Fu rinchiuso nel labirinto assieme al figlio: oggi le ali di cera si staccherebbero ancor prima di fuggire. Quando l'immaginario mitologico è difficile da applicare alla realtà

Persino la mitologia si vedrebbe costretta a tener conto dell'impressionante innalzamento delle temperature. Ripercorriamo la fuga di Dedalo e Icaro dal labirinto attraverso l'arte e il cambiamento climatico

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
La mitologia racconta, in uno dei suoi capitoli più celebri, che alla morte del padre Asterio, Minosse fece costruire a Creta un tempio dedicato a Poseidone, dio greco del mare e, conseguentemente, dei terremoti e dei maremoti. A Poseidone chiese di inviargli un toro, da sacrificare in suo onore. Le cose andarono come sappiamo: Minosse, affascinato dalla possente bellezza dell’animale lo tenne in vita, provocando la reazione rabbiosa di Poseidone, il quale progettò la perfida vendetta: far innamorare dell’animale Pasifae, moglie di Minosse. Da quell’insana passione, nacque il Minotauro, mostruosa creatura col corpo d’uomo e testa di toro, divenuto presto nel pensiero collettivo un’immagine figurata dell’irrazionale istinto bestiale contenuto nelle parti più inviolabili della nostra psiche, oltre che fonte d’ispirazione per l’arte classica e, non meno, per artisti a noi più vicini (Picasso, ad esempio).
In questo momento nella vicenda entra, con rimandi allusivi differenti, la figura di Dedalo, convocato da Minosse in qualità di architetto per progettare un grande labirinto, così da sottrarre alla vista l’imbarazzante presenza del Minotauro. Il tempo mitologico ha parametri tutti suoi, certamente diversi dai nostri, senza contare le possibili versioni che, di volta in volta, possono aggiungere o sottrarre elementi interpretativi al medesimo racconto. Dedalo e Naucrate, schiava di Minosse, si innamorano e fin qui sono tutti d’accordo, anche la successiva nascita di Icaro è data per certa. Difficile stabilire quando Icaro è nato, durante il tempo della progettazione, prima ancora o a lavoro terminato? Fatto sta che tra un po’ lo ritroveremo già grande.
Quando Teseo, eroico re di Atene, penetrato nel labirinto per uccidere il Minotauro, riuscì ad uscirne grazie allo stratagemma del filo, ideato da Arianna, Minosse, anziché far convergere le colpe sulla figlia, iniziò a sospettare di Dedalo, l’unica persona che, avendolo ideato, poteva indicare l’uscita da quel tracciato inestricabile. Più che un forte sospetto, una certezza quella di Minosse, tanto che, chiusa ogni apertura, fece rinchiudere Dedalo all’interno del suo labirinto, assieme al figlio Icaro.
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Difficile immaginare che qualcuno possa non conoscere questo passaggio della storia: Dedalo progetta la fuga costruendo ali fornite di penne, da saldare al corpo con la cera. Da buon architetto ne studia con attenzione la forma, concependole arcuate e decrescenti. Prima di alzarsi in volo, due furono le principali raccomandazioni che Dedalo rivolse al figlio. Gli disse di non volare troppo basso, in modo da evitare l’umidità del mare e, ancor più, quella di non avvicinarsi troppo ai raggi del sole. Raccomandazioni che ogni buon progettista, abituato a lavorare con i materiali, avrebbe fatto. Sappiamo com’è andata a finire.
Ora però: passi per il Minotauro, passi per Prometeo incatenato sul monte Caucaso con l’aquila che si ciba del suo fegato, passi per Pandora e per il suo vaso o per l’unico occhio di Polifemo, però nel momento in cui con l’immaginario mitologico ti avvicini al verosimile, devi per forza fare i conti con la realtà. Una realtà che ci offre le temperature che sappiamo. Come potrebbe oggi la mitologia produrre metafore credibili, credibili modelli, credibili ammonimenti, inserendo nel perno del racconto una fuga geniale, in largo anticipo sulle intuizioni di Leonardo da Vinci, utilizzando però ali incerate sulla pelle. Incerate sulla pelle? Persino la mitologia si vedrebbe costretta a tener conto dell’impressionante innalzamento delle temperature, capace di arroventare e fondere a bassa quota persino un’imbragatura in ferro.
