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Storia | 15 settembre 2026 | 18:00

Come apparivano i cartaginesi dopo la traversata delle Alpi? "Sono consumati dalla fame, dal freddo, dalla sporcizia, dallo squallore, fiaccati e indeboliti tra le rocce e i dirupi; inoltre hanno gli arti congelati"

Eppure quell'armata tanto provata ha inflitto a Roma alcune delle peggiori sconfitte della sua storia. Fra settembre e ottobre del 218 a.C. l'esercito cartaginese, guidato da Annibale, valicò le Alpi: un'impresa narrata dagli storici antichi che nei secoli si è ammantata di leggenda e ancora affascina

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Spagna, 218 a.C. La guerra fra Roma e Cartagine per la supremazia nel Mediterraneo, rimasta sopita per oltre vent'anni, nuovamente divampa. Sconfitta nella prima delle cosiddette "guerre puniche", combattuta fra il 264 e il 241, Cartagine è riuscita a rimettersi in piedi e a ricostruire la propria potenza grazie soprattutto allo sfruttamento della penisola iberica. Qui il confine coi territori controllati dai Romani è stato fissato sul fiume Ebro. E qui Annibale, comandante dei Cartaginesi, compie il passo che riapre le ostilità: nelle primavera del 219 assedia Sagunto, città alleata di Roma.  

 

Nato nel 247, colto e di costituzione robusta e vigorosa, Annibale proviene da una famiglia aristocratica che ha ampi interessi in Spagna. Il padre e il cognato hanno condotto operazioni militari e sono stati tra i fautori della rinascita della potenza cartaginese. Molto diversa da Roma, Cartagine non dispone delle risorse cui invece possono attingere i Romani, e questo Annibale lo sa. Conta però sul fattore sorpresa e coltiva un piano di "guerra lampo" per battere gli odiati nemici.


Busto marmoreo ritrovato a Capua e ritenuto di Annibale

Il piano ha l'obiettivo di esaurire la potenza romana privandola del sostengo delle popolazioni alleate, in particolare di quelle del nord Italia, entrate solo di recente sotto il dominio di Roma. Per farlo Annibale deve agire in fretta, non concedendo il vantaggio dell'iniziativa, sconvolgendo i piani del nemico. E stabilendo alleanze che ingrossino il suo esercito, costituito, a differenza di quello romano, di mercenari. Di qui il disegno ambizioso di valicare le Alpi e scendere nella Pianura Padana.

 

L'attraversamento delle Alpi non era un'impresa impossibile. Come ben spiega Silvia Giorcelli Bersani nel suo saggio L'impero in quota. I romani e le Alpi, è un mito quello delle Alpi come barriera impenetrabile a protezione dell'Italia. La difficoltà è farlo rapidamente, e con le truppe di cui Annibale dispone. A tal proposito le fonti antiche divergono: secondo Polibio l'esercito di Annibale era costituito di 90.00 fanti e 12.000 cavalieri; secondo Livio di circa 30.000 fanti e 6000 cavalieri. Ma l'aspetto che più ha colpito l'immaginario di ogni epoca sono gli elefanti, 37 secondo le fonti antiche.

 

Sempre Livio ricostruisce il discorso che Annibale avrebbe rivolto ai suoi per convincerli all'impresa dopo aver superato il Rodano, ormai in vista delle Alpi: "[Disse che] se le figurassero pure più alte delle vette dei Pirenei: in ogni caso non c'erano terre che toccassero il cielo e che non potessero essere superate dall'essere umano. Le Alpi inoltre erano abitate, coltivate, generavano esseri viventi e li nutrivano". Così, fra settembre ottobre del 218 si compì l'impresa.

La traversata occorse una quindicina di giorni, fra difficoltà immani dovute alla rigidità del clima, alla neve e al ghiaccio su uomini abituati ad ambienti mediterranei, alla mancanza di strade e passaggi, che spesso si dovettero approntare sul posto, e all'ostilità delle popolazioni locali.


William Turner, "Bufera di neve: Annibale e il suo esercito attraversano le Alpi", 1812

Livio pone particolare enfasi a descrivere le asprezze affrontate da Annibale e dal suo esercito, anche perché desidera trasmettere l'idea che quello del condottiero cartaginese è stato un gesto di arroganza, punito dall'ostilità stessa dei luoghi attraversati.

Ecco come appaiono i cartaginesi reduci dalla traversata agli occhi di Publio Cornelio Scipione, che si rivolge ai propri soldati per esortarli alla battaglia: "Sono fantasmi, ombre d'uomini, consumati dalla fame, dal freddo, dalla sporcizia, dallo squallore, fiaccati e indeboliti tra le rocce e i dirupi; inoltre hanno gli arti congelati, i muscoli irrigiditi dalla neve, le membra inaridite dal gelo, le armi sconquassate e a pezzi, i cavalli claudicanti e indeboliti". Secondo Scipione i primi a condurre guerra contro Annibale sono stati gli dei.

 

Eppure quell'esercito tanto provato avrebbe presto inflitto a Roma alcune delle peggiori sconfitte della sua storia: la primavera successiva sul Ticino e sulla Trebbia, l'anno dopo sul Lago Trasimeno e infine, nel 216, a Canne, Puglia, in un disastro che costò la vita al console Lucio Emilio Paolo. Se alla fine la vittoria non arrise ad Annibale fu per un errore politico, perché non gli riuscì l'impresa di scardinare il sistema di alleanze dei Romani. E il tempo giocò a suo sfavore.


Colle del Moncenisio, monumento che ricorda il passaggio di Annibale - foto dell'autore

Un ultimo appunto su un particolare che non ha smesso di far discutere. Quale fu il passo scelto da Annibale per varcare le Alpi? Da secoli studiosi di diverse discipline o semplici appassionati hanno cercato di far luce sul mistero, aspetto taciuto dalle fonti antiche. Annibale potrebbe aver varcato il Monginevro o il Moncenisio, come pure, secondo un'ipotesi recente, il Colle delle Traversette, dove alcune indagini geologiche e microbiologiche, condotte nel 2016, hanno portato al ritrovamento di materiale organico che è stato collegato al passaggio dei Cartaginesi.

 

Che sia o meno l'ultima parola, resta tuttavia il fascino di un'impresa che non ha smesso di appassionare e con cui si sono confrontati condottieri scrittori e artisti di ogni epoca.

 

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