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Cultura | 27 luglio 2026 | 18:15

Campanacci delle vacche: una pratica che "affonda le radici addirittura nell'epoca protostorica". Le polemiche? "Il mondo rurale e quello urbano osservano gli stessi fenomeni attraverso categorie culturali differenti"

Dopo la recente risposta del sindaco di Serina ai turisti che lamentavano il rumore prodotto dalle vacche al pascolo, abbiamo voluto approfondire il valore simbolico-culturale di questi oggetti con Annibale Salsa. Non è raro infatti - ci fa notare l’antropologo ed ex presidente del Cai - che essi assumano valore identitario per intere comunità, prendendo forme, dimensioni e suoni particolari per ogni territorio

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"Mi spiace per chi è tornato a casa, ma vi assicuro che la modalità ‘silenzioso’ sulle mucche ancora non siam riusciti a istallarla".

 

Nei giorni scorsi il tema dei campanacci è tornato agli onori della cronaca dopo che il sindaco del comune di Serina, nelle Alpi Orobie, ha risposto ironicamente ai turisti che lamentavano il disturbo causatogli dai campanacci nei prati del paese. Specialmente, in orario notturno, infatti, il suono avrebbe infastidito i villeggianti fino a fargli lasciare il paese prima di quanto avessero programmato.

 

"La nostra è una comunità di montagna" ha risposto il sindaco Michele Villarboito. "Qui l'allevamento, i prati, i pascoli e le mucche non sono un ‘disturbo acustico’, ma la nostra storia e la nostra cultura, un presidio fondamentale per la cura del territorio e il lavoro quotidiano di famiglie e allevatori che mantengono viva la montagna tra mille fatiche".

 

Alla luce dell’interesse sollevato dal tema, ci siamo interrogati sul valore di questi oggetti, una questione già toccata in un articolo della rubrica "Paesaggio montano punto di incontro tra umanità e natura", ma meritevole di ulteriore approfondimento sia sotto i suoi aspetti pragmatici che culturali, laddove spesso tale oggetto ha assunto un valore anche simbolico e identitario per le singole comunità alpine.

 

Per andare a fondo alla dimensione simbolico-culturale del campanaccio, abbiamo interpellato Annibale Salsa, uno dei maggiori antropologi alpini in Italia, già docente di antropologia filosofica e culturale all’Università di Genova, e presidente del Club Alpino Italiano.

 

"I campanacci rappresentano uno degli elementi più caratteristici della cultura delle comunità alpine. Hanno certamente un valore simbolico e folklorico, ma non bisogna dimenticare che, prima di tutto, possiedono una funzione pratica. Da millenni servono a raccogliere il bestiame e consentono all'allevatore, al malgaro o al pastore di individuare la presenza degli animali quando si allontanano dalla mandria. Il loro utilizzo è quindi strettamente legato alla pratica dell'alpicoltura".

 

Le origini di questo strumento sono antichissime: quasi antiche quanto l’alpicoltura stessa, fa notare l’antropologo. "Sebbene la diffusione più capillare risalga al Basso Medioevo, quando la montagna alpina cominciò a essere colonizzata in maniera sistematica e l'alpicoltura assunse un ruolo economico fondamentale, questa tradizione è precedente e affonda le proprie radici addirittura nell'epoca protostorica, intrecciandosi ad altre conoscenze tecniche come quelle relative alla lavorazione del bronzo".

 

Tali oggetti, tutt’altro che desueti o disfunzionali, presentano ancora peculiarità particolari in base alla funzione e all’origine geografica: molte zone delle Alpi possiedono una propria tradizione di campanacci con forme e suoni diversi tra loro.

 

"Negli alpeggi ne esistono tipologie differenti, con pesi, forme e sonorità diverse. Queste differenze non sono casuali, ma rispondono a esigenze precise della pratica pastorale. Anche il collare riveste un'importanza particolare, poiché varia da territorio a territorio e costituisce un elemento distintivo delle diverse regioni alpine. Esistono, ad esempio, campanacci tipici della Savoia, della Svizzera o della parte orientale delle Alpi, ciascuno con caratteristiche proprie".

 

Con il tempo il loro significato si è progressivamente ampliato. Pur mantenendo la funzione pratica originaria, i campanacci hanno assunto un forte valore simbolico, non quantificabile ma ugualmente indispensabile per chi lo sa riconoscere. "Oggi vengono utilizzati anche come strumenti musicali - basti pensare ai concerti eseguiti con i campanacci negli alpeggi svizzeri - oppure come premi e trofei in occasione di concorsi. Esistono persino competizioni dedicate specificamente ai migliori campanacci, che vengono modellati e decorati con grande cura e finiscono per assumere quasi il valore di opere d'arte".

