C'è un momento in cui il bosco inizia la sua avanzata, "mangiando" un centimetro alla volta i pascoli che le razze rustiche riuscivano a mantenere puliti. Un tema caldo per chi si occupa di gestione del territorio

Gli allevatori e le loro bestie svolgono un ruolo di veri e propri "ingegneri del paesaggio", mantenendo aperti quegli spazi che, senza il pascolamento e lo sfalcio costante, verrebbero rapidamente riassorbiti dalla vegetazione arborea. Oggi, tuttavia, queste pratiche stanno attraversando una fase di profonda criticità, mettendo in discussione l'identità stessa delle nostre vallate

È finalmente giunta l’estate e le nostre escursioni possono alzarsi di quota: possiamo salire a goderci le zone alte, quel mix perfetto di pascoli e boschi.
A volte non tutti ci pensano, ma sapevate che il paesaggio montano italiano non è un prodotto spontaneo della natura incontaminata? È invece il risultato di un equilibrio dinamico, forgiato in millenni di coesistenza tra uomo e ambiente: alle basse quote, in prossimità delle aree pianeggianti di fondovalle è ben visibile come l’azione umana ha preso il sopravvento e l’antropizzazione si sia spinta talvolta anche in eccessi. Ma risalendo lungo i versanti montani si può notare un mosaico di boschi e prati, orti e filari, mulattiere e strade che davvero decorano queste pendenze. All’aumentare della quota poi saranno i boschi a prevalere fino a raggiungere le zone poste sopra i 1800 metri circa in cui si alternano aree pascolate e foreste.
Al centro di questo equilibrio nelle terre alte si trova il sistema delle malghe, un’istituzione che va ben oltre la semplice produzione casearia. Gli allevatori e le loro bestie svolgono infatti un ruolo di veri e propri "ingegneri del paesaggio", mantenendo aperti quegli spazi che, senza il pascolamento e lo sfalcio costante, verrebbero rapidamente riassorbiti dalla vegetazione arborea.
Oggi, tuttavia, questo binomio millenario sta attraversando una fase di profonda criticità, mettendo in discussione l'identità stessa delle nostre vallate. La dimostrazione? Sempre più spesso alla mia domanda "cos’è una malga?" mi si risponde la struttura edificiale possibilmente ricettiva dove poter acquistare il formaggio e magari riuscire anche a sostare a pranzo. Ebbene il termine è parzialmente corretto, anche se ormai è in uso questa prima versione, perché con malga s’intende tutta la superficie posta a pascolo dove soggiornano alcune specie animali durante il periodo estivo.
Negli ultimi anni il mondo della malga è cambiato profondamente: un tempo, la vita del malgaro e degli animali da pascolo seguiva un ritmo fisso, dettato esclusivamente dalla crescita dell'erba e dal variare delle stagioni. Il segreto di questo equilibrio millenario era la transumanza, che funzionava come una scala a tre gradini. In inverno, gli animali restavano al caldo nelle stalle del fondovalle, alimentati con il fieno raccolto durante l'estate sia nel fondovalle che a quote intermedie. Con l'arrivo della primavera, il bestiame saliva ai pascoli di media quota: qui restava il tempo necessario affinché la neve si sciogliesse sulle vette più alte, permettendo finalmente la salita estiva verso la malga vera e propria, situata oltre il limite del bosco.
Era un sistema efficace nella sua semplicità: il numero di vacche, capre o cavalli dipendeva solo da quanta erba offriva la montagna. Non c'erano mangimi esterni o macchinari moderni: gli animali mangiavano l'erba fresca e, in cambio, restituivano fertilità al terreno con le loro deiezioni, mantenendo il pascolo pulito.
Oggi questo "orologio" si è in parte rotto. Molte tappe intermedie sono state abbandonate e il bosco ha iniziato a riprendersi i prati di mezza quota. Anche le zone alte sono diventate spesso troppo faticose da raggiungere, e il bosco è avanzato dal basso con specie pioniere a riconquistare le aree aperte. Non si tratta di un fenomeno immediato, ma di un’avanzata silenziosa che parte dai margini, dove arbusti opportunisti come il ginepro o il rododendro colonizzano il terreno, seguiti a breve distanza dalle specie arboree pioniere come il larice o pioppi e salici.
La causa è soprattutto socioeconomica: molte piccole stalle a conduzione familiare, che un tempo punteggiavano ogni versante, hanno chiuso i battenti. Sempre più spesso mi soffermo ad osservare masi di montagna riadattati ad edifici di villeggiatura ma che mostrano ancora i segni della presenza di 2 o 3 vacche allevate nelle piccole stalle del piano terra.
Adesso nel fondovalle si trovano poche aziende, spesso molto più grandi, che gestiscono un numero elevato di capi. Questo cambiamento non è solo una questione di numeri, ma ha trasformato profondamente il tipo di animale che vediamo pascolare. In passato, le stalle trentine ospitavano razze "rustiche" e autoctone, come la Grigio Alpina o la Rendena. Questi animali erano perfettamente adattati alla vita difficile in quota: camminatori instancabili, capaci di digerire erbe dure e resistenti anche con forti sbalzi di temperatura. Oggi, invece, la necessità di produrre grandi quantità di latte ha portato alla diffusione di razze altamente specializzate, come la Frisona (la classica mucca bianca e nera).
Questa sostituzione ha creato una sfida per il territorio. Le razze specializzate sono macchine da latte straordinarie, ma sono anche più delicate: preferiscono i prati pianeggianti del fondovalle e faticano a raggiungere i pascoli più ripidi o distanti delle malghe. Quando l'animale smette di arrampicarsi per cercare l'erba migliore, i pascoli più alti e difficili vengono abbandonati. È proprio in quel momento che il bosco inizia la sua avanzata, "mangiando" centimetro dopo centimetro quegli spazi aperti che le razze rustiche, con la loro instancabile attività, riuscivano a mantenere puliti.
Recuperare questa convivenza significa proteggere non solo una tradizione, ma salvaguardare una ricchezza floristica e faunistica tipica delle nostre Alpi, mantenendo un paesaggio mosaicato che tutto il mondo ci invidia.

Mi chiamo Paola Barducci, ma tutti mi chiamano Forestpaola. Sono una dottoressa forestale e Imparare a guardare il bosco è l'invito che rivolgo a chiunque desideri trasformare una semplice escursione in un'esperienza di scoperta profonda. Spesso, infatti, attraversiamo i paesaggi alpini percependo i boschi come uno sfondo statico, sempre uguale. Ma la montagna in cui si inseriscono è in realtà un organismo vivo, un insieme di dinamiche invisibili e storie scritte nel tempo.
In questo blog vi invito idealmente a camminare al mio fianco, lungo i versanti e tra i boschi di abete, larice o rovere, per decifrare insieme i segni della natura e l'evoluzione del paesaggio montano: dalla semplice definizione di bosco al riconoscimento degli alberi quando non hanno le foglie, faremo divulgazione scientifica "con gli scarponi ai piedi", imparando a leggere la complessità della foresta con occhi nuovi e consapevolezza tecnica, ma senza mai perdere lo stupore di chi sa ancora ascoltare il respiro della montagna.














