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Storia | 06 agosto 2026 | 18:00

Il primo estremo tentativo di salvare la vita a madre e figlio durante un parto complicato. Nelle piccole scaglie di osso, rinvenute nelle Dolomiti, la prova del più antico intervento ostetrico

I resti di un neonato risalenti a quasi seimila anni fa svelano la più antica traccia al mondo finora documentata di un parto assistito con una manovra di estrazione ostetrica. I reperti rinvenuti nella Valle di Lamen, sulle Dolomiti bellunesi, svelano anche retroscena inaspettati: dalla carenza alimentare di questa madre preistorica alle pratiche di cura in uso nell'antichità

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Pochi resti ossei sembrano svelare un dramma risalente alla Preistoria: il tentativo disperato di salvare la vita ad una madre e al suo bambino durante un parto complicato. Sarebbe la più antica prova di un intervento ostetrico mai registrata, avvenuto a Feltre nelle Dolomiti bellunesi.

 

Lo studio, pubblicato dalla rivista scientifica Journal of Archaeological Science: Reports, ha analizzato i resti di un individuo umano di circa quaranta settimane dal concepimento rinvenuti nel sito di Ripari Alti, a 1.100 metri di altitudine nella Valle di Lamen, nel comune di Feltre, all'interno del Parco nazionale delle Dolomiti bellunesi.

 

I resti provengono dagli scavi diretti dal 2021 al 2024 da Fabio Cavulli dell'Università di Napoli Federico II e da Francesco Carrer della University of Newcastle in collaborazione con Annaluisa Pedrotti dell''Università di Trento. Ad analizzarli è stato il gruppo di ricerca guidato da Omar Larentis del Laboratorio Bagolini Archeologia, Archeometria, Fotografia (LaBAAF), scoprendo le tracce di un parto complicato e del tentativo di salvare la vita del bambino e/o della madre con manovre ostetriche.

 

Secondo la datazione al radiocarbonio, la morte del bambino sarebbe databile tra il 3932 e il 3653 a.C., nelle ultime fasi del Neolitico, periodo in cui le comunità alpine frequentano in modo sempre più stabile le vallate interne e intensificano la presenza nelle medie e alte quote, verosimilmente nell'ambito di attività di pascolo, caccia e sfruttamento delle risorse montane.

 

Il lavoro, basato sulle analisi svolte nel Laboratorio Bagolini dell'Università di Trento di cui è responsabile Stefano Grimaldi, ha permesso di ricostruire uno degli eventi più difficili da individuare in archeologia: un possibile trauma avvenuto durante il parto.

 

I ricercatori hanno analizzato i pochi e fragili resti ossei conservati utilizzando un approccio multidisciplinare che ha combinato osservazioni antropologiche, microscopia digitale e microscopia elettronica a scansione. Grazie a queste tecniche è stato possibile distinguere una frattura avvenuta quando l'osso era ancora "fresco" da quelle prodotte nei millenni successivi dall'azione del tempo e dell'ambiente. In linguaggio tecnico questi si definiscono "processi tafonomici", cioè l'insieme delle modificazioni fisiche, chimiche e biologiche subite da un organismo dal momento della sua morte fino al suo ritrovamento.

 

Le indagini hanno evidenziato una frattura dell'omero compatibile con le sollecitazioni che possono verificarsi durante un parto particolarmente problematico. Infatti, il confronto con la letteratura clinica moderna indica che la lesione potrebbe essere stata provocata dalle manovre necessarie per cercare di completare il parto.

 

Una conclusione che è stato possibile raggiungere proprio grazie alle strumentazioni all'avanguardia del Laboratorio Bagolini che consentono fotogrammetrie e acquisizioni fotografiche dei reperti ad altissima definizione.

 

"Valutare le lesioni dell'osso attraverso la microscopia ottica è d'importanza fondamentale per una corretta diagnosi", sottolinea Omar Larentis, primo autore dell'articolo scientifico. "Il Laboratorio – prosegue – ha una serie di microscopi ottici digitali fondamentali per questo scopo. È stato possibile rilevare ad altissimo ingrandimento delle minuscole scaglie dovute a una frattura su osso fresco, invisibili con un microscopio normale. Ecco, la prova regina ce l'ha data la microscopia a scansione elettronica. È la dimostrazione di una forza esercitata per far fronte a un parto difficile, probabilmente accompagnato da tentativi di estrazione manuale".

 

La ricerca non si è fermata al trauma. Sulle ossa del neonato sono state trovate anche minuscole alterazioni porose sulle tibie e sulla mandibola, segno di uno stress nutrizionale o metabolico subìto dal feto prima di nascere. Questo indica che la madre soffriva forse di carenze alimentari (come la mancanza di vitamine C e D che porta, rispettivamente, a malattie come scorbuto e rachitismo), offrendo una rara istantanea sulla salute delle persone nelle comunità alpine preistoriche.

 

Il caso di Ripari Alti rappresenta uno dei più antichi e meglio documentati esempi al mondo di trauma ostetrico in ambito archeologico. "Rispetto alle conoscenze che abbiamo della letteratura mondiale in questo ambito – spiega Larentis - si tratta del primo caso in ordine cronologico di un'evidenza diretta sulle ossa di manovra da parto e di gesto di cura rivolta sia a una madre, sia al bambino. Soprattutto per quanto riguarda periodi pre-scritturali di solito si rimanda alle tradizioni di confronto etnografiche per riuscire a ricostruire il mondo in cui si muovevano le persone di allora".

 

"La scoperta – conclude – dimostra che quasi seimila anni fa esisteva già una consapevolezza dei rischi legati al parto e la capacità di intervenire con manovre fisiche per cercare di aiutare le madri e i neonati nei momenti più critici".

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