"Quei monti, quando il terreno spontaneamente si incendiava, erano attraversati da fiumi d'argento". Posidonio presentava la catena alpina come un piccolo eldorado di risorse minerarie, in particolare d'oro e argento

Pur disponendo soltanto di tre frammenti di argomento alpino, possiamo affermare che nella prima metà del I secolo a.C., Posidonio di Apamea (135-50 a.C.) si occupò diffusamente di Alpi e aveva una buona conoscenza delle Alpi e della mitologia ad esse collegata. In occasione di un viaggio in Gallia e in Iberia, attraversò la catena alpina e osservò attentamente l'ambiente alpino e i suoi abitanti, prendendo nota del clima, della vegetazione, delle abitudini dei singoli popoli

Nella prima metà del I secolo a.C., Posidonio di Apamea (135-50 a.C.) si occupò diffusamente di Alpi, muovendo i passi dalle riflessioni di Polibio e aggiungendo nuove chiavi interpretative. Originario della Siria, fu allievo di Panezio e fondò una scuola filosofica di orientamento stoico nell'isola di Rodi, che venne frequentata ad inizio I secolo a.C. da Pompeo e Cicerone. Si occupò dei più svariati ambiti di sapere, dalla filosofia alla storia, dalla matematica all'astronomia, e la sua produzione letteraria fu sterminata, nonostante oggi sia quasi completamente perduta. Ad inizio I secolo a.C., egli compì un viaggio in Gallia e in Iberia, attraversando la catena alpina lungo il tragitto di andata e ritorno da Roma. Durante il viaggio, egli osservò attentamente l'ambiente alpino e i suoi abitanti, prendendo nota del clima, della vegetazione, delle abitudini dei singoli popoli.
L'opera in cui si occupò della catena alpina sono i 52 libri delle Storie dopo Polibio, in cui egli si prefiggeva di esporre la storia del mondo prendendo le mosse dall'opera dello storico di Megalopoli, coprendo l'arco cronologico che va dalla caduta di Cartagine (146 a.C.) alla vittoria di Silla contro Mitridate (85 a.C.). Secondo una consuetudine tipica del suo tempo, egli interrompeva il corso storico degli eventi per inserire delle parentesi di carattere geo-etnografico su popoli e regioni dell'ecumene. È proprio ad una di queste parentesi che si riferiscono probabilmente i tre frammenti di argomento alpino, che saranno di seguito passati in rassegna.
Il primo è un passo dei Deipnosofisti di Ateneo, nel quale si attesta che Posidonio identificava i monti Ripei con la catena alpina. Nell'immaginario degli Antichi i monti Ripei erano la catena montuosa che cingeva il nord dell'Europa e si narrava che fosse ricchissima di metalli preziosi, che scaturivano in forma di fiumi o torrenti. Era inoltre la catena dalla quale, secondo una tradizione, il Danubio traeva le sue sorgenti.
Già due secoli prima, Aristotele aveva dichiarato che si trattava di una semplice leggenda, che non traeva ispirazione da alcuna catena montuosa esistente (cf. Arist. Meteor. 350b). Posidonio per parte sua, pur riconoscendo il carattere favolistico della leggenda, insisteva nell'identificare le Alpi come fondo di verità storica dietro al mito:
"Per fare un esempio, dunque, dal momento che quel tipo di metalli si trova in superficie, se nei luoghi più remoti della terra anche i fiumi trasportano polvere d'oro che uomini e donne dal fisico debole raschiano, separano, sciacquano e mettono nel crogiolo. Così avviene tra gli Elvezi ed altri Celti, ad ascoltare il nostro Posidonio. Anche i monti un tempo chiamati Ripei, in seguito poi Olbi e ora invece Alpi (quelle della Gallia), quando il terreno spontaneamente si incendiava, erano attraversati da fiumi d'argento".
Posidonio propone in modo del tutto inedito un'evoluzione lessicale del nome della catena alpina, da monti Ripei a Olbi, da Olbi ad Alpi. Un'evoluzione che, come ha giustamente sottolineato Sara Giurovic, è fondata da un punto di vista etimologico: il nome Ripei va infatti legato al verbo greco ripto, "buttare fuori", da riferire ai fiumi di metalli preziosi che scaturivano dalla catena montuosa; l'oronimo Olbi, invece, deriverebbe da olbios, "benestante", e indicherebbe la condizione di ricchezza degli abitanti di tali regioni, dovuta all'abbondanza di risorse minerarie.
Convalidando l'identificazione tra i monti Ripei e le Alpi, Posidonio presentava la catena alpina come un piccolo eldorado di risorse minerarie, in particolare d'oro e argento, che avrebbero potuto arricchire i popoli che vi erano stanziati. Un'immagine che doveva essere confermata dalla sua esperienza autoptica, cioè da quanto poté vedere durante il viaggio in Gallia e in Iberia.
