"La montagna per me è qualcosa di inconcepibile". Andrea Camilleri: "Dopo che mi perdetti verso Cima Dodici, le guide mi fecero una lavata di capo che mai nella vita. Mi consolai con la grappa"

"Quando si arriva al mio paese c’è scritto: ‘Porto Empedocle. Metri 1,30 sul livello del mare". Nel settimo anniversario della sua morte, ricordiamo Andrea Camilleri, lo scrittore, regista e drammaturgo siciliano le cui opere hanno ispirato la serie televisiva "Il commissario Montalbano". In questo articolo, il racconto della prima esperienza dell'autore tra le montagne del Trentino

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Il 17 luglio 2019 moriva a Roma Andrea Camilleri. Il saggista, sceneggiatore, regista, drammaturgo e scrittore, è divenuto celebre al grande pubblico grazie alla serie di romanzi dedicati alla figura del commissario Montalbano. Bestseller a più di 70 anni, con oltre 31 milioni di copie, Camilleri si è affermato come uno dei fenomeni letterari più significativi della nostra tradizione recente.
In una delle sue interviste, il "Maestro di Vigàta" racconta la sua prima esperienza di montagna, una vacanza trascorsa anni prima con la famiglia in Val di Fassa. Dopo aver evitato le montagne per tutta una vita, cedendo alle insistenze della moglie, intraprese un lungo viaggio notturno in pullman via Bolzano per raggiungere i figli. Arrivato a Pozza di Fassa nel cuore della notte fu preso dalla disperazione, che riuscì a consolare soltanto la scoperta della locale tradizione distillatoria.
Di seguito, il testo trascritto dall’intervista originale.
La montagna è un bellissimo problema per me. Vedete, quando si arriva al mio paese c’è scritto: ‘Porto Empedocle. Metri 1,30 sul livello del mare’. Per la mia natura, la montagna è qualcosa di inconcepibile.
Per tutta la mia vita ho evitato accuratamente le montagne. Poi, naturalmente, uno si sposa e sai: "I bambini hanno bisogno di andare in montagna". "Vabbè - dico - andate in montagna che io vi raggiungo".
Un certo anno, tutta la mia famiglia parte verso una zona che già il nome mi faceva spavento: "Andiamo nel Comelico Superiore". Come un’era geologica, come un viaggio nel tempo. Io me ne stavo a Fregene, con le scarpette di corda, una camicia come questa, i pantaloncini corti, e mia moglie dice: "No, devi venire assolutamente". E io: "Ma come? Dov’è sto Comelico?". "A Pozza di Fassa".
Arrivai a Bolzano, poi là c’era un pullman che faceva la tratta di notte attraverso montagne incredibili, con una malinconia che mi cominciava a prendere, struggente proprio.
Finalmente arriviamo a Pozza di Fassa che è sera. Sul sagrato della chiesa c’erano dei bambini che cantavano canti di montagna. Io mi sedetti sui gradini della medesima chiesa e scoppiai in un pianto dirotto, ad anni quarantasette-quarantotto, piangendo desolato di trovarmi in quel posto.
Ma scoprii la grappa. Quella sera stessa scoprii che facevano della grappa meravigliosa, incredibile. La grappa mi diede tale vigore che dopo cinque giorni partii da solo, alle sette del mattino, per arrivare a quella che davanti a noi era Cima Dodici.
Cominciai a salire da solo, con la fiaschetta di grappa e il resto. Arrivato a un certo punto, non so come (non racconto una balla qualsiasi), mi accorsi che erano le quattro del pomeriggio. Ero partito alle sette del mattino: sempre in salita. Ero arrivato alla base delle rocce: quelle non le avrei mai scalate. Però guardando giù mi accorsi che non vedevo il paese. Cioè c’era un altro paese: evidentemente avevo fatto un mezzo giro.
Arrivai alle sei di sera, quasi le sette, che avevano organizzato i soccorsi. Il capo-guida, sulla pubblica piazza di Pozza di Fassa, mi fece una lavata di capo che mai nella vita, dicendomi che ero un cretino, un imbecille. Disse che se avevo queste belle alzate d’ingegno dovevo avvertire prima, perché se mi pigliava una storta lassù nessuno avrebbe saputo dove venirmi a cercare. Insomma, nuovamente, mi consolai con la grappa.
Per farvela breve, quando pagai il conto - io, mia moglie e tre bambine; per quindici giorni; vitto e alloggio - pagai, allora, 75mila lire. Dissi: "Madonna, è niente". E lei: "Poi ci sarebbe la grappa". "Ah sì, e quant’è?". "120mila lire".
Questa è stata la mia esperienza di montagna.