 

Questo valore - folklorico e non folkloristico, ricorda Salsa - è particolarmente evidente in alcune regioni alpine, soprattutto in Valle d'Aosta, nel Vallese e in Alta Savoia. In questi territori il campanaccio è parte integrante di una cultura pastorale molto radicata.

 

"L'etnografo e antropologo svizzero Bernard Crettaz, già conservatore del Museo di Ginevra, parlava addirittura del ‘mito della vacca’, sostenendo che proprio questi oggetti ne rappresentassero una delle espressioni simboliche più significative. Si può quindi parlare anche di una forma di culto, nella quale convivono elementi della tradizione cristiana e componenti molto più antiche, riconducibili a credenze rurali e precristiane".

 

Proprio le valli di nord-ovest sono accomunate da un'altra tradizione fondamentale, nella quale il campanaccio riveste un ruolo simbolico chiave. Parliamo delle batailles des reines, ‘le battaglie delle regine’. "Sono competizioni non violente tra vacche gravide che si affrontano in scontri rituali e simbolici. Al termine del combattimento, la ‘regina’ vincitrice viene insignita del bosquet, un bouquet di fiori ornato con un campanaccio, simbolo della vittoria di categoria".

 

Nel corso del tempo i campanacci sono stati oggetto di numerosi studi. Sono stati analizzati sotto il profilo etnografico ed etnomusicologico, provandone il valore identitario e artistico-culturale. Oggi, questi oggetti continuano a conservare il loro valore pratico, ma - in una società così profondamente cambiata - è inevitabile (e forse salutare) interrogarsi sul loro significato culturale.

 

Una fetta sempre minore della popolazione italiana conosce queste realtà per contatto diretto: non è dunque così assurdo che dei visitatori non riescano a intuire il peso specifico di una simile tradizione. Del resto, spesso accade che certi elementi del paesaggio diventino volutamente dei feticci destinati proprio al consumo turistico, contribuendo così a svuotarli di significato nella percezione pubblica.

 

I risultati di questa intersezione tra economia rurale e comparto turistico, però, ha prodotto effetti diversi nei diversi contesti alpini.

 

"L'Italia è storicamente un Paese urbanocentrico: al di fuori dell'arco alpino il tessuto sociale è prevalentemente urbano e la tradizione rurale sopravvive soltanto in alcune aree circoscritte. L'Alto Adige rappresenta probabilmente la regione italiana che ha conservato il più elevato grado di ruralità, anche per ragioni storiche legate alla colonizzazione agricola. Lo spopolamento della montagna italiana è infatti il risultato di una cultura prevalentemente urbana e di tradizione latina".

 

Diversa è invece - sempre secondo Annibale Salsa - la situazione delle regioni di cultura germanica. "In Svizzera, ad esempio, l'alpicoltura costituisce ancora oggi un autentico elemento identitario. Anche nei cantoni dove non esistono le battaglie delle regine sopravvivono importanti tradizioni di transumanza. Basta assistere alle celebrazioni della festa nazionale svizzera, nei primi giorni di agosto, per comprendere come queste pratiche non rappresentino semplice folklorismo".

 

È infatti necessario distinguere tra "folklorico" e "folkloristico", secondo Salsa. "Il primo termine indica una tradizione realmente popolare ed etnografica, ancora viva nelle comunità. Il secondo, invece, descrive l'utilizzo turistico e spettacolarizzato del folclore. Quando un paese di tradizione rurale sviluppa una forte vocazione turistica, alcune di queste pratiche possono essere trasformate in eventi e sfilate pensati per attrarre visitatori. Tuttavia il turista proveniente dalla città, non conoscendo i significati simbolici e materiali di queste attività, tende inevitabilmente a coglierne soltanto l'aspetto esteriore".

 

Alla base di molte polemiche contemporanee, come quelle di Serina, vi sarebbe proprio una diversa percezione dell'ambiente e del paesaggio.

 

"Il mondo rurale e quello urbano osservano gli stessi fenomeni attraverso categorie culturali differenti", spiega l’antropologo. "Molte posizioni riflettono forme di ambientalismo ideologico, maturato in contesti urbani e distante dalla reale conoscenza delle pratiche pastorali. Chi conosce davvero l'ambiente alpino sa che queste tradizioni fanno parte di un equilibrio costruito nel tempo tra uomo, animali e territorio".

 

"Il paesaggio alpino non è un semplice paesaggio naturale - conclude Salsa -, ma un paesaggio culturale. Come ricorda anche la Convenzione Europea del Paesaggio, esso nasce dall'interazione continua tra uomo e natura. È proprio questa relazione, costruita nei secoli, che conferisce significato ai campanacci e, più in generale, all'intero patrimonio culturale dell'alpicoltura".

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