"A un certo punto c’è una curva e lì, quando si esce, c’è il più bel paesaggio del mondo": Morandi, l'Appennino bolognese e la grandezza poetica della sua arte

Per Giorgio Morandi ogni parola pare essere già stata detta. L'anniversario della nascita, avvenuta il 20 luglio 1890, invita a ripercorrere alcuni tratti del suo percorso artistico e della sua biografia frammentata, seppur ricca di intrecci storici e di episodi significativi

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Per Giorgio Morandi ogni parola pare essere già stata detta: sia le migliori - quelle di Giuseppe Raimondi, di Roberto Longhi, di Lionello Venturi, di Cesare Brandi, di Giulio Carlo Argan, di Lamberto Vitali, di Francesco Arcangeli, per citare solo una parte dei suoi contemporanei - che le più ovvie e retoriche. Da queste ultime nasce la convinzione che tutta la sua arte sia lo specchio di un carattere introverso e solitario, barricato in un mondo non comunicante con l’esterno. Molti testimoni diretti, incantati dalla qualità della sua pittura, ne hanno descritto con minuzia di particolari la figura, avendo egli avuto, tra gli amici, sia grandi critici che fini letterati.
Estremamente riservato indubbiamente lo era, però, oggi che ogni passaggio biografico e ogni aneddoto è stato raccontato, esce un Morandi diverso. La corporatura allampanata e alta, poi l’incedere regolare del passo tra i portici bolognesi. Anche solo a guardare le numerose foto, alcuni particolari si fissano nella memoria: la montatura scura e rotonda degli occhiali, talvolta alzati sulla fronte; gli abiti mai trasandati, comodi, sempre un po’ larghi. Lo sguardo attento e riflessivo, talvolta però anche ironico. A giudizio di tutti, in lui risaltavano gli opposti: tanto appartato quanto, almeno in arte, si dimostrò informatissimo.
La casa: non solo tra gli artisti, poche persone al pari di lui hanno reso celebre la via in cui abitarono. Al numero civico 36 di via Fondazza vi si trasferì con le tre sorelle - Anna, Dina e Maria Teresa - alla morte del padre, avvenuta nel 1909, quando aveva diciannove anni. Una volta traslocherà, nel 1943, ma solo per cambiare di pianerottolo ed è forse un peccato che ciò sia avvenuto, poiché in quella circostanza, come sempre accade quando si trasloca, riordinò le proprie cose, probabilmente eliminando una serie di testimonianze che oggi avrebbero aiutato a capire meglio la dinamica dei suoi esordi.
Sia prima che dopo, però, fermi in bella vista sui ripiani e non lontani dal cavalletto, rimasero gli oggetti a lui cari, quelli che ripetutamente sono entrati nelle sue celebri composizioni, legate tra loro, oltre che da una melodia interiore, dal medesimo titolo: Natura morta, questo a partire dai dipinti degli anni Venti, sino ai suoi ultimi del 1964, anno della morte.

Oggetti, dunque, intesi come "presenze" svincolate da ogni esigenza narrativa, tuttavia convocate dall’artista per rimodulare il presente. Chissà dove e in quali circostanze, scovate in qualche mercato o da qualche rigattiere e scelte per la forma, non certo per il loro significato. Bottiglie, ovviamente, ma anche tazze, portacandele, barattoli, brocche, piccoli vasi in ceramica, conchiglie, fiori secchi e altro ancora: elementi visivi utilizzati per comporre geometrie assolute e fragili, non modificabili, ammorbidite dal vibrare dei toni, in attesa di entrare nella scena del dipinto.
Morandi, in tal modo, raccorda all’interno della tela una serie inesauribile di varianti prospettiche e spaziali che altro non sono che intarsi luminosi e poetici, dove la luce rifrange la propria essenza. C’è molto Piero della Francesca in tutto questo, ma anche Paolo Uccello, la pittura del Trecento e forte si percepisce la lezione di Cezanne.
Ricordarlo oggi, a centotrentasei anni esatti dalla nascita, essendo egli nato il 20 luglio 1890, non può che restituire una biografia frammentata, seppur ricca di intrecci storici e di episodi significativi. Di quanto sia stato importante Cezanne nella formazione artistica del maestro bolognese - visto in gioventù grazie ad alcune riproduzioni in bianco e nero – è stato accennato. Mentre occorre aggiungere un riferimento all’esperienza metafisica e al successivo movimento denominato Valori Plastici (1918-1922). Senza il trasporto emotivo richiesto ai partecipanti, Morandi darà un’occhiata attenta anche al Futurismo e, in anni successivi, al mondo culturale che gravitava attorno alla rivista Il Selvaggio, diretta da Mino Maccari, tra le cui pagine, in più occasioni, vennero riprodotte alcune sue incisioni.
Attraverso la tecnica calcografica, egli amplierà i confini della propria espressività, realizzando oltre centrotrenta acqueforti, dal 1912 al 1961. Capitolo determinante, tanto più che dal 1930, venne chiamato "per chiara fama" a insegnare tecniche dell’incisione all’Accademia di Belle Arti di Bologna, incarico che manterrà fino al 1956. Proprio alla metà degli anni Cinquanta, l’utilizzo dell’acquerello lo aiuterà a scontornare la forma, così da ottenere una diversa e ancor più sensibile sintesi visiva.

All’interno della sua produzione, il paesaggio non è un tema, tanto meno un capitolo. La misura di Morandi comprende i suoi Paesaggi, senza i quali è impossibile immaginarne il percorso. Opere realizzate nei mesi estivi trascorsi a Grizzana (dal 1985 il paese viene chiamato Grizzana Morandi), sull’Appennino Bolognese, posto a 547 metri di altitudine. Scorci interiorizzati dopo averli osservati ripetutamente dalla finestra, talvolta utilizzando persino un cannocchiale.
Nella diversità del soggetto, il medesimo approccio visivo lo ritroviamo quando dispone le forme nelle sue Nature morte. Questa unità visiva è colta e tradotta assai bene da Roberto Tassi quando, nel 1990, scrisse: "Niente differenzia i due generi; anzi c’è tra essi un rapporto continuo, un reciproco travaso, ed è proprio dalla loro alternanza, in ritmi quasi equivalenti che nasce la grandezza poetica di quest’arte".
Sempre Tassi, in quella stessa occasione, racconta un aneddoto che, forse meglio di una sottolineatura critica, illumina l’intera ricerca espressiva dell’artista: "Morandi appare in casa Balboni ad ascoltar paziente una signora che, appena tornata da Papete, descriveva quel paesaggio come il più bello del mondo. Morandi non resistette e le rispose: ‘Guardi, il più bel paesaggio del mondo lo so io qual è… È andando su verso Grizzana: a un certo punto c’è una curva e lì, quando si esce dalla curva c’è il più bel paesaggio del mondo’. ‘Ma cosa si vede?’ (domandò, incuriosita, la signora), ‘Tot calench’ (tutti calanchi)".












