“Nel film c’è sempre una recinzione, un capannone, un cantiere. Chi vive con un orizzonte chiuso, rimane come interrotto”. Lo sceneggiatore di “Città di Pianura” sulla ricerca di una prospettiva più ampia

Adriano Candiago animerà la prima passeggiata di SuperPark, la manifestazione estiva del Parco Naturale Adamello Brenta. L’appuntamento è per domenica 28 giugno, e porterà i camminatori da Stenico all’Arca di Fraporte. La sera prima il film sarà proiettato al Parco delle Terme di Comano per il ciclo "Cinema a impatto zero"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Al via la stagione estiva di SuperPark, la manifestazione estiva del Parco Naturale Adamello Brenta, organizzata da Superflùo, che L’Altramontagna segue con attenzione ormai da anni.
Domenica 28 giugno la passeggiata inaugurale porterà i camminatori da Stenico all’Arca di Fraporte, un enorme arco naturale di roccia, creato dall’erosione, a 1436 metri, in cima alla val Laone.
Ad accompagnarci in questo luogo magico e poco conosciuto delle Giudicarie, sarà Adriano Candiago, co-autore e co-sceneggiatore del film "Le città di pianura", di Francesco Sossai, che ha trionfato ai David di Donatello 2026.
Il film sarà proiettato, sempre in compagnia dello sceneggiatore, la sera prima, sabato 27 giugno, al Parco delle Terme di Comano.
Nato in Argentina nel 1984, Adriano Candiago è cresciuto con la famiglia a Pordenone e attualmente vive a Roma. Diplomato in Regia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, ha vinto numerosi premi con il suo cortometraggio "Risorse Astratte". Con la scuola di animazione Big Rock di Treviso ha realizzato due corti anch’essi presentati a vari festival nazionali ed internazionali, "Il Bacio" e "Pat". Il successo è arrivato con "Le città di pianura", che alla 71ª edizione dei David di Donatello è stato insignito di ben otto premi (miglior film, regia, attore protagonista, sceneggiatura originale, canzone, montaggio, produttore e casting). Candiago ne ha co-firmato la sceneggiatura, assieme al regista Francesco Sossai, e ha curato il casting.
Candiago, intanto complimenti per un film che è piaciuto a tutti, critica e pubblico. Ma partiamo dall’inizio. Ci racconti qualcosa del suo percorso artistico.
Sono nato in Argentina da nonni italiani, lombardi e friulani. Nel 90 siamo tornati in Italia, nella provincia di Pordenone. Ho anche vissuto un anno a Londra e adesso sono a Roma da vent’anni. A Roma mi sono diplomato in Regia, fra gli altri con Daniele Luchetti.
Ci dice qualcosa della sua amicizia con il regista Francesco Sossai e dei cosiddetti pomeriggissimi?
Con Francesco ci siamo conosciuti al mio compleanno, nel maggio 2010. Lui si era imbucato alla mia festa perché era coinquilino della mia ex ragazza. Studiava letteratura inglese e coltivava il sogno di fare cinema. Quando si è presentato io ero al Centro Sperimentale di Cinema e mi sentivo qualche spanna sopra, ma lui mi ha riportato a terra perché aveva già girato due lungometraggi nella sua adolescenza, a quindici anni, in provincia di Belluno, ispirati all’Amleto di Shakespeare e allo Straniero di Camus. Quando li ho visti ho capito che mi trovavo di fronte a una voce vera, a una persona con una vocazione. Da lì siamo diventati amici. E sono partiti i pomeriggissimi, come li abbiamo ribattezzati, fatti di visioni di film e interminabili conversazioni, da cui scaturivano idee enormi, ma che ci sembravano alla nostra portata. Non sapevamo come si diventava registi, o sceneggiatori. C’era in tutto questo un misto di ingenuità e di visione. Poi la vita ci ha messo di fronte a tante difficoltà, ovviamente.
Ma ce l’avete fatta. Le città di pianura colpisce per la storia, ma soprattutto per il tono, la voce con cui la storia è raccontata. Lieve, priva di retorica, ma al tempo stesso emotivamente forte, commovente. Da dove arriva?
Credo che tutto il discorso vada riportato all’idea che le storie funzionano come meccanismi di sopravvivenza, di liberazione. Il film parla di due persone adulte che vivono alla giornata e che raccontano la loro storia a Giulio, un giovane studente, incontrato per caso. Raccontare, per loro, è un modo per assolversi. Per dare un po’ di "epica" alla loro vita. E per guarirsi. Il nostro sguardo di autori è privo di giudizio, ovviamente. Ma quei personaggi sono sempre stati presenti nelle nostre vite. E sono sempre stati personaggi un po’ mitologici. Persone che andavano in Jugoslavia per le sigarette e per le prostitute, o all’Oktoberfest, che compivano tutti questi piccoli rituali di persone adulte che mitizzavamo, sperando di diventare poi come loro, anche se non ci siamo riusciti.
C’entra la provincia?