Nel secondo frammento egli si occupava di un'altra leggenda, cioè quella degli Iperborei. Era credenza comune che questo popolo fosse perennemente felice e immune da malattie e discordie, e destinato a vivere una vita lunga e senza pericoli sotto la protezione del dio Apollo. Come diceva il loro nome, che significa "oltre la Borea", essi erano situati in un luogo imprecisato del nord Europa, e la loro presenza era documentata da alcune offerte che ogni anno pervenivano a loro nome al tempio di Apollo a Delfi andando ad incrementare il ricco tesoro del santuario.
La leggenda degli Iperborei era già stata rifiutata in età classica da Erodoto, e per questo non aveva goduto di ampia popolarità nei secoli successivi. Convinto che dietro ad ogni mito vi fosse un fondo di verità, Posidonio affermava invece che il popolo fosse realmente esistente, e che fosse stanziato da qualche parte sulla catena alpina (fr. 270 E.K.):
"Erodoto sostiene che gli Iperborei non esistono. Se esistessero genti iperboree, dovrebbero esisterne anche di molto conosciute. Posidonio viceversa asserisce che gli Iperborei esistono e che abitano nei pressi delle Alpi della penisola italica."
La catena alpina, che con il suo aspetto meraviglioso e minaccioso aveva alimentato la fantasia dei Greci sin dall'età arcaica, diventava in Posidonio l'ambiente storico dove collocare alcune delle credenze più diffuse del mondo antico. Così facendo, egli operava un'archeologia del mito, utilizzando le proprie conoscenze geografiche e la propria esperienza autoptica per indagare l'origine delle leggende antiche.
Il terzo ed ultimo frammento di argomento alpino riguarda la storia dei Cimbri e delle loro migrazioni tra II e I secolo a.C., che portarono alla guerra contro i Romani. Come ricorda Strabone (VII 2,2), Posidonio seguiva il filo delle migrazioni di tale popolo, soffermandosi sui popoli che con essi si scontrarono:
"(sc. Posidonio) dice anche che in passato i Boi abitavano la Foresta Ercinia, e che i Cimbri, scagliatisi su questo luogo, respinti dai Boi, sarebbero discesi verso l'Istro e i Galli Scordisci, poi verso i Teuristi e verso i Taurisci, anche questi Galli, e poi verso gli Elvezi, uomini ricchi di oro e di indole pacifica. Questi, vedendo la ricchezza derivante dai brigantaggi superiore a quella di cui loro disponevano, si lasciarono sedurre, soprattutto tra loro i Tigurini e i Toigeni, tanto che addirittura si lanciarono al loro seguito. Tutti però furono annientati dai Romani, sia i Cimbri stessi sia quelli che si erano aggregati a loro, gli uni dopo aver valicato le Alpi verso l'Italia, gli altri fuori dalle Alpi".
Nella chiusa del passo Posidonio cita le due vittorie mariane di Aquae Sextiae (cioè Aix-en-Provence, nel 102 a.C.) e dei Campi Raudii (presso Vercelli, nel 101 a.C.), rispettivamente contro i Teutoni e i Cimbri, distinguendole in base alla presenza di tali popoli al di là o al di qua della catena alpina. Lo storico curiosamente inverte l'ordine cronologico delle battaglie, parlando prima dei Cimbri, che attraversarono le Alpi e furono sconfitti nella pianura Padana, a Vercelli, e poi dei Teutoni e Ambroni, che invece erano stati sconfitti l'anno precedente ad Aix-en-Provence, prima che tentassero l'incursione in Italia. Seguendo la tradizione polibiana, Posidonio utilizza le Alpi come linea di spartiacque tra Italia e Gallia, distinguendo un al di qua e un al di là della catena montuosa; al contempo egli ne fa un inedito espediente narrativo per raccontare le vittorie di Mario contro i due popoli germanici, con una logica – geografica ma anacronistica - che oggi non potrebbe essere accolta in un manuale di storia.
In conclusione, pur disponendo soltanto di tre frammenti di argomento alpino, possiamo affermare che Posidonio aveva una buona conoscenza delle Alpi e della mitologia ad esse collegata; tale conoscenza era corroborata dall'esperienza autoptica, che gli permise di avviare delle ricerche etnografiche e mitografiche all'insegna di un approccio razionalista verso la realtà. Il suo interesse non era tanto rivolto alla morfologia del territorio, quanto piuttosto ai miti che la interessavano, ai popoli che per di là erano passati, alle ricchezze favolose che lì si potevano trovare. I suoi studi restavano comunque ancorati alla visione lineare di Polibio, e quindi alla concezione delle Alpi come una lunga linea naturale, che corrispondeva al confine tra Italia e Gallia e che era articolata in un al di là e un al di qua.
Immagine di apertura: Busto di Posidonio, copia romana di età augustea (I secolo d.C.) e mappa delle vittorie di Mario ad Aquae Sextiae (102 a.C.) e ai Campi Raudii (101 a.C.) (da G. Gentile et al., GeoErodoto Magazine, vol.1, Brescia, 2017)















