I due cuccioli di orso vennero ingabbiati, diventando il modello per molte sculture: sono stati abbattuti quando il ferro delle gabbie servì per la guerra. L'arte contadina dell'intaglio a Yakumo, nel Giappone rurale

Sviluppata per contrastare una crisi economica, questa tradizione nasce dall'incontro tra samurai decaduti e produzioni rurali svizzere. Al Yakumocho Kiborikuma Museum sono oggi esposte centinaia di sculture a intaglio di orsi, di forme, stili e dimensioni assai differenti. Nella seconda tappa di un viaggio in Giappone sulle tracce degli orsi, esploriamo la storia di questo villaggio sull'isola di Hokkaidō, terra di orsi e salmoni

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Hokkaidō, la più settentrionale delle quattro isole principali del Giappone, è terra di orsi e salmoni. Qui vivono circa dodicimila orsi bruni, venerati dagli Ainu (popolazione indigena di etnia non giapponese) come divinità, temuti dalle popolazioni rurali, sfruttati come mascotte per il turismo. Nella produzione locale dell’intaglio, l’orso è spesso raffigurato mentre cattura un salmone, altra creatura centrale in questo territorio.
Eppure, il mio viaggio inizia da un piccolo villaggio noto principalmente per le sue sculture ad intaglio di orsi, in cui tuttavia l’atto di afferrare tra i denti un salmone non è quasi mai rappresentato. Yakumo è un villaggio piuttosto anonimo, affacciato sulla baia di Uchiura, nel sud-est di Hokkaidō. Lo trovo avvolto da una fitta nebbia estiva, che fino a ieri pensavo esistesse solo dalle mie parti, nelle lagune adriatiche intorno al delta del Po. Persino i dépliant turistici affermano, laconicamente, che gli abitanti locali non saprebbero identificare una caratteristica che renda Yakumo un posto speciale. Eppure, un piccolo museo gratuito testimonia un pezzo assai interessante di storia locale, che ha proprio a che fare con l’intaglio del legno e con gli orsi. Al Yakumocho Kiborikuma Museum, infatti, sono esposte centinaia di sculture a intaglio di orsi, di forme, stili e dimensioni assai differenti.

Lo sviluppo del villaggio di Yakumo è piuttosto recente: ebbe inizio con la Restaurazione Meiji, nella seconda metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, quando i samurai, legati all’ormai decaduto shogunato dei Tokugawa, si ritrovarono privi di terra e potere. Il clan Owari Tokugawa (con legami familiari con lo shogunato) decise dunque di prendere parte allo "sviluppo" di Hokkaidō (un processo che incluse la colonizzazione e l’assimilazione degli Ainu, nonché gravi danni ambientali sull’isola, che contribuirono per esempio all’estinzione del lupo), trasformando Yakumo da terra selvaggia in villaggio di contadini.
Ma in seguito alla Prima guerra mondiale, i contadini furono colpiti da una grave crisi economica. La soluzione, incredibilmente, arrivò dalla Svizzera. Fu a Berna, infatti, che il capoclan Tokugawa Yoshichika acquistò alcune sculture di orsi in legno, portandole poi a Yakumo. La tradizione svizzera aveva (e ha tutt’oggi) il suo fulcro a Brienz, dove il turismo si era sviluppato nell’Ottocento e l’arte contadina era già un’attività economica matura. Da questa sorta di passaggio culturale casuale nacque l’intuizione di far apprendere l’arte dell’intaglio ai contadini di Yakumo, per creare un’attività economica parallela all’agricoltura, da svolgere magari in inverno, che permettesse di arrotondare i magri guadagni.

Gli orsi di legno di Yakumo sono, dunque, un esempio di arte rurale, una miscela di creatività e pragmatismo che, a partire dalla prima scultura presentata a una mostra d’arte contadina nel 1924, generò un mercato di souvenir turistici che si sviluppò in parallelo a quello delle sculture di orsi in legno degli Ainu. A differenza delle sculture Ainu, radicate nella cultura e nella religiosità locale (seppure in realtà non si tratti di oggetti di origine antica, in quanto per gli Ainu la rappresentazione tridimensionale di creature viventi è stata per lungo tempo tabù), quelle di Yakumo sono tuttavia basate sull’imitazione del modello svizzero: dunque, nessun salmone tra le fauci, ma piuttosto orsi antropomorfi che svolgono attività umane come sciare, trascinare ceste di pesci, o semplicemente sedere a braccia conserte con lo sguardo imbronciato. Tra l’altro, l’immagine dell’orso col salmone in bocca divenne più comune dopo il secondo conflitto mondiale, durante il boom turistico a Hokkaidō degli anni Sessanta, mentre nel periodo precedente prevaleva la figura antropomorfa di un orso che porta alcuni salmoni appesi sulla schiena.