Noi in verità ci siamo sempre detti che il vero provinciale è quello che se ne va. A Roma, ad esempio. Molti dicono che la provincia non esiste, e può essere che sia vero. Ma ci sono i piccoli centri, sono stati devastati dallo sviluppo. Esci da un paese e entri in un altro, senza accorgertene. Questo confonde le persone, che vengono modellate dal paesaggio, dai luoghi. Nel film, se si fa attenzione, non c’è mai un orizzonte libero. C’è sempre una rete, una recinzione, un capannone, un cantiere. Se le persone vivono con un orizzonte interrotto, anche loro sono interrotte. Per questo Genio va in Argentina. Perché lì c’è un orizzonte libero.
Nel film si vede un Veneto – un Nord Est – che in parte conosciamo, quello dei bar, delle amicizie cementate dal rito dell’offrire "un altro giro". Un mondo che peraltro non è solo Veneto, ricordo ad esempio Ultimo giro (Last Orders), dello scrittore britannico Graham Swift, del 1996, che ha anche vinto il Booker Prize. Cosa ci colpisce, qui? La libertà? La capacità di resistere?
L’ultimo giro è un espediente narrativo che diventa tematico. L’espediente è far muovere i protagonisti, da una sosta all’altra, da un bicchiere all’altro. Ma il viaggio è anche tematico. C’è il procrastinare, lo spostare l’ultimo giro sempre più in là. A che cosa rimanda? Alla volontà di procrastinare l’entrata nell’età adulta.
Ci dica qualcosa del cast. Abbiamo un cantante, Capovilla, del gruppo indie-rock Teatro degli Orrori, un attore, Romano, visto soprattutto in tv, e il giovane Filippo Scotti, già in È stata la mano di Dio, che se la cava benissimo.
Il casting lo abbiamo fatto assieme io e Francesco perché è indispensabile la presenza del regista. Tra l’altro credo di essere una figura abbastanza inedita in Italia perché scrivo la sceneggiatura e al tempo stesso penso al casting. Ma in realtà succede che quando scriviamo i personaggi già li vediamo, in qualche modo. Io poi per trovarne alcuni di loro ho coinvolto persone conosciute, membri della mia famiglia, amici degli amici. Romano, comunque, è un attore bravissimo, Capovilla un grande performer rock, Scotti anche lui estremamente efficace… Il risultato lo si vede.
Le città di pianura è anche un road movie. Quali sono i modelli, se ci sono? Qualcuno ha detto Il sorpasso di Dino Risi. A me è venuto in mente Wenders…
Quello del road movie, del film di viaggio, era un codice che a noi serviva. Avevamo bisogno di avere dei personaggi che si muovevano nello spazio. Quando usi questo codice non puoi non confrontarti con Risi o con il Wenders de Nel corso del tempo. Il sorpasso per Francesco è stato molto importante. Sapevamo che ci sarebbero state delle tappe, dei personaggi minori che i protagonisti incontravano. Il viaggio è di per sé il grande contenitore delle storie. È il viaggio dell’eroe, questo modello ideale che ritorna, nelle narrazioni, dai classici ad oggi.
Lei lavora anche con il cinema di animazione. Che cosa le dà di più o solo di diverso rispetto al film?
Il cinema di animazione è un mondo che contiene tanti mondi. Lo diceva Bruno Bozzetto, che l’animazione l’ha un po’ inventata in Italia. Non è cinema per bambini. Può essere western, horror, fantascienza, tutto. Il potenziale è enorme. Mi trovavo a scrivere storie difficili da fare in maniera tradizionale, quindi ho pensato che l’unico modo di raccontarle era questo. Adesso sto lavorando con un’artista, Monica Fibbi, che si è specializzata nello stop-motion. Ma l’animazione ti permette di inventare soluzioni di volta in volta diverse. Far camminare un pupazzetto è una fatica, ma se creiamo un personaggio che rotola o penetra i luoghi? Ti cambia il modo di pensare. Ti dà libertà anche se al tempo stesso ti limita perché costa moltissimo.
Ci parli di questo nuovo impegno.
È il mio primo film da regista e si intitola Becco di rame. Lo sto facendo con lo stesso studio di Zero Calcare, Movimenti production. Lavori così portano via anni. Oggi in Italia fare un film è un atto eroico. Farlo di animazione è folle. Ma può esserci un ritorno enorme. E poi la mia idea è sempre stata di creare un po’ dei precedenti.
Becco di rame è tratto da un libro per bambini di Alberto Briganti, un veterinario, e si basa su una storia vera. Il medico salva un’oca a cui una volpe ha portato via il becco, mettendogli un becco di rame. Non l’ho fatto pensando al target. L’ho fatto pensando al bambino che ho dentro.
L’autore de Le città di pianura che rapporto ha con la montagna?
Sono cresciuto a Pordenone, a un’ora dal mare e a un’ora dalle Alpi carniche. Ma i ricordi più vividi sono quelli delle camminate domenicali in montagna, con mio padre. Adesso poi sono tre anni che vado in vacanza a Auronzo di Cadore, con la mia famiglia, mia moglie e i miei figli. Perché la montagna ha qualcosa che ha a che fare con me. L’atto del camminare è la cosa più sana e più bella che puoi fare. Ed è bello farlo con le persone che ami.