In psicologia, il "complesso di Icaro" è stato utilizzato per descrivere chi si sovrastima, chi non accetta consigli, sviluppando un’ambizione destinata da degenerare nel fallimento e, di lì a poco, nel repentino crollo. L’arte, nei confronti di Icaro, è sempre stata più indulgente: intendendo la sua sconfitta la conseguenza di una gioia dirompente, un’esperienza per certi versi sacrificale, in direzione della libertà. Il suo è un rapimento emotivo in uno stato di pura euforia: più che elevarsi sugli altri, se visto così, si vede Icaro sopra se stesso: cadendo muore.
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Molti scultori, uno per tutti Canova, non meno pittori, da Pieter Bruegel a Marc Chagall. Al mito di Icaro, ispirato dalle Metamorfosi di Ovidio, agli inizi del Seicento, dedicherà tre opere Carlo Saraceni (1579 circa – 1620), nato a Venezia, già nel 1598 egli è a Roma, immerso nelle rivoluzionarie atmosfere luminose di Caravaggio, filtrate però attraverso i notturni vellutati di Adam Elsheimer, del quale frequentò la bottega. Provenienti dalla collezione Farnese, i tre soggetti, dipinti ad olio su rame: Il volo, La caduta e il Seppellimento di Icaro, ambientati in paesaggi di sapore fiammingo, puntigliosamente descritti in inquadrature prospettica declinanti verso il basso, così da indicare con precisione ogni linea, sono ora esposti al Museo di Capodimonte, di Napoli. Dedalo e Icaro sono presenti, però quello che Carlo Saraceni soprattutto ci presenta è un paesaggio rigoglioso di vegetazione, emotivamente sereno, solcato da un fiume e mosso da una serie di rilievi. Ne La caduta di Icaro il più bello dei tre, nel basso si vede un pescatore con la canna che, dopo essere stato avvertito da un contadino assai più agitato di lui, osserva Icaro cadere: il cielo è terso, in fondo lui e il pescatore la pensano allo stesso modo: sono solo "dei in grado di solcare il cielo", come scrive Ovidio.
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Difficile parlare di Carlo Saraceni senza proiettare nella mente La morte della Vergine di Caravaggio, oggi a Parigi alle pareti del Louvre. Questo quadro, uno dei massimi capolavori di tutti i tempi, posto accanto al suo nome rievoca una storia estremamente indicativa, sia per quel che ci fa capire, che per far intendere i punti di contatti e le diversità d’animo tra i due artisti.
La vicenda legata al celebre dipinto è nota, essendo entrata in forma letteraria all’interno della storia dell’arte: Laerzio Cherubini commissionò una grande tela al Merisi nel 1601 per la cappella in Santa Maria della Scala a Roma. Con grande ritardo sui tempi pattuiti la tavola viene collocata sull’altare, provocando immediatamente la disapprovazione e lo sdegno dei "buoni padri" carmelitani, che trovarono disdicevole lo svolgimento compositivo. Caravaggio, infatti, aveva rappresentato il volto umano e "poco decoroso" della Vergine, non idealmente, ma realmente morta. "Una Madonna gonfia e con le gambe scoperte", si disse, addirittura, che Caravaggio avesse preso a modello una prostituta annegata nelle acque del Tevere.
Roberto Longhi lo descrive così: "Sembra raccontare in che modo, entro la stanzaccia d’affitto, spartita alla meglio dal tendone sanguigno che penzola dalla volta a travicelli e senz’altre suppellettili che una branda, una scranna e la bacinella per le pezze bagnate, si lamenti la morte di una popolana del rione".
Abrasivo e irriverente era giudicato il suo modo di rappresentare i temi religiosi. Collocato e subito rimosso, dunque. Il secondo incarico fu affidato a Carlo Saraceni, "brillante e raffinato", oltre che pacato nell’incedere pittorico. L’impresa fu portata a termine nel giro di pochi giorni, potendo disporre già nel 1610, di una bottega estremamente efficiente e attiva. Forse troppo attiva.
Anche Icaro muore cadendo in acqua, chissà come l’avrebbe dipinto Caravaggio.
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