezza. Significa costruirla diversamente.
Conoscenza, esperienza, capacità di proteggersi e valutazione continua del terreno diventano elementi inscindibili dalla progressione. È una forma di alpinismo che richiede grande preparazione e che non deve essere romanticizzata: una via di questo livello rimane un terreno severo, destinato esclusivamente ad alpinisti esperti. Ma proprio per questo racconta qualcosa che va oltre la semplice apertura di un nuovo itinerario. Racconta che, sulle pareti del Gran Sasso, esiste ancora spazio per l'esplorazione. E che, qualche volta, per trovare qualcosa di nuovo si può scegliere di farlo davvero “alla vecchia maniera”.












