"La mia vita sociale è esplosa quando mi sono trasferito in un posto di 30 abitanti. A Roma gli incontri erano sempre legati al consumo, qui tutto ruota attorno alla collaborazione"

Tommaso d'Errico, montanaro per scelta e autore dei libri "Un anno di vita in montagna" e "Io non ho paura del lupo", sarà tra gli ospiti di inBOSCATI!, il primo festival della montagna laterale. Una due giorni di eventi tra dibattiti, musica, presentazione di libri, workshop, laboratori per bambini ed escursioni, in una radura nel bosco a 1.500 metri di quota, nel comune valdostano di Fontainemore

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Le testate delle valli, in Val d'Aosta in particolare, sono spesso occupate da stazioni sciistiche e turistiche molto rinomate. C’è poi il fondovalle, dove corrono le principali arterie stradali e si concentrano i servizi. Non si parla spesso, però, dei versanti laterali di queste valli, le quote medie. A questa terza categoria appartengono il Pian Coumarial e la località Bosc, a Fontainemore, dove si tiene inBOSCATI!: un’occasione inedita per spostare lo sguardo e guardare, non più ai resort di fondovalle o ai comprensori delle cime, ma a quello che sta ai lati.
inBOSCATI! è il primo festival della montagna laterale. Promosso da L’Altramontagna e dal comune valdostano di Fointainemore, porterà per due giorni - il 4 e 5 luglio 2026 - dibattiti, musica, presentazione di libri, workshop, laboratori per bambini ed escursioni, in una radura nel bosco, a 1.500 metri di quota, sul limitare della Riserva Naturale del Mont Mars.
Filo conduttore dei due giorni di eventi è l'ambivalenza del concetto di "essere imboscati". Da un lato, la scelta di vivere al di fuori di contesti iper-urbanizzati e la montagna "laterale" come modalità di vita alternativa a quella della pianura e delle grandi città; dall’altro, il rischio di isolamento che tale scelta può comportare o la scelta volontaria di deresponsabilizzarsi dal vivere collettivo.
Il festival, con talk ed eventi di carattere informale, vuole ragionare proprio sul continuum tra queste due posizioni.
In vista di questo appuntamento, abbiamo ricevuto qualche anticipazione dagli ospiti che parteciperanno. Nell’articolo di oggi, una breve chiacchierata con Tommaso d’Errico, smart worker e "montanaro per scelta", nonché autore dei libri Un anno di vita in montagna, sulla sua esperienza in Valle Maira, e Io non ho paura del lupo, legato al tema della coesistenza con i grandi carnivori. Di questo e molto altro, si parlerà nella chiacchierata di domenica tra l’autore e Mauro Varotto, professore di geografia dell’Università di Padova.
Da Roma alle Alpi, in Valle Maira. È stata una ricerca di isolamento oppure un bisogno di cambiare prospettiva a portarti a vivere in quota?
Direi decisamente un cambio di prospettiva. L'isolamento è molto relativo in questi contesti.
Una cosa che racconto nel libro è che, paradossalmente, la mia vita sociale è esplosa proprio in un posto dove eravamo trenta abitanti sparsi in varie frazioni, a chilometri di distanza l'uno dall'altro. C'era più vita sociale lì che in una città di milioni di abitanti, perché era una socialità diversa: basata sul fare le cose insieme.
Venivo da un ambiente in cui anche vedere gli amici era diventato complicato: non c'era mai tempo e gli incontri erano quasi sempre legati al consumo, una cena, un bar, e finivano spesso per essere poco appaganti. In montagna, invece, tutto ruotava attorno alla collaborazione: io aiuto te, tu aiuti me. Quindi, in un certo senso, mi sono isolato, ma allo stesso tempo ho scoperto una forma di socialità molto più intensa e significativa.
Credi che il libro "Un anno di vita in montagna" possa essere usato una sorta di manuale per chi vuole trasferirsi? Quali sono le reali opportunità e le difficoltà di una simile scelta?
Non lo definirei un manuale. Lo dico fin dalle prime pagine: non volevo insegnare nulla a nessuno, ma semplicemente raccontare un'esperienza personale. Ho percepito che c'era un forte bisogno di storie di questo tipo e da lì è nato il libro.
Le difficoltà dipendono molto dalle aspettative individuali. Se una persona ha bisogno di avere tutti i servizi a pochi minuti da casa o fatica a confrontarsi con l'inverno e l'isolamento, certamente vivrà più difficoltà. Personalmente non ne ho incontrate molte, anche perché ero in una situazione favorevole: avevo trent'anni, stavo bene e non avevo figli.
La carenza di servizi è reale, ma credo che spesso siamo anche molto abituati alle comodità. Quando vivi in un luogo dove alcune cose non ci sono, impari a organizzarti e molti bisogni che sembravano indispensabili smettono di esserlo.
Quanto alle opportunità, credo siano numerose. C'è una forte richiesta di personale nelle attività turistiche e ricettive e, soprattutto, nelle aree interne esiste ancora spazio per creare progetti nuovi. In città tutto è già molto strutturato; in montagna, invece, è ancora possibile inventarsi qualcosa.
Passando a "Io non ho paura del lupo": un titolo così deciso nasconde una realtà sfaccettata e spesso conflittuale. Chi vive di allevamento in montagna la paura del lupo ce l'ha, e anche per motivi comprensibili. In che modo risponde a queste istanze?
La comprendo perfettamente. Io sono arrivato al tema del lupo proprio attraverso i pastori e gli allevatori, prima ancora che attraverso il lupo stesso. Per questo rifiuto gli schieramenti. Il libro nasce come tentativo di mediazione e cerca soluzioni concrete di coesistenza, basate sul dialogo tra tutti i soggetti coinvolti.
Quello che ho osservato è che gli allevatori che si prendono davvero cura dei propri animali e vivono questo lavoro con passione sono spesso anche quelli più disponibili a sperimentare strategie di protezione del bestiame. Chi invece rifiuta completamente qualsiasi misura di prevenzione, nella mia esperienza, molto spesso ha anche una gestione meno attenta degli animali, indipendentemente dalla presenza del lupo.
Vorrei aggiungere che anche chi oggi continua a fare allevamento o agricoltura in montagna compie una scelta, anche se ci è nato. Molti se ne vanno; chi resta sceglie comunque di continuare quel mestiere.
Non sto dicendo che la coesistenza sia semplice. Anzi, nel libro parlo spesso delle difficoltà legate alle strategie di difesa del bestiame e dei problemi che possono creare, come quelli legati ai cani da guardiania. Per questo credo che serva una vera cultura della coesistenza, che coinvolga non solo gli allevatori, ma anche chi frequenta la montagna e soprattutto le istituzioni. I costi della convivenza con i grandi carnivori non possono ricadere soltanto su chi lavora sul territorio: è una scelta collettiva e tutta la società dovrebbe contribuire.