In un’intervista per la rivista giapponese Locket (uscita sul numero 5 del 2022), Shigeyuki Otani, curatore del museo, spiegava che la scelta dell’orso era stata tutt’altro che ovvia. Alla prima mostra d’arte rurale del 1924, oltre a un piccolo orso intagliato, erano stati esposti anche cani procione, intagli tradizionali Ainu e una grande varietà di altri prodotti contadini. Ma l’orso era forse l’immagine più rappresentativa sia del clan Owari Tokugawa (il cui capo era dedito alla caccia agli orsi) sia della Hokkaidō di quegli anni, una terra del nord, ancora in gran parte selvaggia. Soltanto molto dopo, l’introduzione e l’espansione dell’allevamento dei bovini e dell’industria lattiera avevano modificato radicalmente l’immagine di Hokkaidō, oggi principalmente associata, in effetti, al latte (nonché al turismo invernale e allo sci).
L’intaglio degli orsi a Yakumo si incrocia con un più ampio movimento, in quegli anni, in favore dell’arte rurale in Giappone, che reclamava il diritto dei contadini non soltanto a dedicarsi ad attività artistiche e creative remunerative, ma anche a organizzarsi in scuole, istituti e associazioni che permettessero di sviluppare e promuovere questo tipo di attività. Così, dal 1928 – anno di fondazione dell’Associazione di Ricerca sull’Arte Contadina di Yakumo –, l’intaglio del legno divenne una delle attività principali del villaggio, di grande successo commerciale nel crescente panorama turistico di Hokkaidō. I contadini portavano le proprie sculture presso l’Associazione, che le valutava e, se ritenute adeguate, assegnava il marchio commerciale "Yakumo Kumabori".

Nello stesso anno, due cuccioli d’orso vennero catturati e ingabbiati a Yakumo, diventando il modello per molte sculture locali. I due orsi venivano nutriti in una piccola gabbia, ingrassando rapidamente, e si dice che da questa loro corporatura imponente e apparente docilità derivino in parte le dimensioni e l’antropomorfismo degli orsi in legno di Yakumo. La storia di questi due orsi, iniziata già in maniera poco edificante, ebbe una conclusione tragica: nel corso della Seconda guerra mondiale, il ferro delle gabbie dovette essere consegnato per rifornire le scorte nazionali, e i due orsi furono abbattuti. Con la Seconda guerra mondiale iniziò anche la crisi della produzione di queste sculture, che diminuì costantemente anche per la competizione delle sculture Ainu di Asahikawa e, successivamente, per la produzione di massa di statuette di scarsa qualità. Oggi, tuttavia, questa tradizione conosce una piccola rinascita, con giovani artisti che si dedicano all’intaglio del legno e persino con insegnanti specializzati nella creazione di sculture di orsi.
Il museo, in ogni caso, al momento è deserto. La stessa Yakumo sembra, nella pioggia sottile, un villaggio quasi abbandonato. Da quando sono qui, ho interagito soltanto con il custode del museo. L’ingresso nella pensione è avvenuto, come non di rado accade in Giappone, senza alcun contatto umano, ma attraverso un anonimo tablet. Quando lascio Yakumo, il villaggio scompare rapidamente nella nebbia. La strada corre lungo la costa, ma anche il mare è invisibile, nascosto dietro una morbida parete lattiginosa. Quando si inizia a salire in montagna, la nebbia non scompare e, anzi, si infittisce. Poi l’auto sobbalza su un ponte chiamato "della nebbia estiva". Capisco che giornate di questo tipo qui non sono l’eccezione, ma la regola. Mi lascio quindi alle spalle gli orsi di legno di Yakumo e mi dirigo più a nord, verso Upopoy, sede del Museo Nazionale degli Ainu.













