"Angoscioso silenzio sulla sorte di Bonatti e dei suoi compagni". Tra quei compagni senza nome c'era Andrea Oggioni: alpinista "gregario", capace di evidenziare il lato umano delle imprese
Il 10 luglio 1961 per sette alpinisti (tre italiani e quattro francesi) iniziava la drammatica vicenda del Pilone Centrale del Freney. Tra questi ricordiamo la figura di Andra Oggioni, tondo nella faccia e nel carattere "buono e senza spigoli": è sempre importante spostare lo sguardo di qualche passo, puntare la luce sui secondi, sui gregari, su chi sostiene l'impresa con discrezione e cura, con i piedi ben saldi a terra, capace di vedere i mulini a vento dove gli altri scorgono giganti

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Quando al Festival de L'Altramontagna ho preso posto sulla poltroncina di velluto rosso del teatro, non avevo alcuna aspettativa: l’alpinismo è del resto un mondo così lontano dalla mia indole che difficilmente avrebbe potuto essere altrimenti. Quella sera Marco Albino Ferrari portava in scena un monologo tratto da uno dei suoi libri più noti, Freney 1961. Conoscevo già le sue doti di narratore, ma la vicenda era per me materia oscura.
Lo spettacolo – e il libro da cui è tratto – ricostruisce la storia di sette alpinisti, tre italiani e quattro francesi, sorpresi da una drammatica tempesta mentre tentavano la scalata del Pilone Centrale del Freney nel luglio 1961. La spedizione, partita da Courmayeur domenica 9, rientrò solo il 16, al termine di una ritirata massacrante in cui quattro di loro trovarono la morte. A guidare la cordata italiana era Walter Bonatti, figura celebre e celebrata; insieme a lui, due alpinisti altrettanto esperti: Roberto Gallieni e Andrea Oggioni.
Le parole di Ferrari – ponderate, delicate, necessarie – sono riuscite a tessere una trama sottile, perfettamente rispondente alla tragedia umana che stavano evocando. A commuovermi, quella sera, è stata soprattutto la figura di Andrea Oggioni, che in quella ritirata perse la vita. Ed è proprio di lui che, ora, mi appresto a scrivere.
Andrea Oggioni, classe 1930, era operaio in una fabbrica della Brianza. Alpinista di straordinaria forza, fu lui a introdurre Bonatti all’arte dei chiodi e delle funi. Nelle fotografie che lo ritraggono appeso alla roccia, ciò che colpisce è il volto: una testa tonda "come una palla", annota Ferrari. Ma perché partire proprio dalla faccia, che Dino Buzzati definì "popolaresca"? Perché, continua Ferrari, "di tondo, oltre alla faccia, Oggioni aveva anche il carattere: buono e senza spigoli". "Ognuno ha la faccia che gli spetta", scrive, e credo che abbia ragione.

Nelle pagine di Ferrari si incontra una persona verso cui è difficile non provare affetto: un giovane alpinista schivo, incline alla riflessione, legato alla sua Gilera. Uomo di poche parole, rimane spesso defilato: ascolta, osserva, lavora. Non conoscendo il francese, si ritrae mentre Bonatti e Gallieni parlano con i colleghi d’oltralpe e quando apre bocca lo fa per dire poche parole, spesso in brianzolo. Durante la tempesta si muove ai margini, silenzioso e attento, e durante la seconda notte sul Pilone, con il volto sferzato dal vento, confida a Gallieni – quasi con pudore e malinconia – di non essere mai stato a Portofino.
Oggioni "amava più di ogni altra cosa la montagna e gli amici che gli permettevano di andarci. Non gli interessavano le scalate solitarie, i record sportivi; a lui interessava andare con i suoi compagni di sempre". In questa dichiarazione si coglie la postura del "gregario" evocata da Ferrari durante lo spettacolo. Figure come quella di Oggioni preferiscono la sostanza alla forma, agli abissi alla superficie.
Quando venne dato l’allarme, la notizia della scomparsa degli alpinisti si diffuse rapidamente e a Courmayeur accorsero giornalisti da tutta Italia. Bonatti era un nome noto, anche ai non addetti ai lavori. Oggioni, invece, pur essendo un alpinista molto forte, era pressoché sconosciuto al grande pubblico. Così, quando La Stampa diede notizia della vicenda, titolò: "Angoscioso silenzio sulla sorte di Bonatti e dei suoi compagni". Lì, al centro della scena, c’era l’eroe Bonatti; sullo sfondo, sbiaditi, "i suoi compagni", presenze senza nome.
È qui che la vicenda di Oggioni sembra dialogare con un archetipo narrativo antico e diffuso. In letteratura queste figure hanno un nome preciso: spalle, mediatori, aiutanti. Questi personaggi svolgono una funzione narrativa fondamentale: sono la cartina al tornasole dell’eroe, coloro che ne rivelano la natura profonda. Spesso hanno caratteristiche fisiche e psicologiche precise e ricorrenti: sono goffi, buffi, lontani dall’asettica perfezione degli eroi; sono terribilmente sinceri, talvolta ingenui, profondamente altruisti, generosi, leali. Sono rotondi, come Oggioni.
Per chi è nato negli anni ’90, come la sottoscritta, il pensiero non può che andare a Ron Weasley, l’impacciata spalla di Harry Potter. Oppure a Samvise Gamgee, il fedele compagno di Frodo, anche lui - non a caso - fulvo e paffuto. Proprio Sam, quando pare non ci sia più speranza, alle pendici del Monte Fato, pronuncia una delle frasi più limpide della letteratura fantastica. Rivolgendosi a Frodo, dice infatti: "Non posso portare l’anello per voi, ma posso portare voi". Una frase che pare condensare il senso della sua missione: i gregari non portano il peso della gloria e del potere – questo, come insegna Tolkien, è il fardello dell’eroe – ma quello, più gravoso, dell’eroe stesso.
Gli esempi sarebbero numerosi, ma tra i più emblematici c’è sicuramente Sancho Panza, il leale scudiero di don Chisciotte, la voce del pragmatismo e della concretezza. Quando il cavaliere, travolto dalle sue visioni deliranti, si lancia contro i giganti, è Sancho a restituirgli la misura del reale: "Guardate, vostra grazia, che quelli che vedete lì non sono giganti, ma mulini a vento".
Per questo è importante custodire queste contro‑storie: spostare lo sguardo di qualche passo, puntare la luce sui secondi, sui gregari, su chi sostiene l’impresa con discrezione e cura, con i piedi ben saldi a terra, capace di vedere i mulini a vento dove gli altri scorgono giganti. Ricordare i gregari significa restituire alle imprese la loro parte più umana, più rotonda: quella che non cerca la gloria, ma la rende possibile.












