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Cultura | 05 luglio 2026 | 18:00

Oltre 2000 anni fa usava le cime più alte della Grecia per misurare l'altezza delle Alpi: le montagne viste da Polibio distinguono un "al di qua" da un "al di là"

"Le Alpi appaiono occupare la posizione di Acropoli dell'intera Italia". Nel lento cammino di scoperta delle Alpi, Polibio vanta un importante primato rispetto ai suoi predecessori: egli per primo "si avvicinò" ai piedi della catena, descrivendone il paesaggio, il clima e la morfologia del territorio, e inaugurando così un nuovo filone di studi

scritto da Michele Nardelli

Nel lento cammino di scoperta delle Alpi, Polibio (di cui avevamo parlato in quest'altro articolo) vanta un importante primato rispetto ai suoi predecessori: egli per primo "si avvicinò" ai piedi della catena, descrivendone il paesaggio, il clima e la morfologia del territorio, e inaugurando così un nuovo filone di studi. E lo fece dalla sua prospettiva di storico greco, educato alla scienza e alla geografia del tempo ed esperto conoscitore dell’orografia della sua terra natale. A titolo d’esempio, egli utilizzò come metro di paragone le cime più alte della Grecia e della Tracia per misurare l’altezza e il perimetro delle Alpi, come scrisse nelle sue Storie:

 

Lo stesso autore, parlando della grandezza e dell’altezza delle Alpi, usa come termine di paragone le più alte montagne della Grecia, il Taigeto, il Liceo, il Parnaso, l’Olimpo, il Pelion, l’Ossa; e in Tracia l’Aimon, il Rodope, il Dunax: e dice che un buon camminatore potrebbe scalare ciascuno di questi quasi in un sol giorno, e in un giorno farne un giro completo, ma non potrebbe scalare le Alpi in cinque giorni: dice anche che la loro lunghezza, misurata all’altezza delle pianure, è di 2200 stadi.

 

La notizia per cui non bastavano cinque giorni per raggiungere la vetta è senza dubbio iperbolica e rimanda al topos della difficoltà di attraversamento della catena montuosa, impresa che dai Greci era considerata, non a caso, "degna di Ercole".

 

L’aspetto minaccioso e imponente delle vette alpine per chi veniva dalla Pianura Padana emerge in un’altra immagine, che Polibio inventò per descrivere le Alpi come frontiera naturale d’Italia:

 

Essa (sc. l’Italia), infatti, è situata ai piedi di queste montagne, sicché, se si osservano insieme l’una e le altre, le Alpi appaiono occupare la posizione di Acropoli dell’intera Italia.

 

L’acropoli, situata su una rocca o una montagna, era la zona più fortificata della polis greca e ne rappresentava il centro simbolico e religioso. Con quest’immagine Polibio tradusse in greco la definizione delle Alpi come mura d’Italia, proposta, come abbiamo visto in questo articolo, dal romano Catone nello stesso periodo.

 

Venendo alla morfologia alpina, Polibio individuò tre elementi in cui si poteva scomporre la catena montuosa: versanti, vette e valichi. I versanti erano caratterizzati da vegetazione rigogliosa e da un clima temperato, e per questo erano idonei all’insediamento di piccole comunità di uomini, come scrisse nel prosieguo delle Storie:

 

Dei due versanti delle Alpi, quello rivolto verso il fiume Rodano e quello rivolto verso la suddetta pianura, i Galli chiamati Transalpini abitano le zone collinari e ricche di terra verso il Rodano e il nord, i Taurisci, gli Agoni e numerose altre genti di barbari, invece, quelle verso la pianura. I Transalpini, in realtà, vengono così chiamati non per una differenza di stirpe, ma di luogo: trans, infatti, va tradotto "al di là"; perciò chiamano Transalpini quelli che vivono dall’altra parte delle Alpi.

 

La distinzione tra un "al di qua" e un "al di là" della catena, ripresa anche in altri passi delle Storie, avrà larghissima fortuna nella Roma imperiale: Livio, Strabone e Plinio, ma anche Claudio Tolemeo la applicarono in modo meccanico nel parlare dei popoli della montagna.

 

Sui pendii boscosi, si potevano inoltre osservare specie animali singolari e stravaganti, come leggiamo nel seguente frammento polibiano:

 

Dice Polibio che tra quei monti si riproduce un animale dalla forma singolare, simile nella conformazione a un cervo, a parte il collo e il manto, per i quali somiglia più a un cinghiale, e con sotto il mento una specie di protuberanza lunga circa un palmo, pelosa all’estremità e simile per spessore alla coda di un puledro.

 

Secondo i moderni Polibio qui si riferiva all’alce, vissuta sulle Alpi fino all’Alto Medioevo, allo stambecco, oppure alla renna, che venne descritta da Cesare nel De bello gallico con termini simili (per quanto nella realtà essa non abbia la protuberanza sotto al mento).

 

Superati i versanti, si apriva il paesaggio sommitale, caratterizzato da rocce e ghiacciai perenni. Il clima rigido e la mancanza di vegetazione lo rendevano del tutto ostile alla presenza di uomini:

 

La cima delle Alpi, infatti, e i luoghi vicini ai valichi, sono del tutto spogli e privi di alberi, perché d’estate e d’inverno vi rimane ininterrottamente la neve; invece, su entrambi i versanti il terreno, da mezza costa in giù, è ricco di selve e di alberi e nel complesso abitabile.

 

Quanto ai valichi alpini, che al tempo erano attraversati da alcune vie carovaniere, che collegavano l’Italia alla Gallia e all’Iberia, Polibio ne registrava soltanto quattro lungo tutto l’arco alpino:

 

Uno attraverso i Liguri, (quello lungo il mare Tirreno), quindi quello tra i Taurini, che fu percorso da Annibale; segue quello per il paese dei Salassi e, quarto, quello attraverso i Reti: tutti e quattro sarebbero stati ripidi e disagevoli.

 

L’identificazione moderna dei passi citati non è ancora sicura: (a) il passo dei Liguri corrisponderebbe alla via litoranea, che separa la Liguria dalla Francia; (b) la via dei Taurini sarebbe il valico del Monginevro; (c) la via dei Salassi corrisponderebbe a uno dei due passi del San Bernardo; (d) il passo retico sarebbe infine il passo del Brennero o il passo di Resia.

 

In conclusione, le Alpi in Polibio appaiono come una somma di vette stilizzate, descritte secondo una rigida scansione narrativa (versante-vetta-valico) ma con interessanti nozioni di tipo ambientale e faunistico. Una montagna "da cartolina", distinta in un al di là ed un al di qua, e attraversata da fiumi e valichi montuosi. Proprio per questi elementi, i moderni hanno visto nello storico greco il padre della visione lineare della catena alpina, descritta cioè come semplice linea di separazione tra stati, stilizzata e priva di spessore geografico.

Una visione che solo in età moderna verrà scardinata, grazie al progresso degli studi geografici e all’introduzione del concetto di "massiccio montuoso", ma che comunque godrà di molta fortuna a livello letterario e popolare: Petrarca nel suo Canzoniere scrisse "Ben provide Natura al nostro stato, quando de l’Alpi schermo pose fra noi et la tedesca rabbia"; nell’Ottocento, Alessandro Manzoni scrisse nel Cinque maggio il verso "dalle Alpi alle Piramidi", giocando sulla forma squadrata delle Alpi; pochi decenni dopo, nella Vedetta delle Alpi, Giovanni Pascoli distinse invece l’Alpe di Oulx e l’Alpe itala, per indicare i due versanti distinti del massiccio montuoso.

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