Come cambiano nel tempo le case e i paesi abbandonati? Quando l'uomo se ne va, la natura non cancella ciò che trova, lo trasforma

Molte specie frequentano questi spazi probabilmente per le stesse ragioni che avevano spinto gli uomini a costruirvi le proprie case: sono aree ben esposte al sole, riparate dai venti e spesso ricche di acqua. In altre parole, continuano a essere luoghi favorevoli alla vita. Cambiano gli abitanti, ma non le caratteristiche che li rendono ospitali. Un documentario indaga questa dinamica

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Che cosa significa davvero abbandono? È la domanda che accompagna Tra le case abbandonate, il documentario realizzato da Paolo Rossi e Nicola Rebora che, dopo essere stato proiettato in numerose località dell'Appennino delle Quattro Province e presentato anche in diversi festival dedicati alla montagna, alla natura e al territorio, è ora disponibile sul canale YouTube di Paolo Rossi.
Nato da un lavoro di monitoraggio iniziato nel 2018 sul gatto selvatico europeo, il film conduce lo spettatore tra paesi dimenticati, ruderi invasi dalla vegetazione e antiche abitazioni che il tempo e la natura stanno lentamente trasformando. Le immagini raccolte attraverso le fototrappole mostrano una realtà sorprendente: volpi che attraversano vecchi cortili, scoiattoli che frequentano alberi cresciuti tra le case, uccelli che nidificano nelle crepe dei muri e il gatto selvatico che si muove silenzioso tra ciò che resta di antichi insediamenti umani.
Il documentario nasce dalla volontà di capire se questi luoghi, ormai privi di abitanti, continuino a essere frequentati dalla fauna selvatica. La risposta, emersa dopo anni di osservazioni, è stata decisamente affermativa. Non solo gli animali utilizzano questi spazi, ma sembrano trovare nei villaggi abbandonati condizioni particolarmente favorevoli. Una constatazione che ha portato gli autori a interrogarsi sul significato stesso della parola "abbandono".
Una delle riflessioni più interessanti emerse durante il percorso di presentazione del film è arrivata dallo storico Andrea Zappia, autore della poesia che apre il documentario. Nel corso di una delle proiezioni dal vivo, Zappia ha proposto una lettura che va oltre l'aspetto naturalistico e che aiuta a comprendere il significato più profondo del lavoro di Rossi e Rebora.
Richiamando il pensiero dell'antropologo Vito Teti, ha ricordato come i luoghi abbandonati non muoiano mai davvero. Le case e i paesi svuotati continuano infatti a vivere sia nella memoria di chi li ha abitati sia nella loro presenza fisica sul territorio. Secondo Zappia, la storia di questi luoghi può essere letta attraverso quattro fasi: l'abitazione, lo spopolamento, l'abbandono e infine la trasfigurazione.
La prima fase è quella della civiltà contadina che per secoli ha modellato il paesaggio appenninico. Un mondo che oggi tende spesso a essere osservato con nostalgia, ma che era caratterizzato anche da fatica, povertà e isolamento. Con il secondo dopoguerra arrivano poi lo spopolamento e l'emigrazione verso le città. I paesi si svuotano, le case vengono chiuse e molti luoghi che per generazioni avevano rappresentato il centro della vita comunitaria iniziano lentamente a cambiare volto.
È però la fase successiva, quella della trasfigurazione, a rappresentare forse la chiave di lettura più originale del documentario. Quando l'uomo se ne va, infatti, la natura non cancella ciò che trova. Lo trasforma. Gli alberi crescono nelle stanze, i muschi ricoprono le pietre, la vitalba avvolge i muri e gli animali tornano a utilizzare gli spazi costruiti dall'uomo. Le immagini del film mostrano un grande noce che cresce all'interno di un vecchio camino, alberi che emergono dai tetti crollati e una fitta rete di vita che si sviluppa tra le rovine.

Nel suo intervento, Zappia ha richiamato più volte le pagine di Mario Ferraguti, autore del libro Le voci delle case abbandonate, che ha ispirato parte del progetto. Ferraguti descrive le case abbandonate come luoghi che, dopo una fase iniziale di attesa e malinconia, finiscono per ritrovare un equilibrio con ciò che le circonda, assumendo i colori dell'erba, della pioggia, delle cortecce e della terra. Una visione che sembra trovare conferma nelle immagini raccolte da Rossi e Rebora.
Particolarmente interessante è anche una delle osservazioni proposte da Zappia a proposito della presenza degli animali nei borghi disabitati. Molte specie, ha spiegato, frequentano questi luoghi probabilmente per le stesse ragioni che avevano spinto gli uomini a costruirvi le proprie case: sono aree ben esposte al sole, riparate dai venti e spesso ricche di acqua. In altre parole, continuano a essere luoghi favorevoli alla vita. Cambiano gli abitanti, ma non le caratteristiche che li rendono ospitali.
È proprio questa considerazione a rappresentare il cuore del documentario. Tra le case abbandonate non racconta soltanto il ritorno della fauna selvatica. Racconta soprattutto la trasformazione di un paesaggio e invita a guardare con occhi diversi luoghi che siamo abituati a considerare marginali o perduti. Le rovine non appaiono come il simbolo di una fine, ma come l'inizio di una nuova fase, nella quale memoria umana e natura continuano a convivere.
Dopo le numerose proiezioni organizzate negli ultimi anni, il documentario è ora disponibile online e offre la possibilità di scoprire un viaggio tra i paesi dimenticati dell'Appennino delle Quattro Province. Un racconto che parte dal gatto selvatico europeo ma finisce per porre una domanda molto più ampia: siamo davvero sicuri che questi luoghi siano abbandonati?
La scelta di rendere il film accessibile a tutti attraverso YouTube risponde anche a una visione più ampia che accompagna da tempo il lavoro di Paolo Rossi e Nicola Rebora. Documentari come Tra le case abbandonate non nascono soltanto con finalità divulgative o naturalistiche, ma aspirano a diventare strumenti di confronto e riflessione, utilizzabili anche in contesti educativi, nelle scuole, nelle associazioni e in tutti quei luoghi dove si costruisce il dialogo tra generazioni diverse.
Attraverso immagini, storie e paesaggi, il film invita infatti a interrogarsi su temi che riguardano il presente e il futuro delle aree interne: lo spopolamento, il rapporto tra uomo e natura, la memoria dei luoghi e le trasformazioni del paesaggio. Rendere questi contenuti facilmente accessibili significa offrire un'occasione di confronto condivisa, nella convinzione che conoscere un territorio sia il primo passo per comprenderlo e immaginarne il futuro.
In questo senso Tra le case abbandonate non è soltanto un documentario sulla fauna selvatica o sui paesi dimenticati dell'Appennino, ma anche uno strumento culturale con una chiara funzione sociale: quella di stimolare domande, creare consapevolezza e favorire un dialogo aperto con le nuove generazioni sui cambiamenti che stanno attraversando le montagne e i territori marginali del nostro Paese.













